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Linguaggi plastici del XX secolo

Confronti inediti tra scultura e pittura del ‘900

Si può lavorare con materiali più o meno noti, e in qualche caso celebrati, cercando e trovando legami e scambi di energia inediti. Lo vediamo nella mostra da poco inaugurata alla Galleria Civica di Trento (“Linguaggi plastici del XX secolo”, a cura di Michelangelo Lupo, aperta fino al 21 settembre), dove l’idea di rivisitare l’opera di cinque scultori trentini del secolo scorso è evoluta in un’operazione più ampia e stimolante di quello che poteva essere il semplice confronto tra di loro. Nella quale operazione è peraltro incluso l’intento di valorizzare una figura meno indagata, quella di Mauro Decarli, scomparso nel 2008, che appartiene ad una generazione diversa dai quattro autori che lo accompagnano: Fausto Melotti, Othmar Winkler, Eraldo Fozzer e Alcide Ticò.

Othmar Winkler, Uomo che batte la falce (1958)

La mostra non si preoccupa di ricostruire il percorso di ogni scultore, ne isola alcuni cicli. Ma ciò che la differenzia da una normale retrospettiva è soprattutto la scelta di far interagire le sculture con numerose opere pittoriche di maestri del ‘900 italiano ed europeo, provenienti dalle collezioni del Mart.

Il confronto e il dialogo agiscono a più livelli e in direzioni diverse, secondo criteri tutt’altro che schematici. Nel caso di Melotti, in cui si fondono leggerezza e spirito matematico, fantasia e musicalità, si trattava di accompagnarlo con opere che sapessero dialogare con quel suo stare miracolosamente a cavallo tra astrazione e narratività. Allora i monocromi di Mario Schifano e di Piero Manzoni, dei primi anni Sessanta, ci parlano di sensibilità, quasi coeve, per un’astrazione a forte valenza concettuale, mentre invece il “personaggio” di Juan Mirò sembra essere quasi un’estensione pittorica delle figure aeree e filiformi che abitano il Giardino pensile di Melotti, ed anche la coppia di dipinti di Mariano Fracalossi si rapporta al versante in qualche modo narrativo di taluni “teatrini” del grande roveretano.

Ma guardiamo, ad esempio, le scelte di accostamento che riguardano Alcide Ticò, uno scultore che già nella seconda metà degli anni Trenta aveva ottenuto una certa affermazione come figurativo e ritrattista, ma che in età matura, rientrato in Trentino dopo lunghi anni di attività a Roma e a Capri, si volse all’astrazione. La mostra sceglie appunto il ciclo della scultura astratta, tra gli anni Settanta e Ottanta, e l’accompagna con quattro diverse ricerche pittoriche non figurative: da un lato quelle di Prampolini, Magnelli, Caporossi, dove i richiami di forma e colore sono in qualche caso sorprendenti e fanno pensare se non ad una riflessione mirata di Ticò intorno alla ricerca squisitamente formale di quei pittori, ad un registro di sensibilità estetica profondamente condiviso; oppure gli angoscianti viluppi di Scanavino (1961), che pur discostandosi non poco dalle levigate forme dello scultore trentino e dalla loro austera pacatezza, ne condividono però un sentore di arcaico mistero.

Certi accostamenti riescono cioè ad innescare qualcosa di più di parentele formali, confrontano degli stati d’animo.

Nel caso di Mauro De Carli, che fu sensibile allievo di Marino Marini, viene fatta una duplice operazione: la prima, una sorta di breve percorso a soggetto, il torso maschile, dove il confronto è col Pugile del 1933 dello stesso Marini ed un bronzo del 1977 di Othmar Winkler, ci parla delle sue radici culturali; la seconda e più ampia, ripropone il gioco di sollecitazioni con grandi pittori, ad esempio Giorgio De Chirico, e ci fa vedere probabilmente il lato più personale di De Carli, la sua interpretazione della figura femminile come di un essere che forse è mitico, ma non nel modo che emerge dal mondo pittorico di quel maestro: qualcosa di insieme più arcaico e ludico, palpitante di vita ed ironia nella sua sostanza calda ed inquieta, libero di non aderire ai canoni della società contemporanea.

I lavori di piccolo formato di Eraldo Fozzer dialogano con Sironi, e i suoi cavallini non potevano non richiamare un confronto con quelli di De Chirico; ma le opere di Othmar Winkler sono quelle che si prestano di più ad una pluralità di convincenti confronti, anche inattesi: Il grande pensatore (1988) con Due figure mitologiche (1927) di De Chirico, e, ancor più ardito e stimolante Il calcio (1962) con il capolavoro di Carrà Le figlie di Loth (1919), l’espressionismo dei suoi tori e figure umane con la pittura di Savinio, oppure col San Giocanni Battista (1930) di Tullio Garbari.

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