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Coppia aperta quasi spalancata

Ce n’è per tutti

“Coppia aperta, quasi spalancata”

Giovedì 27 gennaio è andata in scena, presso il Nuovo Teatro Comunale di Pergine, la quarta replica del nuovo lavoro di Riccardo Bellandi, costituito dall’intramontabile testo di Dario Fo e Franca Rame “Coppia aperta quasi spalancata”.

In questo imponente lavoro di riadattamento, Bellandi ne ha per tutti: per i reality show e le telenovele; per i fanatici di Facebook; per la geopolitica russa in Crimea; i figli rapper scanzonati; lo sguardo allucinato di Giovanardi che fissa Luxuria; le perversioni televisive dei serial sanguinolenti come il citato CSI.

Ce n’è anche e soprattutto per i maschilisti, le femministe ad oltranza, gli strenui difensori della famiglia tradizionale e la pretenziosa gestione democratica della libertà degli affetti.

Se a Stoccolma (città in cui oltre tutto andò in scena per la prima volta la commedia nei primi anni ‘80) decisero che Dario Fo meritasse il Nobel, una ragione ci sarà ben stata e Bellandi deve aver faticato non poco nell’affrontare il testo e la tematica di questa commedia, conservandone le caratteristiche drammaturgiche e contenutistiche ma cambiandone radicalmente il linguaggio alla luce dei cambiamenti sociologici avvenuti nell’italiano medio negli ultimi decenni.

La fatica è stata premiata, giacché il lavoro risulta efficace. La struttura, costituita da continui cambi di piani narrativi operati dai personaggi, è stata conservata nonostante la complessità del lavoro, giacché Bellandi ha dovuto cimentarsi con una coppia di attori che, a differenza della “storica” coppia, non poteva giocare con l’autobiografia.

La commedia inchioda con un ritmo serratissimo e un’apertura dialogica e monologica nonché conversativa costante, mai tediosa e sempre efficace grazie al lavoro di calibratura dei linguaggi: quello del corpo e quello verbale.

Il lavoro registico compiuto sui personaggi e giocoforza sul linguaggio è infatti evidente e la firma di Bellandi salta agli occhi. Il regista infatti ha riadattato il testo e lo ha fatto prestando molta attenzione all’immaginario collettivo contemporaneo, tenendo in questo modo fresco ed attuale il testo e sempre alta l’attenzione dello spettatore. Ma il lavoro si è dovuto concentrare anche sull’adattamento del linguaggio all’ imprescindibile corporeità degli attori e al loro background. Cosa, quest’ultima, a cui Bellandi si è mostrato sempre sensibile ed attento.

La regia irretisce lo spettatore anche sul piano visivo: l’uso dei colori, degli spostamenti degli attori, della costumistica, delle cadenze dialettali che percorrono tutta l’Italia e l’esibizione dei corpi, (non ultima la comparsa dell’”amante” di lei sul finire della commedia) suscitano la complessiva e divertentissima nonché straniante sensazione di assistere a un cartoon per adulti.

La protagonista femminile viene diretta in modo da evocare nello spettatore l’immagine della divinità Baubò, colei che salvò Demetra, e dunque la Terra, dalla disperazione grazie alle sue divertentissime storielle sconce e al suo aspetto altrettanto sconcio e potente. La dea è infatti rappresentata iconograficamente alla stregua di un’enorme vagina che parla e due enormi seni che vedono. La famosa “bambolina Vassilissa” di Franca Rame e la saggezza implicita dei corpi viene rievocata proprio nel corposo riadattamento della regia operato sul personaggio femminile.

Rimane intatto il pezzo canoro di Dario Fo, il cui ascolto ha suscitato una forte emozione nel pubblico così come la scelta di riproporre in finale la sigla della versione televisiva di “Mistero Buffo”: un doveroso omaggio.

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