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La famiglia Pizzini e piazza del Grano

La nascita della Rovereto moderna

In una relazione stesa intorno al 1670, Michelangelo Mariani, parlando di Rovereto, dice che “non ha Piazza che sia considerabile se non quella che stà piè di Castello, qual serve anche in occasione di milicie per Piazza d’Armi”.

Acquerello attribuito a Giuseppe Maffeotti-Floriani, presumibilmente del 1620

Nella seconda metà del Seicento la parte bassa di Rovereto era un agglomerato probabilmente ancora abbastanza informe di edifici raccolti in “borghi” esterni alle mura. Erano cresciuti nell’ultimo secolo soprattutto lungo le due rogge che scorrevano in destra Leno, fonte energetica per le attività industriali seriche in espansione. La piccola città doveva essere ancora non molto differente da come ce la mostra un acquarello, attribuito circa al 1620 ed a Giuseppe Maffeotti Floriani, conservato all’Archivio di stato di Vienna. Ma nell’arco di un quarantennio del secolo successivo, da metà anni ‘20 a metà anni ‘60, prende forma un sistema di tre piazze adiacenti collegate (piazza del Grano 1723, di S.Carlo 1759, e delle Erbe 1764) che struttura il nuovo centro cittadino “moderno”, con la tipica sensibilità dell’epoca barocca per la scenografia urbana, anche se è una scenografia borghese minore, aliena dall’ostentazione, funzionale e solida ma priva di pompa, che sarà interpretata dalla sensibilità moderatamente classica dei Tacchi, famiglia di costruttori immigrata a Rovereto dalla Lombardia.

Le piazze nascevano mettendo a regime spazi informi e disagevoli che stavano fra la città vecchia ed il fiume Leno, intrecciando iniziative private e scelte civiche, ma senza un vero progetto organico, come sarà invece, qualche decennio dopo, il progetto già più monumentale ed aristocratico del Corso Nuovo - ora Bettini - sviluppato a nord del centro, verso Trento.

La famiglia

Piazza del Grano

La prima di queste nuove piazze a prender forma, conosciuta come piazza del Grano (ora Malfatti), nasce per una classica forma di patronato patrizio da parte della famiglia che - concordando con Michelangelo Lupo - penso si possa considerare la più importante della Rovereto dell’età della seta, i Pizzini. Le prime notizie della famiglia in val Lagarina si rintracciano a fine Cinquecento nei paesi della destra Adige, dove l’avo Bartolomeo Pizzini faceva da procuratore fiscale per i dinasti Lichtenstein della circoscrizione di Castelcorno (Isera), e spesso troveremo membri della famiglia impegnati in professioni “di toga”, ma un altro mestiere che svolgeranno sarà il medico, oltre naturalmente a quello che creava la classe dirigente roveretana del tempo: il traffico della seta.

Due sono le figure che fra Sei- e Settecento porteranno la famiglia al successo internazionale prima, e quindi all’affermazione in città. Il primo è il mercante Giovanni (1617-1686), che dopo fortunate attività commerciali in collaborazione con altre famiglie della nascente aristocrazia commerciale roveretana come i Rosmini ed i Todeschi, apre un negozio di seta a Praga che lo porterà a un rapido successo, non solo economico: nel 1652 infatti consegue la nobiltà del Sacro Romano Impero, mentre la città di Praga lo elegge nel proprio Senato. Scomparso questo Giovanni, la ditta di Praga viene acquisita da un nipote del ramo roveretano della famiglia, il dott. Giulio.

Piazza delle Erbe

Giulio Pizzini (1626-1721) segue la via della professione medica studiando a Salisburgo, laureandosi a Padova ed ottenendo un grandissimo credito professionale (ricorrono a lui l’arciduca e l’imperatrice), tanto da diventare consigliere cesareo e medico di corte. Ma non si disinteressa alla seta: al negozio di seta di Praga affianca attività commerciali anche a Rovereto, tanto che quando acquisterà verso il 1665 alcune case adiacenti ad ovest di via Portici, e comincerà quell’opera di rifusione delle stesse in quello che - grazie al lavoro di 3 generazioni - diverrà lo splendido palazzo di famiglia, nonostante i titoli cesarei e le numerose cariche politiche che otterrà anche a Rovereto (è Provveditore ben 12 volte dal 1660 al 1704), farà installare in casa anche un mangano per la seta e per il lino, e questo dà un’idea di cosa fosse la classe dirigente roveretana del tempo.

La piazza

Il ristorante vegano di piazza del Grano

Ma torniamo adesso alla piazza: saranno i due figli del dott. Giulio - Gian Giacomo (1669-1734) e Orazio Antonio (1677-1737) - a crearla, a partire dagli anni ‘20. Chi nei primi anni del Settecento usciva da via Portici verso nord, per continuare doveva avventurarsi per un percorso disagiato sotto le mura della città, rasentando edifici produttivi, attraversando ortaglie e superando su un ponticello la roggia interna, dove - c’è giunta memoria - “più di un carro si trovava d’un tratto sbalzato in acqua”. I due fratelli Pizzini acquistano il terreno che sta fra il loro palazzo e le mura della città, rivendono la parte che fronteggia il loro palazzo al costruttore Bernardo Tacchi perché delimiti lo spazio ad est con due edifici dignitosi, coprono la roggia e nel mezzo creano a loro spese una piazza pavimentata, su cui si affaccia la cappella gentilizia che fanno costruire di fronte al loro palazzo (dedicata alla Madonna dell’aiuto), e due porte merlate che collegano via Portici ed il vicolo che sale alla città vecchia con l’alto caseggiato preesistente a sud, lungo la roggia, che era stato sede del primo filatoio ad acqua aperto in città nel 1580 dai mercanti Verlöger di Norimberga.

Ecco creata la prima delle tre piazze scenografiche del ‘700 roveretano, quella che ancor oggi possiamo osservare nella sua veste originaria, perché gli edifici attuali sono rimasti quelli che c’erano a fine XVIII secolo, mentre sia su piazza delle Erbe, che su quella di S.Carlo non manca un bel condominio postbellico.

Il palazzo

Salone di Palazzo Pizzini (dal volume “Rovereto città barocca, città dei lumi”)

Il vero pezzo forte di piazza del Grano è il palazzo Pizzini, che Michelangelo Lupo definisce “il più bel palazzo rococò di area trentina”. Abbiamo visto che nasce per agglomerazione/rimaneggiamento di tre case preesistenti, ed offre alla piazza non il portale d’ingresso ma una fiancata, per quanto leggiadra. È probabilmente per impulso del figlio di Gian Giacomo, Gian Giulio (1719-1779), insignito del titolo baronale nel 1754 dall’imperatore Francesco I, che negli anni ‘60 il palazzo viene trasformato internamente per adeguarlo allo stile rocaille, con ricche decorazioni a stucco entro le quali sono realizzati affreschi dal pittore Orlando Fattori di Ala.

Gian Giulio è un tipico esponente della Rovereto arcadica e razionalista, appassionato di musica e buon musicista lui stesso (accoglierà anche Mozart nel suo palazzo), è fra i primi accademici Agiati, e possiamo dire che al suo tempo le mura del palazzo Pizzini (assieme all’Accademia degli Agiati) vedranno anche nascere la poesia dialettale trentina, dato che il barone Gian Giulio sceglierà come cappellano di famiglia, facendone anche il precettore dei suoi figli - con “stanza e mensa” in palazzo - il sacerdote Giuseppe Felice Givanni (1722-1787), fecondo primo poeta dialettale trentino, d’ispirazione vivacemente riformista.

I figli del barone, Gian Giacomo (1754-1819) e Orazio (1749-1819), saranno entrambi personaggi centrali del loro tempo. Orazio seguirà la carriera politica, diventando vice-Commissario ai confini d’Italia, Gian Giacomo seguirà invece la carriera ecclesiastica e sarà il primo roveretano ad aver accesso, a 24 anni (nel 1777), a quello che è stato il cuore politico del Principato Vescovile di Trento, il Capitolo del Duomo, dove diverrà il più stretto collaboratore dell’ultimo principe-vescovo Pietro Vigilio Thun, e desterà il sospetto delle satire popolari del tempo di volergli addirittura succedere; se non che la fine del principato vescovile, dopo otto secoli, mette fine anche alle sue ambizioni, così come al cursus honorum della famiglia Pizzini. Ma non prima di aver ospitato nel palazzo di Piazza del Grano nientemeno che un papa: reduce da Vienna, dove era stato a litigare con l’imperatore Giuseppe II, il 10 ed 11 maggio 1782 il papa Pio VI viene infatti ospitato nel palazzo, dalle cui finestre saluta una folla di migliaia di persone accorse da tutto il circondario.

Oggi piazza del Grano è il cuore del centro storico di Rovereto, ed in questo inizio di 2014, fra le attività che vi si affacciano, ha visto chiudere la gloriosa libreria Blulibri sul lato sud della piazza, ed invece aprire, proprio a piano-terra del palazzo Pizzini, un ristorante vegetariano (vegano), un nuovo tipo di locale per Rovereto. La vita continua insomma.

* * *

Per approfondire, vedi il saggio di Michelangelo Lupo nel volume “Rovereto città barocca città dei lumi” (Temi, 1999) per quanto riguarda le questioni architettoniche, e il datato ma ancora utile “La famiglia Pizzini di Rovereto” di Quintilio Perini (Tipografia Grandi, 1906).

L’archivio salvato

Salone di Palazzo Betta (dal volume “Palazzo Betta Grillo” di A. Frisinghelli)

Nella prefazione della sua storia della famiglia Pizzini, del 1906, Quintilio Perini dice di aver potuto consultare i documenti dell’archivio di famiglia “gentilmente messomi a disposizione dal chiarissimo baron Giulio”. A quella data dunque l’archivio era conservato con cura dalla famiglia stessa, e fatto consultare ai richiedenti.

Oggi solo parte di quell’archivio è pervenuto - fortunosamente - ad un istituto di conservazione, il Museo storico del Trentino, a Trento. Una parte - non si sa quanto grande - è stata buttata come immondizia nel 1981 dall’impresa edile che aveva intrapreso il restauro di palazzo Pizzini (venduto dagli ultimi eredi, trasferitisi nel bresciano), e trovando casse di documenti nel sottotetto ne aveva iniziato l’eliminazione assieme al resto del materiale di risulta prodotto dall’inizio dei lavori.

Un’inquilina dell’immobile, notando antichi documenti mescolati al materiale che l’impresa stava eliminando, avvisa lo storico roveretano Quinto Antonelli, che si precipita a controllare. Trova appunto l’archivio Pizzini in via di eliminazione e convince l’impresa a consegnarlo a lui invece di buttarlo via. Quinto poi, a sua volta, gira quanto rimane del prezioso archivio (ancora notevole) al Museo storico di Trento (allora Museo del Risorgimento). Ma una parte dell’archivio secolare della famiglia forse più importante della città, ricchissimo e ben conservato fino almeno agli inizi del XX secolo, era già andato al macero: quel pezzo di storia roveretana non sarà più documentabile.

Palazzi aperti

Dal 9 al 17 maggio si è tenuta la manifestazione “Palazzi aperti”, a Rovereto quest’anno dedicata a “Il ‘700 a Rovereto”. Sono stati aperti alle visite alcuni fra i più interessanti edifici roveretani del XVIII secolo. Anzitutto il Teatro comunale Zandonai, che riapre messo a nuovo da un lungo e costoso restauro, poi Il palazzo del Grano che ospita la Biblioteca civica e dunque è ben conosciuto dagli utenti, ma che per l’occasione ha aperto alle visite spazi in genere chiusi come i magazzini. E poi ancora il palazzo Rosmini, sul Corso, amplissima residenza patrizia che conserva ancora, almeno in parte, arredi originali; ed infine il palazzo Betta - nell’ex Borgo S.Tommaso (S.Maria) - primo esempio in città di residenza patrizia suburbana non inserita in schiera architettonica, ricchissimo di apparati decorativi ma privato e quindi abitualmente non visitabile.

La visita a quest’ultimi due palazzi è stata anche l’occasione per la presentazione di due nuovi volumi ai palazzi dedicati: “Palazzo Betta-Grillo a Rovereto: storia di un’antica dimora e del suo patrimonio artistico” di Andrea Frisinghelli (edizioni Osiride) e “Casa Rosmini a Rovereto: note del passato pensando a un museo futuro” di Enrica Ballarè (edizione dell’Università di Trento).

Per la promozione di Rovereto negli ultimi anni si è sempre puntato sul MART e quindi su un’immagine di modernità (soprattutto futurista), in realtà poco calzante con la vera immagine che Rovereto ha da offrire di sé, quella di una cittadina proto-industriale della prima età moderna, che nel corso del Settecento ha conosciuto una riqualificazione urbanistico-architettonica grazie all’attività costruttiva promossa da un patriziato arricchitosi col commercio della seta. L’iniziativa “Palazzi aperti” di quest’anno - pur limitandosi appunto ad alcuni casi di edilizia residenziale o pubblica, ma senza alcuna apertura a testimonianze d’archeologia industriale (difficili da proporre dopo le manomissioni otto-novecentesche, ma non proprio impossibili) - ha potuto dare un’idea dell’interesse che potrebbero riscuotere anche percorsi guidati mirati alla Rovereto della seta (secoli XVII-XVIII).

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Corso Nuovo (oggi Bettini): metafora del ‘700 roveretano

Commenti (2)

conoco bene Rberto Antolin

Prof. Franchini, vedo solo ora il suo commento e mi dispiace non aver così risposto in tempo. Conosco naturalmente molte sue pubblicazioni (temo non tutte) sull'argomento, anche quella che lei cita. Il problema è solo che questo articolo non è uno scritto scientifico ma solo divulgativo, così alla fine non compare una bibliografia ma solo una sommarissima indicazione di ulteriori letture per chi, a partire dalle pagine di QT, volesse approfondire. Chi lo facesse e prendesse in mano il saggio di Lupo, lì troverebbe appunto anche le indicazioni per i suoi lavori. Mi scusi ma credo che sulle pagine di QT non si potesse fare di più. Roberto Antolini

Commento Lucio Franchini

Gent. sig. Antolini,
mi spiace che non abbia fatto capo anche al mio testo, peraltro citato a iosa dall'architetto Lupo, relativamente alle architetture dei Tacchi e all'importante apporto di questi alla trasformazione urbanistica di Rovereto. Purtroppo la Biblioteca Civica conserva soltanto una fotocopia del testo perchè non ebbi la possibilità di donarne una di stampa avendone personalmente una sola. In ogni caso l'indicazione bibliografica è la seguente:
L. FRANCHINI, Costruttori comaschi a Rovereto dal Rinascimento al Settecento, in Magistri d’Europa, Atti del convegno (Como 23-26 ottobre 1996), a cura di S. Della Torre, Como 1997.
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