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Il bruto (II parte)

Foto di Antonello Veneri

Dichiarerà poi che mi seguiva fin da via Belenzani. Quel diciannove settembre, una giornata limpida e fresca, poco dopo le otto camminavo a passo lesto verso il mio ufficio in piazza Silvio Pellico. Per timidezza e sgradevoli precedenti, evitavo di guardarmi attorno, tenendo gli occhi rasoterra. Premendo un certo campanello, il portone si apriva automaticamente, ma quel mattino non fece in tempo a richiudersi; subito dopo di me entrerà un tipo ricciuto, basso e tarchiato con un rotolo bianco in mano. Potevano essere copie eliografiche o carte bollate, era plausibile, perché in quello stabile c’erano uffici tecnici e amministrativi.

Si metterà accanto a me in attesa dell’ascensore, bloccandomi l’unica via di fuga. Ricordo di aver pensato che sarebbe stato meglio salire a piedi, ma mi avrebbe comunque agguantato alle spalle sulle scale. Ero prescelta, non avevo scampo, lo intuivo, e quindi aspettai, in posizione difensiva.

Arrivato l’ascensore, entro e mi giro, chiedendo a quale piano vada. Ha un sorriso malato che gli fa increspare le labbra. Non sale, stende il braccio, mi spinge e mi blocca contro la parete dell’ascensore. Con la mano destra mi afferra il seno sinistro piantandomi le unghie, mentre strabuzza gli occhi fiammanti. Urlo, doppiamente pugnalata, e lui sogghignando inizia a scappare. D’impeto, con determinazione, lo rincorro, convinta che “questo” l’avrei fatto arrestare, riflettendo quindi velocemente su quale strategia attuare.

Decido di non urlare che mi ha messo le mani addosso, è complicato, e poi mi vergogno moltissimo. Lo inseguo, ma non c’è nessuno in vista. Nella piazza, davanti a un’edicola, vedo infine due uomini fermi e attraggo la loro attenzione gridando: “Al ladro, al ladro... fermatelo!”. Quando li vedo captare le mie urla, esitare per un attimo, per poi iniziare a rincorrerlo, mi fermo tremante, scossa. Il coraggio lascia affiorare una paura bambina, l’incoscienza smaschera la consapevolezza adulta. Accorre molta gente, poi mi accompagnano in Questura, dove racconto dell’aggressione, e poi mi portano al Pronto Soccorso. Il medico che mi visita costaterà che sembravo graffiata da un orso, tanto erano profonde le unghiate sul seno, nonostante avessi maglia, camicia e intimo. Poi i fatti si svolsero come in un giallo. I due che lo rincorrevano lo videro salire su un’automobile, partita poi a gran velocità. Dal numero di targa fu rintracciato il proprietario, che risultò completamente estraneo. Un uomo, in evidente stato di agitazione, gli aveva aperto la portiera gridando: “Aiuto, sto male, un infarto, mi porti in ospedale!”. Poi in quella zona era voluto scendere dicendo di stare meglio e che comunque abitava lì vicino.

Uno dei signori che lo aveva inseguito gestiva un negozio in piazza Pellico e ne aveva riconosciuta la fisionomia, simile a quella dei suoi fratelli, che abitavano in San Martino. Grazie alla sua testimonianza, nel pomeriggio il mio aggressore fu catturato e incarcerato. Il giorno dopo i giornali riportavano l’arresto del bruto dell’ascensore, che avrebbe messo fine al susseguirsi di attacchi ai danni di donne sole. Fu accusato di atti di libidine violenti, lesioni e percosse; sostenne che agiva spinto da raptus improvvisi. Alla confessione spontanea seguì quella pilotata dal difensore. Ammetterà solo due episodi: quello nella chiesa di Santa Maria e la mia aggressione.

Del processo ho ricordi contrastanti e un’amarezza da adolescente costretta in un vortice più grande di lei. L’avvocato difensore spudoratamente ci descrisse come: “Belle ragazze con i jeans attillati, quasi a cercarsi problemi”. Come impossibile risarcimento chiesi simbolicamente una lira, per aiutarlo a non peggiorare l’imputazione. L’anziana madre del bruto, accusata di essere l’origine dei rapporti malati con le donne, si disperava in aula agghiacciando tutti: “Figlio mio, disonorati ci hai!”. Lui, angelico, ricci domati, giacca e cravatta da prima comunione, mi chiederà pubblicamente scusa, zittito immediatamente dal giudice. La sentenza lo condannò a due anni di reclusione: sei mesi di carcere e diciotto mesi di manicomio criminale. Tanti anni di riflessione per me, invece, vittima diventata carnefice, convinta che nessun disturbo mentale si possa curare con la costrizione.

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