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Storia della scuola trentina dall’umanesimo al fascismo

La storia come un romanzo. Quinto Antonelli. Trento, Il Margine, 2013, pp. 512, € 22.

Storia della scuola trentina

Se le pagine di questo libro si possono leggere come un romanzo il merito va attribuito, oltre che all’autore, anche alle edizioni Il Margine, che si ostinano a progettare testi di elevata qualità ma accessibili a un pubblico molto più largo dell’area degli studiosi e degli addetti ai lavori. Per gli storici una sfida di questo tipo è particolarmente ardua: a vincerla in modo clamoroso era stato qualche anno fa lo stesso Quinto Antonelli con “I dimenticati della grande guerra”, un testo non propriamente divulgativo, in nulla riduttivo rispetto alle ambizioni di una storiografia attrezzata, eppure ristampato più volte ed entrato, per così dire, nelle vene di una società di lettori molto diversificata (unico limite del suo successo, l’insufficiente attenzione ottenuta al di fuori dei confini locali).

Questa volta la sfida imposta dal format era ancora più ardita, sia per l’ampiezza spaventosa del periodo considerato, sia per la pesantezza tradizionale degli studi di storia della scuola, zeppi come sono di riferimenti a leggi, circolari, teorie pedagogiche, programmi e così via.

Antonelli non sottovaluta la dimensione normativa e istituzionale, anzi ce ne fornisce una ricostruzione esemplarmente chiara: ma anche in questa poderosa sintesi, come nei suoi numerosi lavori precedenti sul tema, il rilievo maggiore ce l’hanno gli aspetti sociali, i concreti rapporti educativi, la scuola reale e non solo i modelli delineati da teorie e norme. “Storia della scuola trentina dall’umanesimo al fascismo” è un libro popolato da un grande numero di personaggi: uomini e donne, bambini e bambine, spesso con il loro nome, con una personale impronta, con idee e sentimenti, esperienze e condizioni sociali definite. Alle interpretazioni di carattere generale si arriva passando attraverso un’analisi concreta che non prescinde dalle vite, dalle visioni culturali, dalle esperienze di innumerevoli testimoni e protagonisti.

Nominiamo almeno alcuni dei temi ricorrenti. Lungo tutta la storia raccontata si svolge la lotta tra autorità pubbliche e famiglie, contadine in particolare ma non solo, intorno al tempo dei bambini, utilizzati precocemente nel lavoro fino a pochi decenni fa. A loro, “maschi o femmine, già verso i cinque/sei anni veniva affidato da portare al pascolo il bestiame di piccolo taglio, pecore, capre o vitelli. Più grandi, i ragazzi raggiungevano l’alpeggio e lavoravano nelle malghe. A dieci anni erano uomini fatti”, scrive l’autore a commento di un documento del 1749. La scolarità si afferma attraverso l’imposizione politica e le sanzioni verso i renitenti, in un processo lunghissimo. Non bastano le leggi di riforma dall’alto per garantire che le scuole ci siano e che siano davvero frequentate da tutti.

Cesare Battisti liceale

Più in generale la scuola è un luogo del disciplinamento, della regola, dell’imposizione. Non sempre allo stesso modo, e lo sguardo di Antonelli è acutissimo nello svelare i diversi volti della violenza che si manifesta nei rapporti educativi. Dal mare di letture che questo libro presuppone sono pescate scene indimenticabili, come quella dello scolaro con la treccia inchiodata al tavolino raccontata dal primierotto Angelo Michele Negrelli nelle sue memorie. E citazioni altrettanto memorabili, come quella del sonetto dedicato da Girolamo Tartarotti al ricordo di un maestro manesco: “Costui or m’ama; io l’odio in fin d’allora: non si ricorda del suo oprar lo stolto; io mi ricordo di quel pugno ancora”.

Siamo nel ‘700; a inizio ‘900 si colloca invece questa invettiva di don Rigo, direttore delle scuole popolari di Trento, contro gli scolari discoli: “E le malerbe sono i figli dei proletari, i quali formano intorno a sé un tale ambiente di scioperìo e di laidezza ch’è miracolo se di là esce qualcun a moral salvamento. Ora que’ figli son per la scuola elementi così deleteri, che devono essere da essa assolutamente staccati o tolti alle famiglie e collocati in aere più spirabili”. Reclusione in collegio dei figli delle classi pericolose, nella visione sbrigativa di questo prete direttore, ma anche, in altre pagine del libro, impegno strenuo di maestre e maestri per fare della scuola un luogo di elevazione e di emancipazione per tutti.

Nel grandioso puzzle del racconto di Antonelli non mancano le tessere che testimoniano la ricerca di un’alternativa a un insegnamento avvertito come vuoto di contenuto educativo. È il caso del giornalino (proibito, ma diffuso clandestinamente) di un gruppo di studenti del liceo di Trento, stampato col poligrafo negli anni 1891 e 1892. Tra gli autori del foglio ribelle c’è il sedicenne Cesare Battisti, che assegna a sé e ai coetanei un programma grandioso: “Compagni! Io credo che ognuno di voi ben vegga il cattivo modo con cui ci è compartita l’educazione nella scuola governativa, e noi dobbiamo porvi rimedio coll’educarci da noi stessi”.

Memorie, diari, giornalini, registri, quaderni, opere letterarie, documenti reperiti in archivi d’ogni tipo, nelle tesi di laurea, nella ricerca locale diffusa: dietro questo libro c’è il lavoro di una vita. La delimitazione trentina consente una capillarità di indagine che non sarebbe forse possibile in una storia nazionale. Abbiamo così una storia più ricca, più illuminante, più bella: locale - in questo caso - non significa di meno, ma di più, anche grazie alla sicura padronanza che l’autore ha dei temi generali.

Il racconto sfiora soltanto gli anni che seguono la seconda guerra mondiale: sul periodo più recente è preannunciato un secondo volume. Uno sguardo ravvicinato sul secondo ‘900 consentirà forse di ritornare sui nodi problematici del rapporto tra scuola fascista e scuola dell’Italia democratica.

1926: esercitazione con i bastoni

Antonelli ripropone un aspetto paradossale, già indagato in profondità nei suoi studi precedenti: una generazione di maestri e maestre fu chiamata negli anni Venti ad attuare nella scuola elementare la riforma Gentile impostata ed elaborata da Giuseppe Lombardo Radice, pedagogicamente avanzatissima, e in rapida successione a edificare il conformismo di massa intorno al regime. La centralità del fanciullo, enunciata teoricamente e perseguita di fatto attraverso diffuse esperienze di didattica attiva, si convertì in breve volgere d’anni nel suo contrario, la costruzione dall’alto del piccolo fascista. Gli stessi uomini di scuola finirono con l’interpretare tanto l’uno che l’altro modello, apparentemente senza porsi il problema della loro conciliabilità. È il caso del pedagogista e ispettore Giuseppe Giovanazzi, che nel 1926 pubblicava “Per la scuola attiva”, nel 1930 “La scuola come comunità di lavoro”, ancora ricco di afflato riformatore, e nel 1935 “La scuola del balilla”.

“Come a dire che alla natura del bambino o alla cultura del fanciullo deve sostituirsi (...) l’essenza tutta politica del balilla, ovvero l’esigenza della sua formazione ideologica”.

Un’analoga metamorfosi, in direzione inversa, si verificò nel passaggio alla democrazia. Quei giovani professori che Antonelli ci mostra impegnati a portare la scuola “sul piano dell’impero” dovranno dieci anni dopo trovare le energie intellettuali e morali per farla ripartire nel nuovo contesto politico e ideale. Il classico tema storiografico della continuità e discontinuità dello stato si declina, in questo tipo di storia, nelle situazioni locali e nelle biografie personali. Si tratta di studiare e di capire come i maestri di fascismo e di cultura bellicista diventino i nostri maestri di democrazia dei decenni successivi: un passaggio che al di là delle valutazioni morali va indagato e compreso alla luce di ricerche ulteriori e di categorie più soddisfacenti di quella dell’eterno trasformismo degli intellettuali. Il tema ovviamente è tutt’altro che nuovo; anche localmente, negli studi di Antonelli e di pochi altri, è stato affrontato più volte con la serietà che merita, ma con il limite di non aver esteso lo sguardo in misura approfondita alla seconda metà del secolo.

Dobbiamo augurarci che “Storia della scuola trentina” stimoli una nuova stagione di ricerche e di confronti critici che coinvolga le istituzioni culturali trentine, in genere poco attente alla storia dell’educazione o comunque, su questi temi, molto meno attive di quanto sarebbe necessario.