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Ricordo di Riccardo Bellandi

Riccardo Bellandi non era un giovane regista: aveva 44 anni. Ma era ugualmente un giovane regista. Giovane come lo è chi non cede all’opportunismo, alla compiacenza, al consumismo delle idee. Ha raccontato storie senza censure d’opportunità e convenienza; senza mai appiattirsi su ammiccamenti o concessioni di vendibilità.

Possedeva la capacità di rinnovare continuamente lo sguardo sui classici del teatro e della letteratura e anche di colpire il pubblico e la critica quando si occupava di storie e testi contemporanei. Riusciva a muoversi con straordinaria leggerezza tra i grandi drammi della storia, con i suoi eroi e i suoi carnefici, e tra i piccoli drammi quotidiani con le loro amarezze e i loro sorrisi.

Impressionava l’uso registico che faceva dei corpi degli attori, di cui riusciva a evidenziare la plasticità, alla stregua delle sculture e dei dipinti del tardo classicismo, fino a ricorrere a tecniche cinematografiche. Non faceva concessioni, non ammiccava: metteva in scena luci ed ombre non solo dei personaggi e delle storie, ma anche degli attori stessi e di sé.

Ricordo il mio stupore dinanzi all’inaspettata messa in scena di un ostico testo di teatro filosofico come “Unam Sanctam”; la capacità di narrare la nudità e la violenza in “Kebab”; l’eros e l’omosessualità in “Otello”. E ancora ne ricordo l’acuta rilettura della “Vita di Galileo” di Brecht e l’abilità interpretativa in cui l’attore-autore fustigava il pubblico snervandola tra lacrime e sorrisi in “Vita prigioniera”. Riusciva a raccontare con leggerezza talune storie di ordinaria quotidianità come in “Tutto a suo nome” e “Una bella giornata”.

Perdendo Riccardo Bellandi, abbiamo perso un amico ed un’occasione per il teatro italiano.

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