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Le bacchettate del vescovo

Il vescovo di Trento mons. Bressan, lo abbiamo spesso definito “prezzemolo” per la levità con cui compare in millanta manifestazioni, inaugurazioni, eventi, dalla mostra d’arte alla fiera alla nuova seggiovia, sempre sorridente e in sostanza nulla dicente. Una presenza che si vorrebbe autorevole ma che sa essere solo discreta; e sostanzialmente inutile.

Anche per questo ha fatto scalpore il suo intervento a gamba tesa, in un’intervista di due pagine sul settimanale diocesano Vita Trentina, contro la legge provinciale sull’omofobia. Legge che, ricordiamolo, vorrebbe attuare tutta una serie di percorsi culturali per prevenire le discriminazioni sul lavoro e le persecuzioni, piccole e grandi, cui sono sottoposti coloro che hanno un orientamento sessuale diverso da quello tradizionale. Bressan, dopo un inizio intonato al solito benaltrismo “ben altri sono i problemi urgenti del Trentino”, noto refrain recitato per non combinare niente, ci va giù duro, “la maggiore criticità è che la Provincia autonoma di Trento appare abbracciare l’’ideologia del genere’, cioè il diritto di scegliersi a quale genere appartenere”; “la Pat si affiderebbe alle associazioni gay-lesbiche” (coinvolte nella propaganda anti-omofoba ndr); e poi “in più passaggi si parla di indottrinare i ragazzi nella scuola” cioè a scuola gli si vorrebbe - ohibò - insegnare il rispetto del diverso.

Quello che però qui ci interessa non è tanto il pensiero del vescovo - su cui comunque QT si riserva di tornare - ma i suoi effetti sul mondo politico. Sì, perché l’intervista ha avuto un effetto dirompente a Palazzo, facendo mettere in mora una legge che sembrava invece avviata a una scontata approvazione. Si sono ringalluzzite le opposizioni di centro-destra, hanno sbandato vistosamente Patt e Upt, è entrato in crisi il Pd.

Ora, se da una parte è giusta e anche doverosa l’attenzione ai pareri delle realtà culturali esterne alla politica, tutt’altra cosa è invece subirne i diktat. Significherebbe non avere idee, convincimenti propri.

Ed ecco quindi il capogruppo Baratter del Patt: “ho firmato il disegno di legge contro l’omofobia non perché lo condividessi, ma perché mi è stata chiesta una firma tecnica dal Pd” e comunque “per il Patt l’intervento del vescovo ha un valore”. Solo un po’ meno prono l’Upt, dove il capogruppo Passamani applica il contorsionismo: da una parte, secondo i dettami vescovili, proclama che “in Trentino in questo momento vi sono problemi più urgenti”, dall’altra “il contrasto alle discriminazioni determinate dall’orientamento sessuale è un passaggio estremamente importante che merita il dovuto approfondimento” e quindi si mena il can per l’aia.

E il Pd? Come ha reagito il maggior partito?

Mentre il senatore Giorgio Tonini, cattolico, dopo aver premesso “non conosco da vicino il disegno di legge” proclamava “il vescovo va ascoltato”, il capogruppo in Consiglio provinciale Alessio Manica obiettava “la politica dovrebbe decidere senza sentire il parere della Chiesa”. Solito schieramento cattolici contro laici dentro il Pd? Non proprio, questa volta le differenze sembrano saltate. Il cattolico Luca Zeni: “Il ddl parla di discriminazioni. Siamo d’accordo o no che una persona possa scegliersi chi vuole che lo assista quando è ricoverato in ospedale? Il vescovo è legittimato come tutti i soggetti interessati a intervenire, ma poi la politica deve essere capace di scegliere. Come diceva De Gasperi: ‘ascolto ma dissento’”. Un altro cattolico, Mattia Civico, addirittura primo firmatario della legge “Si sta costruendo la rappresentazione di uno scontro ideologico tra laici e cattolici. Non ha ragione d’essere. Il tema dei diritti civili, della dignità della persona sono proprio il luogo dove cultura laica e cattolica possono incontrarsi.” Anche il deputato Michele Nicoletti, cattolico anch’egli, da una riunione del Consiglio d’Europa definisce “civilissimo” il ddl sull’omofobia, “oggetto di critiche che la Corte europea dei diritti dell’uomo spazzerebbe in cinque minuti. Bisogna andare avanti sulla strada di una più forte tutela dei diritti delle persone anche in Trentino”.

Non sappiamo, mentre andiamo in stampa, l’esito delle trattative in Consiglio, tese ad ammorbidire Patt e Upt limitando la prevista collaborazione di Arci-Gay e Arci-Lesbica nelle azioni di sensibilizzazione antiomofobica. In buona sostanza i due partiti temono che gay e lesbiche vadano nelle scuole, non tanto a rivendicare il diritto a non essere discriminati, ma soprattutto a fare proselitismo.

Che dire?