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La scuola tagliata

Una pseudo “rivoluzione”, la maturità eliminata, le superiori da 5 a 4 anni: il dilettante Renzi, puntando al risparmio, porta la scuola allo sfascio; il superdilettante Rossi si accoda e fa di peggio.

Quello del governo Renzi è un antico mantra, recitato come un’invocazione: in Italia bisogna “fare le riforme”. Ripeterselo in continuazione fa passare la paura e affrontare il futuro con rinnovata speranza. Di più ancora: nel modernismo renzista la sorniona, estatica litania fa parlare ormai di “rivoluzioni”. Difficile che si discuta dei cosa e dei come, ma poco importa: in fin dei conti, basta che si muovano le tre carte. E che magari si riescano a stringere, una volta di più, i cordoni della borsa, spillando denaro qua per destinarlo là.

L’istruzione e la formazione sono, in questo senso, il bancomat per eccellenza. In decenni di ministeri dal diverso colore, di proclami e di presunte riforme, infatti, sono sempre stati i tagli a fare scuola. Le “riforme” presentate “a costo zero”, sono in realtà approdate al sottozero: in genere non risparmiando, ma scardinando. Così ora le “rivoluzioni”. Il punto è che, finita l’era Dellai dei soldi facili (facili persino per la scuola, intesa soprattutto come edilizia, vedi il mitico trasferimento delle superiori di Trento a Piedicastello) anche Rossi si affretta ad abbracciare, con dilettantesco entusiasmo, la “rivoluzione” ventilata a Roma.

Più scuola o meno scuola?

L’attuale squadra di governo è appassionata di elencazioni. E dunque anche per “la Buona Scuola”, come l’ha definita, stila la lista degli interventi. Mai più precari; docenti di ruolo solo per concorso; basta supplenze; un sistema di valutazione degli insegnanti che “premiera? qualita? del lavoro in classe, formazione e contributo al miglioramento della scuola”; “formazione continua obbligatoria”; budget, valutazione e progetti finanziati disponibili on-line; “coinvolgimento di presidi, docenti, amministrativi e studenti per individuare le 100 procedure burocratiche piu? gravose per la scuola”, e ovviamente abolirle tutte; banda larga e wi-fi per tutti; il ritorno di musica, sport e storia dell’arte; rafforzamento del piano formativo per le lingue straniere, le competenze digitali e l’economia; stage lavorativi durante gli ultimi tre anni degli istituti tecnici e professionali; capacità di attrarre risorse private.

Alcuni di questi obiettivi ci paiono sacrosanti. In particolare concordiamo con l’enfasi sul progetto di mettere ordine nel caos che coinvolge migliaia di giovani insegnanti rimasti invischiati nel pantano di sistemi di inserimento in continua evoluzione, poco chiari e poco efficienti. Se Renzi riuscirà in questa stabilizzazione gliene saremo grati; anche se la mossa sulle supplenze, che prevede di eliminarle garantendo alle scuole “un team stabile di docenti per coprire cattedre vacanti, tempo pieno e supplenze, dando agli studenti la continuita? didattica a cui hanno diritto” potrà essere giudicata solo nella sua concreta attuazione e per intanto la promessa della continuità didattica, in un contesto di questo tipo (un nucleo fisso di insegnanti chiamato a coprire assenze imprevedibili), ci pare una chimera, non vediamo come le supplenze possano essere diverse da una generica copertura del tempo scuola.

Invece la “formazione continua obbligatoria” ha subito l’odore agro dello slogan: giacché la formazione è già obbligatoria; ma in genere decisamente inadeguata e frequentata malvolentieri (e questo è un altro paio di maniche).

Per quanto riguarda l’eliminazione delle “100 procedure burocratiche più gravose per la scuola”, ci sembra uno dei già troppi annunci renziani: quel numero preciso (perché proprio 100?) causa instantaneamente un attacco di scetticismo acuto.

Poi c’è tutta la partita delle novità nei contenuti e nella modernizzazione: il rafforzamento dell’offerta di lingue straniere, competenze digitali ed economia. In pratica le tre ‘i’ di berlusconiana memoria, che evidentemente non sono dimenticate: il che rincuora e inquieta al tempo stesso. E ancora le materie umanistiche da una parte (musica e storia dell’arte) e gli strumenti tecnologici dall’altra (banda larga e wi-fi).

Bene, verrebbe da dire. Solo che tutto questo significa una cosa sola: più scuola. E Renzi invece, nelle proposte concrete va in direzione opposta: meno scuola.

Due sono infatti, al momento, i passi concreti della “rivoluzione”. Il primo è il depotenziamento dell’esame di maturità. Anzi, l’annullamento: la proposta di farlo tenere da professori tutti interni alla scuola, lo rende un inutile doppione degli scrutini, e ne annulla il ruolo di controllo non solo della preparazione degli studenti, ma anche della qualità dell’insegnamento. Si risparmia (guarda un po’, sempre lì si ritorna) nelle trasferte degli insegnanti ma si perde in qualità della scuola e serietà dell’insegnamento. Un disastro.

Il secondo è la proposta di accorciare il ciclo di studi delle superiori, da cinque a quattro anni. Un progetto che è stato abbracciato con entusiasmo dal nostro Ugo Rossi, assessore all’istruzione oltre che presidente della Giunta provinciale.

Ugo Rossi: né riforma né rivoluzione

A dire il vero negli ultimi anni l’amministrazione trentina si è presentata sempre in prima linea nel recepire le indicazioni, quantunque ipotetiche, del ministro di turno. “Sono temi che ci siamo posti anche noi” ha affermato Ugo Rossi qualche giorno fa, “ed è un dibattito che ci stimola a immaginare di proporre al governo il nostro Trentino come territorio di sperimentazione dell’eventuale riforma”. Appunto. Come accadde per la riforma targata Moratti (Letizia Brichetto Arnaboldi, indimenticabile ministro dell’istruzione dei governi Berlusconi II e Berlusconi III).

Ed ecco quindi Rossi tracciare le linee del piano provinciale. “Neanche la nostra è una riforma” ha detto. Non è però neanche la “rivoluzione” renziana, “sono una serie di atti concreti che abbiamo iniziato a compiere”. Atti concreti? Vediamo. Se Renzi si è impegnato a stabilizzare i 149.000 docenti abilitati che hanno insegnato per tutto l’anno, Rossi si è ben guardato da assumere analogo impegno per gli oltre 1.500 precari trentini in tale condizione. Ha invece promesso e sbandierato sui giornali la stabilizzazione di 1.000 precari (in cambio di peggioramenti contrattuali) per poi stabilizzarne invece - dati di Stati Generali/Fenalt Scuola - solo 291, meno di quanti ne aveva stabilizzati nella scorsa legislatura, senza chiedere come contropartita alcun peggioramento contrattuale, l’assessora Dalmaso.

E poi, dopo il progetto dell’introduzione del trilinguismo (italiano, inglese e tedesco) a partire dalla scuola dell’infanzia, tanto lodevole quanto impegnativo fino a sconfinare nel velleitario, ecco l’allineamento Rossi-Renzi più sconcertante, la riduzione del ciclo delle superiori, per il quale il nostro presidente annuncia: “Chiederemo al ministro Stefania Giannini la possibilità di portare le superiori da cinque a quattro anni”, il Trentino “sarà un laboratorio”.

Approfondiamo il tema, perché secondo noi fornisce un’impressionante prova del pernicioso dilettantismo con cui si muovono sia il premier a Roma che il presidente a Trento.

4 anni? Non è così in tutta Europa...

Iniziamo dalle motivazioni di Rossi: “è così in tutta Europa”. Non è vero, nella maggioranza, 16 paesi su 27, le scuole superiori finiscono a 19 anni.

“Ma forse, più che paragonare sistemi scolastici molto differenti, è interessante vedere i risultati dei paesi che recentemente hanno operato questa riduzione del ciclo superiore da 5 a 4 anni: alcuni länder in Germania e in Canada” ci dice Carlo Barone, professore aggregato a Sociologia “Orbene, attraverso test comparativi (tipo Pisa) in Germania si è visto che il livello dell’apprendimento dopo la riforma è inferiore a quello degli studenti che avevano fatto i 5 anni; non solo, gli studenti dichiaravano di vivere la loro condizione con maggiori difficoltà e stress. In Canada invece non si sono viste differenze.”

Come mai?

In Germania hanno mantenuto gli stessi programmi, ma compressi in 4 anni attraverso un aumento dell’orario scolastico: non c’è quindi grande stupore nel vederne il duplice effetto negativo. Nel Canada invece si è ridisegnato l’intero programma.”

La cosa a noi sembra molto chiara: la scuola canadese, molto simile a quella degli Stati Uniti, è più “leggera di quella europea, e può adattarsi facilmente a un ridisegno e compressione dei propri poco impegnativi programmi; il che è risultato invece praticamente proibitivo per una scuola con programmi tosti.

“In effetti... - concorda Barone - Consideriamo poi come già oggi il livello dei nostri diplomati in 5 anni sia discutibile, nelle capacità di esprimersi in un italiano corretto ed efficace, nella padronanza delle nozioni matematiche di base, nell’articolazione del pensiero. Un anno in meno porterebbe altri problemi, come peraltro abbiamo visto all’università con il passaggio al tre più due, i 4 anni ridotti a 3 si sono rivelati problematici. E così, se la preparazione viene accorciata e abbassata, e le università come prevedibile non si adeguano, il rischio è l’aumento degli abbandoni, oppure l’abbassamento della qualità. Pensiamo a ingegneria, se gli studenti entrano con un anno di matematica in meno, quali sono gli effetti? Probabilmente abbandonano o allungano gli studi”.

Allarga il discorso il prof. Carlo Buzzi, ordinario di Sociologia generale: “Siamo in una società che ha assunto come riferimento la rapidità, e la velocità come valore, si corre, con Internet si ottengono informazioni celermente, si sostituiscono gli sms agli scritti, si fanno più cose, più rapidamente. Ma questa velocità vuol dire anche più superficialità: non è previsto il tempo per riflettere, approfondire. Ora, il passaggio a 4 anni di superiori non vuol dire togliere una parte di programmi, vuol dire comprimerli, fare le cose più rapidamente, diminuire ancora di più la riflessione, e quindi la ricerca da parte dello studente dell’autonomia, di un proprio pensiero ed equilibrio”.

E la maturità, la consapevolezza dello studente, era stato uno degli argomenti di un nostro sondaggio, condotto lo scorso anno in 14 scuole trentine. I risultati, da cui appare evidente il notevole balzo, in termini di maturità, dal secondo al quinto anno di superiori, li rammentiamo nella scheda a lato.

Ma a questo punto, la minor preparazione del giovane frettolosamente dichiarato maturo, si riflette sull’università, cui oggi perviene il 70% dei diplomati: “Con studenti meno preparati l’università ha di fronte due strade: o ritarare i corsi, abbassandone gli obiettivi e la qualità finale, oppure dedicare parte del primo anno per elevare la formazione di base. Obiettivo questo già prefissato con la stessa riforma del 3+2 e in pratica non attuato; si pensa di farlo ora? Con il taglio delle risorse?” si chiede Barone.

Aggiunge Buzzi “L’università è storicamente rivolta a giovani maturi, adulti, usciti dalla tutela della scuola che non li segue più passo passo, e quindi autonomi, che lo studio devono gestirselo da soli. Con studenti più giovani, meno maturi, l’università dovrebbe cambiare decisamente pelle, attrezzandosi ad essere un super liceo. Il che francamente non mi sembra realistico. Già oggi molti studenti all’università si perdono, se vi arrivassero un anno prima sarebbe decisamente peggio.”.

Questi quindi i presumibili, pesantissimi, effetti negativi della nuova “riforma”. E quali invece i vantaggi, oltre al mai menzionato risparmio? “Si permette ai ragazzi di affacciarsi prima sul mondo del lavoro o degli studi universitari, come fanno altri paesi” argomenta Rossi, riecheggiando peraltro le motivazioni alla base della riforma universitaria del 3+2, miseramente fallita (in pratica ha portato l’università da 4 anni non a 3, ma a 5).

Ma a parte l’illuminante precedente, è il ragionamento stesso che è sbagliato. “In effetti le ricerche confermano che chi si laurea con un certo ritardo, dai due anni in su, ha uno svantaggio, sia pur modesto; per cui, beninteso a parità di preparazione, laurearsi un anno prima potrebbe portare un pur minuscolo vantaggio - afferma Barone - Ma in realtà il mercato dei laureati è assolutamente localizzato, se tutti si laureano un anno prima, non cambia assolutamente niente. Anche perché i laureati danesi o spagnoli che cercano lavoro in Italia sono sotto l’1%, e gli italiani che vanno all’estero sono il 2% dei triennali e il 3% dei magistrali. E allora, ridisegniamo il sistema formativo per questo 2%? Che per di più è una minoranza particolare, come capacità proprie e come estrazione sociale?

Insomma, il progetto semplicemente non ha senso. O meglio, rimane la verità nuda, è un pesante taglio alla scuola, un autentico disinvestimento sui giovani. E con buona pace di Rossi, gli effetti negativi sarebbero ancor più devastanti se, come propone il nostro astuto presidente, fosse il Trentino a fare da apripista, da “laboratorio” dice lui, da cavia sacrificale, diciamo noi.

Perché i diciottenni diplomati trentini si troverebbero svantaggiati rispetto ai più preparati diciannovenni del resto d’Italia: “I trentini che volessero andare in altre università, in facoltà medicina per esempio, si troverebbero subito in difficoltà, a competere con gli altri fin dai test di ingresso” aggiunge Barone. E il problema si ripercuoterebbe subito sulla stessa Università di Trento, che per fronteggiare l’arrivo di giovani poco preparati, dovrebbe, unica in Italia, diventare un super liceo. Un disastro.

Il nodo da sciogliere: il modo di fare scuola

In realtà la scuola italiana — lo affermano i nostri studenti e docenti che vanno all’estero e, più oggettivamente, lo dimostrano indicatori come i test Pisa — non ha nulla da invidiare a quella dei paesi europei più avanzati. Ciò non vuol dire che sia perfetta, anzi. Ma le sue magagne non sono la durata del ciclo di studi, quanto piuttosto il modo di fare scuola, vetusto e fermo per certi versi alla riforma Gentile, ed il rapporto stesso tra la scuola e la comunità.

È la scuola del sussidiario e del grembiulino che va sovvertita. La scuola dei contenuti sempre astratti, della lezione frontale e dei laboratori utilizzati come aule diverse in cui però viene proposta la lezione letta sul libro di testo. La scuola dell’esperimento fatto dal tecnico, non dallo studente; quindi un’esibizione, non una ricerca che comporta la possibilità dell’errore, del fallimento, e quindi dell’analisi consapevole di cause e conseguenze. “I laboratori sono fondamentali nell’apprendimento, perché non sia meramente teorico bensì sperimentale, e quindi sviluppi le capacità critiche - ci dice un docente del Da Vinci, Enzo Bianchi - E questo non solo in materie come le mie, Chimica e Scienze, in cui dovrebbero essere imprescindibili, ma anche in tante altre, a iniziare dalle lingue straniere. Però per far questo occorre tempo, occorrono ore. La riduzione degli anni di studio mi sembra semplicemente assurda”.

E qui torniamo alle “rivoluzioni” di Renzi-Rossi. Per far sviluppare autonomia e capacità di giudizio ai ragazzi bisogna concedere tempo. Tempo ed energie. “Insegnare non significa riempire un vaso, ma accendere un fuoco”: in altre parole, la scuola deve saper insegnare a imparare, e creare autonomia nell’apprendimento. Fornire strumenti.

Deve rimanere viva la possibilità di progettare attività, che il tempo pieno (per fare un esempio) consente di sviluppare. Ma il tempo pieno, per restare sul tema, ha bisogno — appunto — di tempo e risorse per ridare vigore ad un certo concetto di pedagogia che si sviluppa intorno al coinvolgimento, alla partecipazione (dei genitori stessi), alla coscienza di ciò che si è.

Tutto questo - appare ovvio - cozza con la riduzione degli organici e con la “rivoluzione” al ribasso e senza futuro del tempo scuola, che vogliono propinarci governanti con poca cultura e troppe necessità di far cassa.