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Creatura

Disegno di Paolo Dalponte

L’anno nuovo avrà inizio con qualche difficoltà: solo gennaio consumerà buona parte della pazienza necessaria a svariati mesi di vita e renderà sempre più sottile l’intercapedine tra quanto è sopportabile e quanto no.

La ricerca di una nuova colf si rivelerà tragicomica: sette in sette settimane. La prima, detta la sotuttoio, un’italiana mandata non si è mai capito da chi, esibiva superiorità e poco rispetto verso le straniere. Logorroica e saputella, discuteva per tutto e su tutto, scusandosi con ipocrisia mentre lo faceva. Impossibile zittirla, mi stancava e innervosiva. La seconda, detta meteora, una rumena che sembrava perfetta, aveva la patente ed io la macchina per far spese all’occorrenza. Il mattino dopo, però, non arriverà, dandosi malata e mandando una cugina a sostituirla. Ero stata venduta a una parente... è la dura legge dell’Est.

La terza e quarta, identificate solo da numeri, mi avrebbero costretto a cambiare orari di vita per comodità loro. La quinta, detta anatra wc, puliva di continuo consumando flaconi di detersivi come fosse acquasanta. Il pianeta l’ha cacciata alzando la bandiera nera! La sesta, chiamata bip bip, è entrata e uscita in meno di mezz’ora, rinunciando al lavoro perché il tragitto per arrivare da me era troppo lungo. Cominciavo a crollare psicologicamente perché non sapevo più chi sarebbe arrivato il mattino dopo, cosa e come avrei mangiato. La settima arriverà insieme al ricovero in ospedale.

Una domenica di febbraio, infatti, mi sveglio intontita, il passaggio letto/carrozzina è più faticoso del solito e, nel farlo, sguscio a terra come una saponetta. Abituata al suolo che esercita quasi un richiamo, quando accade cerco di non irrigidirmi, grata di essere ancora tutta intera. Ho un’unica possibilità di alzarmi da sola: spingermi con il sedere tirandomi dietro la carrozzina, fino ad aprire la porta del ripostiglio che ha due scalini in giù. A quel punto li scendo con il deretano e per alzarmi ho un maniglione per parte. Non è una manovra facile e richiede parecchia forza nelle braccia, energia che capisco di non avere quel giorno. Non rimane che aspettare qualcuno che sappia tirarmi su con l’accortezza del caso: una manovra sbagliata manomette equilibri, o m’impaurisce e blocca del tutto. Il solo chiamare il mio fisioterapista mi dà sicurezza; nel frattempo ho appurato di avere quasi 39 di febbre e così si spiega la gran debolezza nelle gambe. La guardia medica mi manda il 118 e in ospedale con una lastra scoprono una polmonite e sarò ricoverata.

Tra tutta l’umanità conosciuta in ospedale, l’indimenticabile creatura centenaria dall’incarnato trasparente e lo sguardo velato, che passerà la prima notte chiamando “mamma” con disperata vocina infantile. O con voce ferma e petulante ordinando: chiamatemi il dottore, datemi acqua, suonate il campanello. Siccome ero la più giovane, la meno grave e sicuramente l’unica pensante, ho passato la notte a cercare di aiutarla, perché il personale era occupato con un caso gravissimo. Al mattino, all’ennesimo ordine, sono sbottata: “Signora Rita, va bene chiedere, ma un per favore ogni tanto, no?” Poco dopo con tono sommesso: “Per favore, voglio la mamma!”

Tutta notte passata a ripensare al monito materno e convenire: “Ricordati che ‘mamma’ è la prima e l’ultima parola che dirai!” Devo trasmettere anch’io ai miei figli queste certezze, siamo tutti in cerca di punti fermi. Mamma che mi è mancata tantissimo durante questa degenza, è sempre stata una presenza affidabile, abitando vicino all’ospedale, ma anche lei era bloccata da una bronchite. Una specie di nemesi familiare, tre quarti della famiglia ammalata! Scesa finalmente la febbre, la fisioterapista mi ha fatto alzare e compiere qualche tranquillizzante passetto. Il pericolo di non riuscire più a camminare dopo un rialzo termico è sempre in agguato.

Emozioni a raffica come non capitava da anni, che mi hanno tolto il fiato più di una volta, anche in senso metà fisico! Quasi cantando è venuta al mondo la mia creatura - il mio libro - pensato e immaginato da qualche anno. Gli ultimi mesi temevo di non arrivare mai a toccare quello che sembrava il sogno improbabile di una matura signora, prima di chiudere a chiave porte e finestre sul mondo interiore. E poi eccolo, nato sano e bellissimo, con la camiciola che svolazza in un’aria talmente nuova che nessuno ha mai respirato. Allora conviene aprire nuove finestre sul mondo e farsi soffiare aria sconosciuta addosso per cogliere altre domande, che possano riscrivere la nostra vita.