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Che fine ha fatto l’acquedotto di Trento?

Cronaca di un convegno sulla gestione dell’acqua

Al convegno “Verso la ripubblicizzazione del servizio idrico”, organizzato dal Comune di Trento il 31 marzo a palazzo Geremia, un fantasma s’aggirava per la sala affollata da amministratori di tutto il Trentino e da semplici interessati. Era il fantasma dell’esperto che nessuno aveva voluto chiamare, il giurista Ugo Mattei, che l’anno scorso aveva stoppato la proposta del sindaco di scorporare il ramo acquedotti da Dolomiti Energia - che gestisce gli acquedotti di Trento e Rovereto - per formare una new.co, una nuova società tutta pubblica (mentre invece Dolomiti Energia (DE) è una società mista pubblico/privato). In verità a stoppare la proposta era stato l’ostruzionismo dell’opposizione (destra e sinistra insieme), ma proprio Mattei aveva dato argomenti taglienti, con interventi sui giornali e con un video-collegamento con un gruppo di consiglieri comunali.

Cosa aveva detto di tanto spiazzante? Che non era proponibile l’acquisto della rete dell’acquedotto di Trento (diciamo le canne dell’acqua, per capirci) che il sindaco proponeva di effettuare a carico della nuova società, comprandola da DE nelle cui mani la ‘proprietà’ era pervenuta tramite un gioco di scatole cinesi non recente, le cui origini risalgono al 1927. Gli acquedotti, secondo Mattei, sono sempre stati demanio pubblico fin dal codice napoleonico del 1804, rimanendo la loro demanialità da allora una ispirazione sottesa a tutta la normativa civilistica. E che quindi con DE bisognerebbe trattare un rimborso per gli investimenti effettuati e non ancora ammortizzati, ma un acquisto al prezzo della quarantina di milioni chiesti da DE (poi scesi a una trentina) sarebbe improponibile, aggiungendo la minaccia che ha fatto rizzare le antenne anche alla maggioranza: “Chiunque può impugnare al TAR una procedura di questo tipo. Ripeto, le reti idriche non possono essere di proprietà privata”, proponendo invece l’acquisizione della rete tramite “un’azione di autotutela che l’amministrazione deve percorrere per far rientrare in possesso di tutti i cittadini la rete idrica, dichiarando nulli gli atti di vendita del 1927”.

Il sindaco aveva ritirato la delibera nell’ultima riunione prima delle ferie estive e da allora la cosa si è inabissata fino al convegno tirato fuori dal cilindro nel mese di marzo. Il lettore dirà: per approfondire l’argomento. Niente affatto, ha spiegato il sindaco, il convegno non è stato pensato per discutere “questioni locali” ma per approfondire le grandi questioni generali relative alla gestione degli acquedotti. E così a parlare di “ripubblicizzazione del servizio idrico” è stato chiamato Antonio Massarutto, il più acerrimo nemico dei referendum del 2011, dandogli una specie di rivincita contro il voto degli italiani. Che infatti ha ripetuto il suo abituale repertorio di ovvietà liberiste (“Non importa se il gatto è bianco o nero, basta che prenda i topi”, cioè basta con questa sega della ripubblicizzazione dell’acqua), ponendo due paletti alla gestione degli acquedotti:

1) che sono una attività industriale, appunto un’ovvietà che nessuno mette in dubbio, ma che lui usa per dire che gli AD non vanno infastiditi con pretese societariamente improprie, come pretendevano i referendum;

2) che anche gli acquedotti devono operare in condizioni di finanza diretta, cioè procurandosi i capitali per gli investimenti sul mercato finanziario, e dunque ogni discorso che pretenda di discutere i profitti sega l’albero su cui si sta seduti. Anche se poi, rispondendo alla critica rivoltagli da Corrado Oddi, del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, ha ammesso che è impensabile che il mercato finanziario tiri fuori i 60 miliardi necessari per mettere a posto le reti italiane e soprattutto la depurazione, e che dunque una forma di finanza di tipo in qualche modo pubblica è necessaria. Magari spostando sulla depurazione le risorse destinate all’acquisto degli F-35, ha ribattuto Oddi. Dopo di che - ovviamente parlando in termini assolutamente generali! - Massarutto ha detto che importa poco che le reti siano dell’uno o dell’altro, ma che se la società va in banca senza le reti...

L’argomento è stato trattato però soprattutto dal giurista Massimo Calcagnile, che prendendola alla lontana è arrivato a dire che la demanialità degli acquedotti è indiscutibile solo dalla data di approvazione dell’attuale codice civile (1942), quindi quanto è stato fatto prima (tipo il passaggio dell’acquedotto di Trento a una società nel 1927, che è all’origine della ‘proprietà’ di DE) ne resta indenne. Dunque, se volete la rete dovete cacciare i soldi, altro che autotutela. Sarebbe stato interessante sentire come avrebbe risposto Mattei.

Ha dovuto intervenire Oddi per ricordare che nel 2011 gli italiani hanno dato sui servizi idrici una risposta politica coi referendum, esprimendo l’esigenza di considerarli un servizio essenziale, da gestire nell’ottica dei beni comuni. E ha ricordato l’ispirazione referendaria per una gestione tramite enti di diritto pubblico superando la opacità delle Spa. Sull’acquedotto di Trento è stupefacente l’afasia delle opposizioni, che un anno fa minacciavano l’ostruzionismo, ma che una volta ritirata la delibera non si sono più interessate all’argomento. Se per il PdL le ragioni sono chiare (“Tutto sommato si potrebbe lasciare le cose così come sono” aveva dichiarato lo scorso anno all’Adige), che dire degli altri?