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Per una Autonomia “ibrida”

Jacopo Zannini

L’infinito dibattito sulla riforma delle Comunità di Valle che anima la maggioranza del Centro (sinistra?) autonomista ci dà il polso del momento difficile che vive la nostra Autonomia. La crisi, nonostante le parole rassicuranti di Renzi, è tutt’altro che alla fine e gli interventi di Draghi sul cedere sovranità all’Europa sono un pessimo auspicio. Le riforme invocate dallo stesso Renzi mi preoccupano, perché sono fra coloro che criticano il combinato Riforma Boschi-Italicum e perché non so quanto peseranno a livello economico.

È vero che c’è molto da cambiare nel nostro paese, in primis il bicameralismo perfetto, ma non va indebolito il controllo democratico su chi dovrà portare avanti questi cambiamenti. Insomma, in questo quadro ci vogliono scelte coraggiose che puntino a ricostruire un modo nuovo di concepire la politica, risvegliando la partecipazione e la responsabilità e a coinvolgere chi si sente abbandonato, per ricostruire una fiducia ormai persa verso la res pubblica. Anche in Trentino serve un nuovo patto fra Provincia e cittadini che va ripensato svecchiando l’apparato e rilanciando la partecipazione. Questo nuovo patto, secondo alcuni, può essere siglato aggiustando la deficitaria Riforma della Comunità di Valle. Questo obbiettivo, a quasi 4 anni dalle prime elezioni, è sfumato.

Si è pensato che comunicare la nascita di questo ennesimo livello amministrativo avrebbe sviluppato automaticamente decentramento e partecipazione, ma credo si sia confusa la comunicazione con la partecipazione, processo ben più complesso che non è possibile calare dall’alto. Poi la rigidità centralista dell’apparato provinciale ha dato il colpo di grazia al meccanismo (comunque farraginoso e costoso), e le competenze non sono mai passate ai territori.

Adesso il tempo è scaduto: solo incentivando le fusioni dei Comuni e con nuovi strumenti di partecipazione e democrazia diretta (da affiancare alla democrazia rappresentativa) si potrà colmare questo pericoloso distacco dei cittadini dall’amministrazione. Prima che le spinte al cambiamento prendano strade pericolose e demagogiche serve una razionalizzazione dei “campanili”, fenomeno che rischia di bloccare l’innovazione, e la creazione di nuovi strumenti partecipativi lanciati a livello istituzionale. Serve insomma un’Autonomia “ibrida” che si rifaccia al concetto di “democrazia ibrida” (per riprendere un’ analisi cara a Ilvo Diamanti), capace di mescolare differenti linguaggi e pratiche, una miscela di elementi vecchi e nuovi che diventi il crocevia fra governo e partecipazione, istituzione e mobilitazione. La robustezza delle reti sociali della nostra provincia intervallata da una nuova spinta partecipativa di comunità che scansi l’antipolitica urlata o quelle certezze ossificate figlie di una politica trincerata dentro i palazzi di piazza Dante.

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