Menù
Home
QT
Questotrentino
Mensile di informazione e approfondimento
Utente
Cerca

Sezione principale

Rosa confetto gné gné

Mi considero una femminista istintiva, naturale sviluppo della mia indole ribelle di adolescente che negli anni ‘70 viveva in una famiglia patriarcale che dava molta libertà e poche regole solo ai figli maschi. Rimasi incantata da quel movimento che sembrava fatto ad hoc per me, perché spiegava i condizionamenti culturali subiti, portando alla luce un sistema complesso di dominio e le pratiche per combatterlo. Pur non avendo partecipato a gruppi alla cui guida ci fossero donne autorevoli, (diventare mamma a vent’anni e abitare in una piccola città di provincia ha i suoi limiti) ne ho conosciuto il pensiero attraverso la parola scritta. La sfida del femminismo era stata quella di partire dal punto più lontano della politica: il corpo, la sessualità, la vita intima, per rimettere in discussione tutto l’impianto della civiltà. Partendo dall’essere donna e non più dalla categoria: operaie, contadine, studentesse, madri. Donna che per me aveva solo due strade: essere femminista o rosa confetto gné gné!

Gli anni ‘70 furono durissimi per l’Italia, anni di piombo dove la storia del femminismo sembrava minore. Quello che stava cambiando nella società portò però al referendum sul divorzio (1974), alla riforma del diritto di famiglia (1975), alla legge sull’aborto e alla rottura col PCI, che non voleva l’autodeterminazione della donna ma una commissione di medici che valutasse il diritto o no di abortire. Nel ‘75 avvenne il massacro del Circeo, con due ragazze violentate e massacrate di botte da tre giovani della Roma bene, con un enorme impatto sull’opinione pubblica. E poi, nel 1978, il rapimento e l’omicidio di Moro per opera delle BR, segnano l’epilogo di quegli anni bui, ed esplode un caso che sembra l’ultima scena della liberazione delle donne: un processo per stupro dove l’avvocata Tina Lagostena Bassi, davanti alle telecamere, dimostrò come la giustizia potesse essere violenta quanto gli stupratori.

Come femminista ero sicuramente coerente: una figlia ribelle che si opponeva all’educazione femminile, ai lavori da donna, a realizzarsi con l’uncinetto e i fornelli. Ho dato molto filo da torcere a mia madre, convinta maschilista, che voleva fare di me una servetta obbediente, ma non ho ceduto. Sono stata una moglie femminista che non si concedeva comodità e intavolava col coniuge inutili continue lotte per la divisione dei compiti. Alla fine ero io che sputavo sangue per conciliare lavoro, figli e casa, sobbarcandomene per molti anni il peso da sola e rimettendoci la salute.

Sono stata una mamma femminista che non ha mai fatto distinzioni di genere. Anzi, come tante mamme che lavorano, preferivo riordinare la loro stanza e cucinare da sola piuttosto che iniziare discussioni. Anche perché cedere, ogni tanto, era riposante. Appartenendo a una generazione che aveva un forte senso di responsabilità, sapevo che le conquiste si devono pagare anche a costo di sacrifici. Speravo di aver fortuna e che ognuno dei miei figli, rispettato nella sua indole, diventasse quello che voleva.

Oggi mio figlio si dedica con passione alla cucina, fa la spesa e molte riparazioni in casa. Mia figlia invece è un disastro come donna di casa, anche se verso gli otto anni, allarmandomi, diceva di voler fare la casalinga. Come madre mi consideravo sconfitta quando mia figlia voleva vestirsi tutta di rosa confetto gnè gnè. Le proponevo libri che raccontavano di ragazzine intelligenti e curiose, con le idee chiare su quello che volevano fare e figlie di donne che lavoravano fuori casa.

Da qualche tempo si cerca di trasformare il termine femminista in insulto, persino in insospettabili ambienti della sinistra colta. Si vuol far passare l’ideache esista un femminismo “antiuomo” che teorizza la supremazia delle donne e la prevaricazione sul maschio. Femministe accusate di essere causa della crisi del capitalismo, e responsabili del crollo della famiglia. Recentissimi gli attacchi a Emma Watson dopo il discorso all’ONU in cui sosteneva che il femminismo serve a rispondere a chi ci vuole mute, sottomesse, a poterci esprimere, a decidere del nostro corpo. Ad avere i medesimi diritti e doveri degli uomini, a studiare, lavorare, crescere. Discorso maturo per una giovane donna cresciuta in un mondo rosa confetto. Inevitabile pensare ai femminicidi, alla violenza contro le donne, sintomo della crisi di uomini, che si dibattono tra il concetto di donna al proprio servizio e le donne reali che rifiutano un ruolo subordinato.

Per questo è indispensabile essere femminista oggi, e dopo aver preso coscienza di sé, è necessario avere quella delle altre diverse da noi per mantenere viva la relazione, col confronto e la condivisione di pratiche, di saperi e di esperienze di vita realizzando una rivoluzione necessaria permanente.

Parole chiave:

Articoli attinenti

In altri numeri:
Il bruto
La divisa

Commenti (0)

Nessun commento....

Scrivi un commento

L'indirizzo e-mail non sarà pubblicato. Gli utenti registrati non devono inserire il codice e possono modificare il proprio commento dopo averlo inserito.

Riporta il codice di 5 lettere minuscole scritto nell'immagine. Puoi generare un nuovo codice cliccando qui .

Attenzione: Questotrentino si riserva la facoltà di cancellare commenti inopportuni.