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Diritto di memoria. Canto per mia madre e mio padre emigranti.

Memoria per chi c’era e per chi c’è. Andrea Nicolussi Golo, Pordenone, Biblioteca dell’Immagine, 2014, pp. 141, € 14.

Antonella Bragagna
Diritto di memoria. Canto per mia madre e mio padre emigranti.

Questo romanzo è imperfetto, dice Andrea Nicolussi Golo, autore di “Diritto di memoria”, sottotitolato “Canto per mia madre e mio padre emigranti”, perché usare i sottotitoli nei romanzi è inusuale, la cosa vale per i saggi. Inoltre il titolo sarebbe dovuto essere un altro (“L’altra luna”, alludendo a quella metà vista dall’altro emisfero).

Meno male, penso io, non sia stato così! La parola “Diritto”, contenuta nel titolo, mi pare forte e adatta per la sua implicita assertività, e il “diritto di memoria” viene difeso dallo scrittore stesso, che lo invoca per chi - emigrato - ha patito una vita di tali fatica, stenti e difficoltà, che deve essere ricordata. Al contempo l’autore rivendica questo “diritto” anche per sé, e ripercorre Storia e storie esigendo di sapere, di capire, e in questo modo di riconoscere e di omaggiare chi ha preceduto la sua e la nostra esistenza.

Di Cimbri si tratta. Di Zeno, giovane ragazzo che all’ inizio del ‘900 parte da un remoto paese mai nominato in cima a un altopiano (ma di Luserna si tratta, lo si capisce bene) e dopo un’estenuante sosta a Genova, disperando ormai nel viaggio, si imbarca per la “Merica”. Giunge in Argentina e viene alloggiato, insieme ad altri 4000 “ospiti”, all’Hotel de inmigrantes di Buenos Aires (strabiliante edificio di 4 piani, 100 metri X 26 in pianta, costruito con la tecnica del cemento armato, all’epoca di assoluta innovazione, e adibito alla prima accoglienza in una vera e propria cittadella preposta; oggi uno dei più grandi musei al mondo sull’emigrazione).

Zeno è reduce da innumerevoli giorni trascorsi sul “veliero a vapore”, scampato alle tempeste e alle febbri letali che non hanno risparmiato i bambini, le cui madri mantengono una disperata compostezza, dispersi nelle stesse acque dove “qualcuno un giorno getterà i suoi figli migliori; trentamila desaparicidos [sono le vittime della dittatura argentina degli anni ‘70] abbracciano per sempre i bimbi italiani in fondo all’oceano”. Ora spera nel lavoro, nella nuova vita, Zeno “ragazzo argentino”. Ed altro non gli resta che “bruciare e tagliare, tagliare e bruciare” il pezzo di terra coperto di foresta che gli è dato in custodia e che deve coltivare. Tirar su bestie come faceva a casa, e che ne sarà dei suoi, ora che è scoppiata la guerra e che le sue lettere ritornano al mittente? Lontano le cose andranno male anche per lui: si sposterà in Brasile con la moglie del suo paese appena arrivata, che lo ha raggiunto dopo averlo sposato per procura. La donna avrà un’idea, ma quanto costa abitare la vita!

In uno stile assolutamente originale, la scrittura limpida e la delicatezza narrativa di Nicolussi Golo - accademico del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna (GISM) - gli hanno valso nel 2011 il premio “Ostana Scritture di Minoranza” attribuito in precedenza a Carlo Sgorlon e a Boris Pahor. Una scrittura, la sua, intensa e poetica perché struggente e non illusoria né consolatoria e per questo vera. Con essa lo scrittore compone un romanzo “non vero, ma talmente verosimile da sembrarlo” - spiega - in cui i sentimenti, come le vite, si incrociano, si affastellano, si dirimono; si spezzano e si ricompongono in modo altro, da lontano a volte, o per vie e in maniera inaspettate.

Molti decenni dopo un “bambino dagli occhi troppo adulti” raccoglie le parole dei vecchi che ritornano alla loro terra d’origine; sarà lui la voce di “chi oggi scrive”, l’io narrante di questa storia; regolare e voluta intrusione nella descrizione narrativa, sottolineatura che conduce - in una sorta di ‘giudizio del poi’ - alla riflessione sugli eventi, sulla loro tragica riproposizione, attualizzandoli: come a dire che in questo mondo, dove “la montagna è montagna e il mare pianura”, ancora oggi nel 2014 “in un tempo dimenticato dal signore, uomini e tonni sono a lottare per la stessa vita o solo per una morte meno indegna, aggrappati alle stesse reti”. E che “occorre saltare oltre per continuare a vivere”, fino all’arrivo di una notte, di una sorte, in cui ci si possa finalmente augurare “guata nacht!”, se mai potrà essere buona la notte.

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