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Delirium vitae: la Repubblica del le faremo sapere

L’assurdo della vita: davanti a una agenzia interinale

Di concerti nei rifugi in Trentino ne abbiamo visti tanti, ma di solito sono organizzati dalle APT, in cui il rifugio fa solo da beneficiata location. Di spettacoli teatrali ospitati in rifugi invece non se ne vedono. È successo l’ultima domenica di agosto (il 28) vicino a Rovereto, al rifugio pasubiano di Malga Valli (zona di Trambileno), di cui abbiamo parlato nel numero di giugno. Nessuna APT in campo, tutto è successo per l’accordo del gestore Michele Berti e dei due attori/autori Michele Vargiu e Giulio Federico Janni. Lo spettacolo, intitolato “Delirium vitae: la Repubblica del le faremo sapere” (e prodotto dalla Associazione Culturale Raum Traum), ha debuttato nell’estate romana 2012 e poi ha girato i palcoscenici di Piemonte, Campania, Sardegna, Veneto, Emilia. Ma non si era ancora visto in Trentino, dove Michele Vargiu si è ritirato a vivere e a preparare i suoi spettacoli, abitando con la moglie e la figlioletta a Frassilongo in Val dei Mocheni. Così Malga Valli, che ha già ospitato concerti sempre autogestiti, ha messo a disposizione la sua terrazza con vista sulla Val Lagarina, e i due attori, con un bosco alle spalle nella luce della sera ed il solo supporto di due sedie e una coperta (e per la verità anche di una base musicale registrata, maneggiata dalla moglie di Vargiu), per un’ora hanno tenuto avvinto il pubblico con un’affabulazione ironica sul mondo del lavoro nell’Italia contemporanea.

La critica, recensendo questo spettacolo, ha fatto riferimento ad “Aspettando Godot” di Beckett, ma qui l’assurdo che in Beckett era una scelta stilistica, diventa la ripresa “in diretta” della ricerca di lavoro nell’Italia di oggi. È il racconto dei dialoghi che fanno due cercatori di lavoro, uno più giovane, pieno di illusioni, ingenuità e di manie consumistiche, e l’altro più anziano, realistico e disilluso, in fila davanti ad una agenzia interinale, con in mano il tagliando del numero progressivo, nell’attesa “alla Godot” che venga il loro turno per sapere che lavoro è rimasto. Un teatro della parola divertente, ironico, ma che affronta tematiche sociali e civili. A me ricordava, oltre che un Beckett di mezzo secolo dopo, in cui la premonizione dell’assurdo della vita si è concretizzata nel reale quotidiano, anche Gaber, con quel suo razionalismo critico ed amaro, ma sempre alla ricerca del modo giusto di affrontare la vita, sfrondandola dai castelli in aria per prenderla direttamente per le corna. Per quello che è, unico punto di partenza per ciò che davvero si può fare.

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