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L’inarrestabile Petrini e il futuro del cibo

In ritardo di oltre mezz’ora si è presentato, Carlo Petrini, presidente di Slow Food, il 9 maggio all’Auditorium di Lettere per discutere, con un rappresentante della Fondazione Mach, sul futuro del cibo; ma il pubblico gliel’ha perdonato. Dopo le introduzioni di rito, ha subito preso la parola e, con una assoluta volontà di dominare la scena, ha fatto irruzione (non è un eufemismo) con un intervento inarrestabile di quasi due ore, non lasciando spazio al suo interlocutore. Non proprio un gesto di bon ton, visto che, come ha rilevato il moderatore dell’incontro Ettore Paris, un dibattito vero sarebbe stato non solo utile ma necessario: “Non è stato un caso - dice Paris - che quando il pur modesto rappresentante della Fondazione Mach ha posto lo stop (“Il tema di nutrire il mondo si affronta a partire dall’industria alimentare, non dai mercati contadini; non demonizziamo il commercio, è stato il fondamento della civiltà”), lui ha dovuto convenire. Ma poi si è rimesso a 300 all’ora sui suoi binari”.

Petrini

Ad ogni modo, tra intervento e risposte alle domande, Petrini ha tenuto seduti sulle sedie i suoi ascoltatori per ben tre ore. Interessantissima la sua arringa sulle vergogne del nostro tempo (“La più grande è che, pur producendo cibo bastante per 12 miliardi di persone, non si riesce a nutrire i 7 miliardi di popolazione mondiale e in 900 milioni soffrono la fame”), sui giochi economici che stanno dietro alla perdita di biodiversità (l’80% delle sementi nel mondo è in mano a 5 multinazionali), sull’attuale situazione agricola italiana (“disperata!”), sulla perdita di fertilità dei suoli, per non parlare della carenza d’acqua...

Tutto perché il sistema produttivo non difende le popolazioni deboli, non preserva le specie e anzi riduce la biodiversità, in una logica nazista che sta facendo scomparire la professione contadina. E così ogni anno scompaiono 27.000 specie, mentre governi canaglia svendono i terreni africani alle multinazionali. E noi? Noi “non mangeremo computer, né informazione!”.

Insomma parole forti e sacrosante da parte di un uomo che ha saputo puntare il dito, facendosi ascoltare, contro il folle spreco, di cibo, magari perché non risponde ai canoni estetici in voga. Farsi un orto diventa a questo punto “un atto politico”, un appello a tornare a ridare valore al lavoro manuale.

Ma Petrini, nonostante tutto, è ottimista (“Tutto deve ricominciare, ma è già ricominciato”), e sfora il tempo che gli è dato per urlare al mondo che il cibo dev’esser buono, pulito, giusto. Ma poi, inspiegabilmente, non tocca il problema degli Ogm, né spiega come fare perché il biologico non rimanga il cibo di un’élite. Forse perché non si vuole confrontare, anche se di confronto doveva trattarsi. Ma anche questo il pubblico gliel’ha perdonato: si può passare sopra qualche diffettuccio di Carlìn solo per il piacere di stare a sentirlo.

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