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Locke

Coinvolgente, malgrado tutto

“Locke”

Inghilterra. Locke, un ingegnere edile, smonta dal lavoro. Esce dal cantiere, è sera, ormai buio, sale sul suo moderno e lussuoso Suv, e si immette nell’autostrada che lo conduce ad un ospedale di Londra. Attraverso le telefonate che si susseguono si comprende la sua situazione: Locke va ad assistere al parto di una donna con la quale ha avuto una relazione per una sola notte sette mesi prima, e così anche ad assumersi la responsabilità della paternità del nascituro. Il parto è prematuro, imprevisto, e l’ingegnere non ha avuto modo di parlarne con la moglie e i figli; deve quindi spiegare adesso, per via telefonica, la situazione e la sua decisione. Per questo, inoltre, abbandona il cantiere dove il giorno dopo deve svolgersi la più grande colata di cemento mai effettuata in Europa. E lui è il principale responsabile. Quindi Locke deve parlare con la moglie e i familiari ignari e sconvolti; con la partoriente, una donna adulta ma fragile e particolarmente impaurita dal travaglio; infine con i superiori che lo licenziano infuriati e i sottoposti che devono sostituirlo e cercano di aiutarlo, ancorché spaventati a morte dalla responsabilità. Tutto secondo il classico: prendi un personaggio, lo metti nei guai fino al collo e vedi come se ne tira fuori.

Ma Locke è fondamentalmente un film su alcune idee singolari. Non nel senso di strane, bensì singole, uniche. C’è un solo attore in tutto il film, cosa rara al cinema, meno in teatro. C’è unità di spazio: un solo ambiente, quello dell’auto dove si trova e della strada che percorre. C’è una sola situazione: il protagonista che parla al telefono con vari interlocutori. C’è l’unità di tempo, tutto si svolge nei reali 85 minuti del viaggio. E, fondamentale, c’è una sola idea, ma forte: l’assunzione di responsabilità di un uomo nei confronti delle sue azioni, degli altri e, nello specifico, della paternità.

Una figura maschile che riscatta un po’ tante altre che sono state presentate e criticate negli ultimi anni di cinema. Finalmente.

Si potrebbe pensare all’adattamento di una pièce teatrale, ma non è così, per fortuna. La dimensione squisitamente cinematografica si evidenzia nelle riprese, da diverse angolazioni, ma tutte sul protagonista nell’auto, che creano un’intimità che è riflesso di quella dell’animo, in una forma che in teatro non sarebbe possibile. Intimità che accumula problematicità e tensione crescente per la delicatezza della situazione e per il rigore morale che il protagonista ha deciso di assumere.

Si potrebbe anche obiettare che il tempo delle telefonate è un po’ troppo continuativo e compresso, avvicendandosi senza soluzione di continuità. Ma è un dettaglio: il film funziona perfettamente e vince le sue sfide coinvolgendo lo spettatore che passa da un iniziale possibile filo di noia a una compartecipazione convinta col protagonista e la sua situazione.

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