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Il territorio regalato alla speculazione

Nel nostro paese, certamente su imposizione dell’Unione Europea, si è convinti che si esca dalla crisi demolendo le sofferte conquiste del mondo del lavoro. Si precarizzano le fasce sociali più deboli e le si sottopone a ricatto trascinandole in un suicida conflitto fra loro e contemporaneamente promuovendo un assalto alle risorse ambientali e paesaggistiche.

Le reazioni della società civile sono risibili e limitate alle azioni proposte dalla FIOM e dalle associazioni ambientalistiche e di singol intellettuali che hanno ancora energia per protestare.

Il decreto Sblocca Italia sostenuto dal Presidente del Consiglio è un invito a nozze per la nostra imprenditoria, da sempre insofferente alle regole. Si tratta infatti di una proposta basata sul consumo intensivo di risorse pubbliche non rinnovabili con vantaggi che ricadono su pochi gruppi di potere privati.

Vi si prevede la diffusione di trivelle che fanno ricerca di fonti energetiche fossili nei mari, anche in presenza di rinomate località turistiche (golfo di Napoli tra Ischia e Carpi, Sorrento, Amalfi, Gargano) e nei parchi naturali. Il paesaggio e le produzioni agricole di qualità, beni diffusi ovunque nella penisola, vengono privati della denominazione di attività strategiche. L’industria petrolifera, qualora sviluppata in modo intensivo nel paese, non garantirà comunque più di un decennio di sostenibilità economica.

Il decreto incentiva lo smaltimento dei rifiuti attraverso l’incenerimento mentre gli enti locali, ovunque, stanno investendo con ottimi risultati nella raccolta differenziata.

Renzi viene poi travolto dalle richieste del suo ministro, il ciellino Maurizio Lupi, che lo porta ad investire nel ciclo del cemento, riportando così l’Italia alla cultura sviluppista degli anni ‘60.

Il decreto infatti prevede di superare gran parte della burocrazia, ma non in modo virtuoso. Si vuole semplicemente privare il cittadino e la società civile della possibilità di controllare progetti, procedure di appalto e vanificare le procedure di VIA. L’esatto contrario di quanto propone, insistentemente, l’Unione Europea. Il sistema Mose (27 recentissimi patteggiamenti) con la presenza dei commissari e del “general contractor”, col decreto Sblocca Italia diventa regola. Da Bagnoli fino all’autostrada Brescia-Milano, dagli aeroporti fino ai grandi porti nautici, dalla ferrovia Napoli-Bari alle tre TAV di valico.

È un decreto che anticipa nei fatti le peggiori previsioni della modifica della Costituzione accentrando il potere decisionale in poche mani ed escludendo le comunità locali da ogni partecipazione alla gestione del loro territorio. Come in valle di Susa i cantieri delle grandi opere saranno militarizzati

Il documento vanificherà quanto espresso con il voto referendario dai cittadini: l’acqua e altri beni comuni saranno privatizzati e resi beni finanziari. Si pensi che dei 3,9 miliardi di spesa previsti dal 2014 al 2020 il 47% sarà destinato a nuove autostrade, il 25 % alle ferrovie (le TAV) e solo l’8,8% alle reti tranviarie e metropolitane.

Si tratta quindi di una grande abbuffata offerta alla Confindustria, un’abbuffata che ricadrà tutta sulle spalle dello Stato. Diffondendo infatti ovunque i project financing, come dimostrato nella costruzione dei grandi ospedali (Mestre) o della autostrada Brebemi, si indebita l’ente pubblico, ed i guadagni, sempre più cospicui grazie alle varianti in corso d’opera, andranno alle imprese vincitrici degli appalti.

Con queste proposte, nessuna delle quali investe nel risparmio, nella ricerca, nella innovazione, oltre tutto si viola in modo diretto la Costituzione, laddove chiarisce (art. 42) che “la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge... allo scopo di assicurare la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”.

Con queste proposte si chiude in Italia un ciclo iniziato con le forzature di Craxi nel sostegno alle grandi opere, disegno perseguito poi con poca efficienza da Berlusconi e arrivato in porto con questa accelerata imposta da Renzi.

In Trentino avevamo anticipato questi percorsi con il modello Mondial Fiemme fin dal 1988: opere imposte attraverso la semplificazione, cioè il superamento delle leggi e giustificate, fin da allora come oggi, da urgenza, opere definite strategiche e indifferibili e per questo affidate ad imprese o relativi consorzi superando ogni legge internazionale in tema di appalti.

L’Unione Europea già si appresta ad avviare una procedura di infrazione contro il nostro paese sulle concessioni autostradali, ma non solo. Diversi giuristi, di fronte alla possibilità di permettere la prosecuzione delle opere anche in pendenza di un ricorso al TAR, definiscono la norma “irragionevole” (Alessandro Pajno). Nel futuro immediato non ci aspetta un gran Belvedere, piuttosto il Belpaese rottamato.

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