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Storia di rock e di denari

La contrastata carriera di Omar Briani nel mondo dei concerti

Omar è uno di quelli che da “bòcia” suonavano pentole e battipanni alle recite scolastiche o alle feste coi parenti. Avvicinatosi all’età di 4 anni alla tastiera Farfisa del padre e subito tenuto alla larga dalla stessa, fece cambiare idea al genitore quando questi scoprì che il bimbo aveva imparato a riprodurre a orecchio le sigle delle pubblicità viste in televisione, rubando la chiave della custodia della tastiera ed esercitandosi la domenica mattina, quando il padre dormiva. “Ho avuto la febbre della musica fin da ragazzino, quando andavo ai concerti dei Rising Power a Pergine o Caldonazzo. Manco avevo 12 anni... Mi ci portava mio padre e arrivavo talmente presto che aiutavo il gruppo a montare le cose, forse goffamente; ero totalmente inesperto, ma volevo a tutti i costi essere parte di quel preciso momento. Non vedevo il concerto con gli occhi di un semplice spettatore: guardavo le luci, gli impianti, come funzionavano le cose e come si connettevano con altre parti dell’impianto, fantasticavo sul palco che avrei voluto creare se ci fossi stato io...”.

Poi, quando l’età e i mezzi l’hanno permesso, sono venuti i viaggi in nord Europa. Gli eventi live olandesi (su tutti il Graspop) e la Germania: Amburgo, Belingen e i grandi festival europei Wacken e Bang your head.

A quel punto la strada era segnata. E infatti poco più che ventenne, una quindicina di anni fa, Omar dà vita a L’urlo del drago, festival metal che nel giro di pochi anni richiama personaggi di spicco del panorama internazionale. “Se non erro era il 2000; l’estate, sul lago. L’abbiamo fatto alla spiaggia del Pescatore. Che magia è stata...”. (Il festival era in concomitanza con il Palio dei draghi: ecco il perché del nome - mutuato da un famoso film con Bruce Lee ambientato a Roma, n.d.r.). Creavo tutto da me: i contatti ed i finanziamenti degli sponsor, la scaletta delle band, la locandina che disegnavo al computer e facevo stampare, gli accordi con i partner che si occupavano della birra, il palco; si può dire che ho mosso i primi passi in questo mondo ancora teenager!».

“Durante l’edizione del 2001 un promoter che stava lavorando per Eros Ramazzotti ha visto una locandina dell’Urlo del drago a Gardolo ed ha telefonato a casa. Ha risposto mia madre; me l’ha passato e lui, appurato che avevo fatto tutto io, mi ha proposto di punto in bianco di mettermi al lavoro con lui per il concerto che Ramazzotti avrebbe fatto a Bolzano di lì a poco”.

Detto, fatto. Omar diventa responsabile di zona per una ditta del veronese; è a questo punto che conosce le prime difficoltà: i veronesi non pagano e lui si defila, continuando però a collaborare con il trentino Paolo Dorigati, che peraltro faceva parte della stessa società. Nell’attività lavorativa di Omar intervengono nuove figure, come quella di Claudio Paolazzi: “Veniva utilizzato da Dorigati per gestire le fatture per il mio pagamento. All’inizio andava tutto bene, ma a un certo punto, senza motivo, ha cominciato a pagare a mesi, addirittura ad un anno”.

Le cose sono mature (in tutti i sensi) per mettersi in proprio. Omar, fresco di partita IVA, apre la sua ditta: Urlo del drago, ovviamente. I primi lavori sono a Bolzano, per qualche spettacolo in teatro, alla fine del 2001. Decide quasi subito di separare la fornitura delle strutture dal facchinaggio; nasce così una seconda ditta, la Starmusic, che si occupa esclusivamente del noleggio e montaggio di strutture.

Nel frattempo, comunque, Omar fa il roadie a tutti gli effetti, come nella migliore tradizione dei gruppi rock d’altri tempi. Parecchio è il lavoro oscuro: bonifica dei luoghi prescelti per lo spettacolo, montaggio dei telai, predisposizione di impianto luci e impianto audio, allestimento dei camerini, approvvigionamento di cibi e bevande, e così via: tutto ciò che consente infine all’artista di esibirsi in una cornice adeguata. “Dopo cinque o sei anni avevo già lavorato con il novanta per cento degli artisti italiani di fama in circolazione e con la quasi totalità degli artisti internazionali che in quel periodo avevano messo piede sul suolo italico”. Nel 2003 risponde ad un annuncio sul giornale e riceve l’incarico di fornire il service, a Bolzano, per il Notre Dame de Paris di Riccardo Cocciante.

Sembra tutto perfetto: una vita per il rock’n’roll. Purtroppo però i problemi (economici, e non solo) si ripresentano nel 2010, quando Omar lavora con il Centro Santa Chiara. Il Centro Santa Chiara della scellerata gestione Detassis, già assurto all’onore delle cronache per i problemi giudiziari che hanno coinvolto alcuni amministratori e dipendenti (tra i quali, appunto, la vicedirettrice Marisa Detassis e la contabile Alessia Spicuglia).

Del Centro Santa Chiara, per il rock Fausto Bonfanti fungeva da direttore artistico. “Continuava a darmi lavoro, di persona, ma intanto pagava fatture in ritardo, altre le lasciava in sospeso. Sempre di più”. Nonostante l’esperienza maturata, Omar è ancora poco più che un ragazzo: non sa bene come muoversi su un terreno sdrucciolevole che non è il suo. Prova a parlare con Bonfanti, ma non ottiene nulla; coinvolge allora suo padre, il quale a sua volta parla — invano — con Bonfanti. Decide allora di rivolgersi direttamente a Marisa Detassis (allora responsabile amministrativa). Piovono sorrisi, ma non quattrini.

Vista la mala parata, il padre di Omar, ormai in pensione, decide di affiancarlo e di dargli una mano in ufficio e nel recupero crediti. Contatta l’allora direttore del Centro Santa Chiara, Franco Oss Noser, il quale lo rassicura e addirittura lo incoraggia ad alzare i prezzi perché fuori mercato. “Eppure mica prendevo tutti i lavori per il Santa Chiara; anzi, la maggior parte li pigliava la cooperativa ‘Le Coste’; non capivo più cosa stesse succedendo”. Le cose appaiono sotto un’altra luce agli occhi di Omar quando apprende dai giornali che i vertici del Santa Chiara sono indagati per una serie di reati, tra i quali truffa aggravata e appropriazione indebita.

La lettura dei giornali però è una cosa, il recupero dei crediti un’altra: la prima, se mette un po’ di chiarezza tra i brutti pensieri, lascia comunque le tasche vuote. Dunque Omar inizia a mandare lettere a Bonfanti, ai fratelli Dorigati, a Paolazzi. Vuole i soldi che gli spettano.

Paolo Dorigati, nel frattempo, è diventato direttore di produzione per la Showtime di Merano (che opera per lo più a Bolzano) e ha preso con sé Paolazzi. Insieme a loro c’è un altro operatore, Orland (non è il vero nome ndr), vecchia conoscenza di Omar. Anche con Orland, infatti, il nostro ha avuto problemi di natura economica: “Inizialmente mi ha affidato alcuni lavori e mi ha pagato regolarmente. Dopo il concerto di Vasco del 2009 a Bolzano mi ha procurato parecchi lavori nel meranese, pretendendo però che gli dessi in nero una percentuale sulla provvigione. Siccome mi sono rifiutato di pagare e lui non ha avuto il coraggio di insistere, ha cominciato a sua volta a non pagarmi”.

Gli arretrati sono arrivati a quasi 25.000 euro. Ad un certo punto Orland convoca Omar a Vipiteno e prova a sostenere che i ragazzi da lui assunti non sono in regola. Cosa non vera: sono tutti registrati al Servizio Imprese. Una volta capito che non sarebbe riuscito a sfondare nemmeno lungo questa strada, Orland prepara un assegno con la cifra che già aveva in mente per saldare (se così si può dire) il suo debito. Inferiore a quanto originariamente pattuito, e senza appello. Nel 2010 c’è un nuovo concerto di Vasco; va talmente bene, dal punto di vista organizzativo, che Omar riceve i complimenti anche dallo staff milanese del cantante. Orland sembra curarsene poco: “Tu hai fatto un grave errore”, dice a Omar. L’errore è quello dell’anno prima, ovviamente, ossia il tentativo di recuperare il suo credito. L’accordo questa volta è per 16 euro l’ora. Si va in pari con 14. Orland ne propone 13; al rifiuto di Omar, che peraltro aveva già pagato i suoi ragazzi ed era dunque esposto per circa 27.000 euro, blocca il pagamento. Poi spunta un accordo per quattordici euro e cinquanta centesimi: inappellabile, giacché tutto si basava su rapporti esclusivamente verbali.

Come dicevamo, però, a questa storia c’è per fortuna un lieto fine, o qualcosa che gli assomiglia. Dopo la “caduta degli dei” del Santa Chiara, Omar ha ripreso a lavorare massicciamente per il Centro. Con il nuovo referente Piero Fiabane, che “richiede una certa flessibilità” ma paga, puntualmente, ad una settimana. Ha dovuto ripartire da zero, trovare nuovi clienti, ma ora tutto pare filare liscio. Se non sono fiori, dal letame sarà pur sempre nato qualcosa.

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