Un anello di led: ed è subito pace

Monumento alla Vittoria... della convivenza e della democrazia

Un nuovo museo a Bolzano, un museo all’inglese, gratuito. Inaspettatamente affollato. Nei giorni in cui nel nuovo quartiere Firmian apre la scuola “Alexander Langer”, che contiene due plessi, uno italiano e uno tedesco: non sembra più Bolzano. La piccola esposizione che occupa dal 21 luglio la cripta sotto il monumento alla vittoria, è l’unico museo di storia del ‘900 degno di questo nome nella provincia. I politici hanno lasciato lavorare in pace un gruppetto di storici di entrambi i gruppi linguistici, e loro ci hanno tolto un peso dal cuore. Non hanno tolto niente, creando un percorso informativo semplice e leggero. Non c’è tutto, ma è perfetto, e un tocco di ironia aiuta a superare l’impossibile vista dei grandi fasci-colonne dell’ara sacrificale che costituisce il disegno del monumento fascista. Intorno a una di esse è stato messo un anello con la scritta rossa “BZ ‘18-’45 un monumento una città due dittature” che scorre in tre lingue (la terza è l’inglese, non il ladino). Nella cripta sulle pareti sono rimasti intatti gli affreschi di Guido Cadorin raffiguranti le Custodi della Patria e della Storia, e le scritte di Cicerone e Orazio che celebrano il sacrificio per la patria, ma scritte di luce ne distraggono il messaggio sovrapponendo frasi come: Nessuno ha il diritto di obbedire, Infelice il popolo che ha bisogno di eroi, Il dovere del patriota è proteggere la patria dal suo governo (Arendt, Brecht, Paine). Led, non laser: costano meno e si vedono di più. La modernità per dissacrare il messaggio fascista. Poi documenti, foto sui momenti principali della storia del manufatto e del Sudtirolo negli anni difficili (www.monumentoallavittoria.com).

Hannes Obermair, direttore dell’archivio comunale, uno degli studiosi protagonisti dell’operazione, ha parlato di “caduta del nostro muro”.

Non si sapeva come avrebbero reagito gli estremisti, ma soprattutto la cittadinanza, da tempo disgustata dalla strumentalizzazione dei simboli del passato, tanto da diventare indifferente. Invece il successo di pubblico, solo in parte dovuto al clima inclemente che spinge alla ricerca di distrazioni culturali, ha spazzato via non solo le patetiche critiche del partito di Eva Klotz e di Casa Pound, ma ogni dubbio sulla civiltà degli abitanti di Bolzano, tanto pazienti di fronte alle marce degli Schützen e alle urla dei quattro gatti ancorati al folklore fascista, ma anche di fronte a una classe politica incapace di affrontare cose che la gente risolve ogni giorno convivendo, a dispetto della politica della separazione etnica. Gli esponenti sparsi della destra italiana si sono rivolti a Sgarbi per l’offesa recata ai fasci con l’anello luminoso (approccio respinto brillantemente con contestuale attacco al Museion). Obermair ha frenato anche chi ora vuole “andare avanti”, come il sindaco (che invece di godersi il successo si fa movimentista) e cambiare il nome della piazza, dopo il tentativo andato male nel 2001 per la goffaggine e la prepotenza della politica comunale. Il monumento, ha detto, ora è storicizzato, “non è più un manufatto violento”, ora la piazza della vittoria significa la vittoria della convivenza e della democrazia e di tante persone coraggiose che hanno voluto che cambiasse. Parole di cui i politici dovrebbero far tesoro. Chissà.

Sembra passato un secolo...

Il successo dell’operazione sarebbe stato impensabile vent’anni fa, hanno detto Ulrich Prugger e Alfons Demetz che hanno curato l’allestimento del museo. È vero. Sembra passato un secolo da quando un mio film documentario (Una città per un monumento, RAI, 1981) andò in onda solo perché intervenne la Commissione parlamentare di vigilanza. Prefetto, direttore della Rai, e l’assessore alla cultura non volevano che quella storia venisse raccontata, nel silenzio della Volkspartei. Sono lontani anche i tempi (1990) di quando per la prima volta si cercò di musealizzare il monumento. Con la mozione del Consiglio provinciale n° 82, approvata a larghissima maggioranza, fu insediata una commissione, con rappresentate tutte le parti interessate: la Sovrintendenza ai beni ambientali e architettonici di Verona e due docenti di architettura di Venezia per lo Stato; un insegnante di storia, il direttore dell’Archivio di stato di Bolzano e un tecnico per la Provincia; tre nominati dal Comune. Era una commissione della speranza in un tempo di speranza per l’autonomia, vicina alla chiusura del “pacchetto”. L’obiettivo era così riassunto: “Superare il passato: dal monumento-simbolo al monumento storico”. La proposta finale prevedeva fra il resto la “ridedicazione del luogo e allestimento di uno spazio museale in loco, con esposizione di reperti documentali sui due monumenti e sui più significativi eventi accaduti a Bolzano e nell’Alto Adige in seguito al trionfo dei nazionalismi dall’inizio del secolo alla fine della Seconda guerra mondiale”. La commissione lavorò dall’11 giugno 1991 e il 10 giugno ‘92 consegnò la relazione finale. Due giorni dopo, si concludeva la vertenza altoatesina di fronte all’Onu, col rilascio della quietanza liberatoria.

Un momento magico? Per coloro che erano stanchi delle diatribe in piazza Vittoria, rare, ma sempre sorprendentemente rumorose, fossero la deposizione di corone da parte della destra italiana o marce a passo dell’oca degli Schützen, per coloro che consideravano offensiva la sopravvivenza di un monumento fascista senza spiegazioni, la speranza divenne delusione. Il presidente Durnwalder mise il risultato della commissione in un cassetto e il plastico della sistemazione urbanistica della piazza nella soffitta di palazzo Widmann. Inutili le interrogazioni sulle sue intenzioni (anche da parte di chi scrive, a quel tempo in Consiglio provinciale). Meglio di lui fece il generale di corpo d’Armata Pasquale de Salvia, cui va il merito della decisione, presa nel 1997, che il monumento non fosse più usato come sede per le cerimonie militari. Anni di piccoli attentati, di manifestazioni e contromanifestazioni e soprattutto di ostile indifferenza da parte del partito etnico verso chi voleva cambiare. Troppo comodo avere un simbolo da sbattere in faccia al nemico da evocare qualche mese prima di ogni elezione. C’è voluta la marcia notturna degli Schützen del 2012 perché ci fosse un risveglio. Il tranquillo nuovo presidente si è fidato degli storici. Ha preteso che anche gli altri problemi, come il duce a cavallo in piazza del Tribunale venga risolto. Anche qui spunteranno i led, soluzione efficace, indolore, poco costosa. Probabilmente sul bassorilievo che contiene le scritte “Credere Obbedire Combattere” scorrerà una frase di Hannah Arendt: “Nessuno ha diritto di obbedire”. Durnwalder aveva dichiarato che sarebbe andato lui di persona a tirare giù il Mussolini a cavallo (che pesa diverse tonnellate); il suo successore lascerà che un colpo di luce sventi il rischio del fascino del male.

Piccola cronaca del monumento

10 febbraio 1926: la Camera decide di costruire il monumento a Bolzano; il 12 luglio, nel 10° anniversario dell’uccisione di Cesare Battisti, il re pone la prima pietra del monumento, che tuttavia sarà dedicato non solo all’irredentista trentino, ma alla celebrazione del trionfo della “stirpe in armi”.

12 luglio 1928: si inaugura il monumento, con cerimonie, autorità, bande e sfilate in costume. La vedova di Battisti, Ernesta Bittanti, non partecipa e protesta per la presenza del busto del marito. Il discorso del ministro Giuriati viene trasmesso in diretta dalla Stazione EIAR di Bolzano, la quarta in Italia, aperta lo stesso giorno. Durante l’occupazione nazista e nel dopoguerra, il monumento viene usato come sede di cerimonie militari e civili.

Febbraio 1971: su iniziativa dei socialisti, viene fondato un Comitato antifascista cui prendono parte diversi partiti, sindacati e associazioni, fra cui l’associazione partigiani. La Svp chiede l’immediato abbattimento del monumento e di tutti gli altri simboli architettonici del fascismo a Bolzano.

30 settembre 1978: attentato al monumento con 3 chili di dinamite. Il 6 ottobre Camillo Battisti, figlio di Cesare, denuncia il falso storico della presenza dell’erma del padre in un monumento dal significato nazionalista e fascista e propone che venga posta sullo stesso una poesia intitolata “Der letzte Krieg”, l’ultima guerra, in cui si invoca la pace fra i popoli, di Georg Herwegh, poeta e rivoluzionario, autore dell’inno tedesco dell’associazione generale dei lavoratori. Ripete anche la richiesta della sorella Livia, di piantare rose bianche davanti al monumento per ricordare la resistenza antinazista in Germania, e di allontanare i busti dei tre irredentisti, Battisti, Damiani e Chiesa.

4 marzo 1979: Franz Pahl capo della gioventù della Svp digiuna per due giorni contro il restauro del monumento. Giovani della Svp-Jugend e italiani di destra si fronteggiano minacciosamente, nell’indifferenza della città. Il 10 marzo viene distrutta da una bomba la tomba di Ettore Tolomei. Egmont Jenny parla di “riuscito tentativo di avvelenare il clima etnico” con attentati e manifestazioni di “politica teatrale”. “Si capisce - scrive - che gli organizzatori di queste azioni e i loro mandanti politici non vogliono la demolizione o la trasformazione del monumento alla Vittoria, al contrario. Queste forze hanno bisogno dei simboli fascisti per giustificare i loro rigurgiti fascistoidi”. Alexander Langer presenta una mozione per il Consiglio provinciale in cui osserva che “da qualche parte da anni si tenta di fare del monumento alla Vittoria un oggetto di contesa revanscista tra i diversi gruppi linguistici della provincia, quasi che la popolazione di lingua italiana come tale dovesse solidarizzare con esso e quella di lingua tedesca, invece, opporvisi solo in quanto era stata direttamente colpita dalla politica di snazionalizzazione del fascismo” e invita il governo a dirottare i soldi stanziati per riparare il monumento verso una trasformazione del suo significato, in modo che “d’ora in poi l’infelice monumento venga considerato e trattato inequivocabilmente come segno di monito e di memoria autocritica rispetto a una politica del passato che si deve recisamente ripudiare, e il busto di Cesare Battisti venga allontanato dal monumento fascista”. Per la cronaca, la mozione di Langer venne respinta il 24 aprile con i soli voti della Svp (che aveva la maggioranza assoluta). Il voto contrario venne motivato col fatto che il partito etnico voleva l’abbattimento e quindi non poteva votarne la trasformazione! 7 aprile 1979: attentato con un congegno esplosivo a base di gas.

1990: il Consiglio provinciale approva la mozione n° 82 che insedia una commissione di rappresentanti di Stato, Provincia e Comune per elaborare una soluzione per i monumenti fascisti

24 aprile 1996: manifestazione degli Schützen con corona di spine, giovani con la maglietta di Ein Tirol (l’organizzazione terroristica che aveva messo le bombe nel 1987 e 1988 davanti alla Rai, all’UPIM e a una scuola), grida di giovani neofascisti e risposta con saluto nazista. 26 aprile: contromanifestazione di Alleanza Nazionale con gli esponenti politici e poca gente

22 febbraio 2005: di fronte al monumento vengono poste delle targhe che ne contengono una breve storia

9 novembre 2008: manifestazione degli Schützen davanti al monumento e in piazza del Tribunale. Reazioni (urla e insulti) di estremisti di destra italiani.

14 aprile 2012: 3000 Schützen sfilano di notte con tamburi, fiaccole e striscioni indipendentisti da Gries ai palazzi della Provincia. Il monumento non è illuminato e non c’è nessuno, la città è deserta.

Poi è cambiata la giunta e qualcosa si è mosso. Finalmente..