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Oriente Occidente 2014

La danza ritrovata della comunità

Inizio bagnato ma non del tutto felice per la 34a edizione di Oriente Occidente, che quest’anno ha affidato alle evoluzioni aeree della Compagnie Retouramont l’apertura del Festival e la sfida di riportare la danza tra le vie della città, sulla scorta delle parole del coreografo Maurice Béjart: “Il posto della danza è nelle case, per la strada, nella vita”. Intento virtuoso e da noi più volte auspicato, anche se riuscito in parte - e non solo per le instabili condizioni meteo che hanno funestato le prime giornate. L’interesse della Città della Quercia si è certamente ridestato, coagulandosi soprattutto intorno alle iniziative pubbliche, anche quelle più estreme, come l’intensa performance proposta all’alba del secondo giorno da Sharon Fridman, che ha richiamato un folto pellegrinaggio di curiosi, incuranti della pioggia e del sonno, fino alla suggestiva location della Campana dei Caduti. Più svogliato l’esodo forzato degli spettatori roveretani nel capoluogo, dove le proposte di Oriente Occidente faticano a far breccia nel cuore dei trentini e dove per ben due serate i palchi del Sociale sono rimasti quasi vuoti (a dimostrazione che 4 serate a Trento sono troppe per un festival ancora indissolubilmente legato alla sua città natale). Più assidui del solito invece i frequentatori del Melotti, addirittura ringraziati pubblicamente dagli organizzatori per aver contribuito a risollevare le sorti di un festival che nella sua passate edizioni aveva registrato un palese calo d’interesse.

“What the Body does not remember”

Entrando nel merito degli spettacoli, quest’anno si è assistito a un’estrema varietà di iniziative, dettate forse più dalla volontà di riconquistare il pubblico perduto con alcuni spettacoli ad effetto che da precise linee di indirizzo. Dietro il propagandato filo conduttore del “corpo a corpo” possono infatti nascondersi mille sfaccettature e alcune delle proposte non sono forse state all’altezza degli intenti dichiarati. Si è passati dai poli opposti dell’ipertecnicismo astratto di alcune compagnie (in particolare quelle dirette dai coreografi israeliani Sharon Eyal, Gai Behar, Emanuel Gat e dall’italianissimo Virgilio Sieni), concentrate su aspetti formali e dinamici legati alle infinite - ma in alcuni casi un po’ monotone - potenzialità del movimento, all’esplosione di forza, narrazione e colore delle compagnie africane (Baninga e Via Katlhon Dance), seguite a ruota dal Balletto Civile e dalla Candoco Dance Company, in bilico tra un eccesso di teatralità e di ingenuità coreutica.

A ben guardare, il ripiegarsi su se stessa e sulle proprie conquiste formali, è un tendenza in atto a livello globale nella danza occidentale, dettata in parte anche dalla mancanza di stimoli di rinnovamento e di eventi forti da narrare: stimoli che non mancano di certo in Israele, dove a livello di danza vengono da sempre rielaborati con uno stile del tutto peculiare, sospeso tra ironia e surrealtà, come nel caso della Vertigo Dance Company, diretta da Noa Wertheim, che in uno degli spettacoli più riusciti ha proposto una rilettura rituale della sua ormai ventennale parabola artistica. Tempo di bilanci anche per il coreografo fiammingo Wim Vandekeybus, che ha portato a Trento l’attesissimo e applauditissimo What the Body Does Not Remember, sua opera prima del 1987, che contiene in nuce la sua poetica altamente dinamica e innovativa.

Nota di merito di quest’ edizione è infine l’aver dato spazio e visibilità a una serie di esperienze frutto della cosiddetta “community dance”, mossa dalla volontà di coinvolgere attivamente la comunità locale dei “non danzatori”, che hanno risposto con entusiasmo e impegno all’invito ad esibirsi pubblicamente, mettendosi in gioco nelle performance poetiche e suggestive proposte da Sharon Fridman, Virgilio Sieni, Luca Silvestrin e Franca Zagatti. Per concludere completando idealmente la citazione di Béjart, oltre che “nelle case, per la strada, nella vita”, la danza è anche e soprattutto nella gente.