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La chiusura della Blulibri; e qualche bufala

Quando questo numero di aprile sarà in edicola, la libreria Blulibri di Rovereto avrà chiuso. Il 31 marzo scendono per l’ultima volta le serrande dello spazio in piazza del Grano (al piano terra dell’edificio che ha ospitato il primo filatoio ‘alla bolognese’ di Rovereto, negli stessi locali dove è stato composto il Libro-imbullonato di Depero). Finisce un pezzo di storia roveretana che affondava le sue radici nel rinnovamento degli anni ‘60 e ‘70, ed ha sempre offerto alla città una efficace finestra aperta sul mondo. Efficace non commercialmente, dato che la libreria chiude per problemi di bilancio, ma per le possibilità di informazione culturale dei roveretani, che adesso rimangono più sguarniti.

Foto di gruppo al “Blulibri Day” del 25 gennaio

Non che manchino altre librerie in città, ma la Blulibri era la classica libreria ‘indipendente’, quella che cercava di far quadrare i conti con una funzione di informazione culturale, che si apriva - a differenza delle librerie di catena e della grande distribuzione - a tutto il campo dell’editoria, anche quella piccola e di ricerca. Ma ad un certo punto i conti non sono più tornati. Non è stata solo la crisi economica, con la sua contrazione dei consumi, che diventa subito contrazione del fatturato dei commercianti. È stata anche un’altra cosa, che la libraia Gabriella Quinzio ci aveva spiegato preventivamente in una intervista sul numero di maggio 2013 di QT: il processo di concentrazione del commercio librario prodotto dalla guerra degli sconti condotta dai poteri forti dell’editoria, che punta ad assottigliare sempre più quel 30% del prezzo di copertina che resta in mano ai librai. Così anche fatturati che ‘tengono’ non bastano più ai librai indipendenti, che devono rifornirsi in circuiti distributivi controllati dai cartelli degli editori più forti (fra i quali domina il gruppo Mondadori, conquistato da Berlusconi come sappiamo, comprando i giudici del Lodo Mondadori... tanto per ricordare cos’è la ‘concorrenza’). Non ripeto qui le analisi offerteci da Gabriella nel maggio 2013, ricordo solo che le librerie indipendenti stanno chiudendo in tutt’Italia, lasciando il campo a librerie di catena, emanazione diretta dei maggiori editori, e dopo le librerie indipendenti chiuderanno i piccoli editori - quelli che fanno un lavoro sul campo, individuando nuovi autori e nuovi temi - privati di un polmone essenziale per la loro diffusione. All’estero per difendere la capacità di tenuta di un settore di mercato come questo, che ha in sé un valore collettivo perché è parte della catena di produzione intellettuale, si fanno buone leggi, come quella francese, che ha limitato le possibilità di sconti sul prezzo di copertina. In Italia è stata fatta una legge ma si è immediatamente consentito di aggirarla con i soliti trucchetti. Del resto potevamo aspettarci altro data la situazione editoriale intrecciata come abbiamo visto con quella politica?

La strana antipatia del direttore dell’Adige

Ma parlando della chiusura della Blulibri vale la pena ricordare anche la strana antipatia dimostrata alla libreria dal direttore dell’Adige Giovanetti, mentre invece la redazione roveretana ha sempre seguito correttamente le vicende di questa crisi. Il 28 gennaio, qualche giorno dopo il Blulibri-day - una serata in cui un folto pubblico si è stretto negli spazi di piazza del Grano per un affettuoso saluto alla libreria che iniziava le procedure di chiusura - compariva in prima pagina sul quotidiano di Trento, con l’autorevole firma di Piero Cavagna, un articolo che annunciava la verità rivelata: “È molto meglio se la libreria chiude ancora domani mattina”, che è indubbiamente un modo molto interessante di affrontare i problemi della crisi del commercio roveretano. Seguiva un passo da medaglia d’oro in deontologia professionale del pubblicista: “Ritrovarsi, ripartire, siamo la sola cultura possibile, siamo pure di sinistra, siamo un mondo imprescindibile che garantisce la lettura, siamo una comunità”. Sarebbe una frase che - secondo Cavagna - avremmo pronunciato quel giorno, letteralmente visto che è stata riportata fra virgolette. Sennonché nessuno l’ha mai proferita, se l’è inventata Cavagna, che naturalmente è libero di esprimere interpretazioni di quello che gli altri dicono, ma non fra virgolette, altrimenti è millantato credito. E poi una bufala, insinuata nella forma di una domanda retorica che dà per scontata una richiesta della libreria, che invece non c’è mai stata: “Cosa dovrebbe fare del resto [l’Ente Pubblico]? Aprire la cannula della fleboclisi o intervenire con sostanziose iniezioni di liquido, meglio se [via] endovena così va subito in circolo?”.

Il giorno seguente il quotidiano ha pubblicato una mia lettera, ed una di Mario Cossali, che ribattevano alla bufala delle cannule, spiegando che nessuno le aveva mai chieste all’Ente Pubblico. E la cosa avrebbe potuto finire lì, con una precisazione. Ma a dimostrazione di una fonda antipatia, il direttore dell’Adige in persona si è occupato di ribadire la bufala nientemeno che in un suo editoriale del 9 febbraio, che criticava il segretario del circolo cittadino del Pd Fabiano Lorandi per aver detto che anche a Rovereto ci vorrebbe una spending review, dato che nel bilancio della cittadina falcidiata dalla disoccupazione prodotta dalla crisi industriale “sui fondi per i lavoratori socialmente utili ci sono 80.000 euro. Ma quanto è stato investito sulla Strongmanrun? 100.000 euro”. In cambio - sosteneva Giovanetti - il partito avrebbe “chiesto al Comune di intervenire con soldi pubblici per tenere in vita una libreria che non ha più mercato”.

Io che non faccio il giornalista ho provato ad informarmi, e mi risulta che il Pd roveretano abbia effettivamente discusso, nella sua sede, della crisi della Blulibri, ma che nessuna richiesta di cannule sia mai arrivata all’Ente Pubblico neanche da quella parte. La ‘notizia’ di Giovanetti è destituita d’ogni fondamento. Io naturalmente apprezzo l’encomiabile impazienza del direttore dell’Adige nel denunciare lo spreco di soldi pubblici, ma perché intestardirsi su sprechi inventati e non concentrarsi invece su quelli che ogni tanto, anche in questa provincia, avvengono sul serio?