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Università in elezione

... per la rappresentanza studentesca e per il nuovo rettore. In entrambi in casi senza grandi passioni.

Le elezioni per la rappresentanza studentesca universitaria arrivano in un momento un po’ particolare per l’Ateneo trentino. È di pochi giorni fa, infatti, la notizia che la rettrice Daria de Pretis lascerà il suo incarico per raggiungere, fresca di nomina, la Corte Costituzionale.

L’elezione al Rettorato della professoressa de Pretis era stata di poco successiva all’approvazione del nuovo statuto (provinciale) d’ateneo e a tutte le polemiche ad esso correlate (vedi QT di marzo 2012). Acqua passata? Probabilmente no. Sta di fatto che il ruolo dei rappresentanti degli studenti, già indebolito da anni di onanismo e disamore, ha subito col nuovo statuto un colpo quasi mortale.

L’affluenza alle elezioni del 2010 era del 14%, quella alle elezioni successive (2012) del 17%. Numeretti tra il risibile e il deprimente, che dovrebbero mettere in moto qualche riflessione.

A modesto parere di chi scrive, le cause di questo distacco (almeno apparente) dalle istituzioni accademiche sono prevalentemente tre: la disabitudine ormai diffusa a prendersi a cuore le faccende pubbliche, o per lo meno quelle che riguardano la sfera sociale d’elezione (possiamo definirla disaffezione sociale?); la scarsa fiducia nei confronti della rappresentanza (mutuata dal sentimento nichilista che il cittadino medio rivolge, in generale, alla politica italiana); e infine la scarsa fiducia nei confronti di una rappresentanza studentesca poco rappresentante e concentrata per lo più a spartire un potere minuscolo e quasi ininfluente (ridottosi ormai di fatto, dopo l’eliminazione prevista dal nuovo statuto della rappresentanza diretta in Consiglio di Amministrazione, a quello consultivo e demagogico del Consiglio degli Studenti). Riguardo a quest’ultimo punto, si può obiettare che la componente studentesca è comunque garantita al Senato: il cui ruolo, però, è legato prevalentemente all’indirizzo e al coordinamento delle attività didattiche. Ruolo certamente non secondario, ma che poco ha a che vedere con la gestione finanziaria dell’Università (il Senato esprime infatti solo un parere rispetto, ad esempio, ai bilanci d’Ateneo).

Non è un caso che le liste presenti alle tornate degli anni passati, e probabilmente anche alla prossima, siano essenzialmente tre: la sinistra (prima Left, poi Udu), per sua fortuna legata ad una rete nazionale ben più attiva; il cattolicesimo affarista, ossia ListOne, tradizionalmente legata a Comunione e Liberazione e famosa per la generosa elargizione di spritz durante la campagna elettorale; e — novità degli anni recenti — la destra estrema del Blocco studentesco, che peraltro ha buon gioco di questi tempi, in cui la “destra sociale” mette in atto, impunita, agguati per le vie della città.

Resistono, insomma, le liste che rappresentano identità culturali determinate (almeno sulla carta) o poteri forti. Pur sempre appoggiate (più che sostenute) da pochi volenterosi. In un clima surreale, nel quale l’essenza della rappresentanza si è ormai ridotta all’atto (estetico) delle elezioni, gli slogan si sono moltiplicati aumentando solo la confusione, e tutto ciò che conta, alla fine della fiera, è ottenere una carica (fosse anche quella di porta borracce) all’interno — appunto — del Consiglio degli Studenti. Organo rivelatosi, in tanti anni di onorato servizio, una scatoletta vuota, senza ingranaggi e pure senza musichina di sottofondo.

Daria de Pretis se ne va

Per quanto concerne la rettrice, il suo commiato potrebbe diventare una buona occasione per fare un bilancio, con le dovute cautele, dell’ultimo anno e mezzo. La sensazione è che poco sia stato fatto, a parte “subire” il nuovo statuto e far passare quasi sotto silenzio alcune cose (vedi il codice etico) che avrebbero dovuto trovare un diverso spazio di discussione.

Non si vuole farne per forza una colpa alla rettrice uscente, che è persona per bene. Ma quale era il programma della professoressa de Pretis? Cosa è stato detto o fatto? Difficile capirlo, anche a posteriori. Così come è difficile comprendere e apprezzare la bagarre rinnovata per la successione: è davvero interessante, fuori di curriculum, fare il rettore di un Ateneo così vincolato alla Provincia Autonoma?

C’è poi un altro problema, forse il più sostanziale. Già ai tempi dell’approvazione del nuovo Statuto, su queste pagine si fece notare che l’atteggiamento del corpo docente era per lo meno discutibile: nessuno, nemmeno tra i più progressisti, si preoccupava di chi faceva e fa il lavoro sporco (e corposo) in università. Ossia ricercatori a tempo determinato, assegnisti di ricerca, dottorandi, e (perché no?) tesisti. Quelli che in molte facoltà fanno sorveglianza agli esami (quando non interrogano), tengono parti (a volte consistenti) di corsi, muovono la ricerca. Ora come ora, per certe figure, c’è spazio in università solo se sgobbano in silenzio, o se hanno per lo meno la grazia solerte di leccare il culo. Cosa dicono e diranno, di questo, gli studenti, visto che riguarda — e non poco — la qualità del loro percorso formativo? E che linea ha avuto, ed avrà, il rettorato in merito? Niente e nessuna, dice il pessimista.

D’altronde, gli studenti, si è detto, agonizzano. Mentre sul versante del rettorato, complice la parentesi Bassi (su cui preferiamo astenerci dal commentare), è dai tempi del “Re Max” Egidi che l’Ateneo trentino non ha una guida di peso, per quanto discutibile (e nulla c’entra che ora la professoressa de Pretis abbia avuto l’illustre nomina). Forse proprio a causa di un legame con la PAT troppo forte e troppo difficile da gestire con serenità (il percorso, anche recente, del professor Egidi parrebbe avallare questa perniciosa possibilità).

Cosa accadrà ora? Ci saranno le elezioni, per gli studenti e per il Rettore. E sarà l’alba di un nuovo inizio. Drammaticamente simile a qualcosa di già visto.

Bilancio di un breve rettorato

Daria de Pretis

La nomina di Daria de Pretis a giudice della Corte Costituzionale è un indubbio successo, oltre che per lei, anche per il Trentino. E di questo, sinceramente, ci complimentiamo con la rettrice, che peraltro chi scrive conosce da molti anni. Le sue conseguenti dimissioni dalla guida dell’Ateneo, e la prossima indizione di nuove elezioni, inducono a un bilancio del suo pur breve (un anno e mezzo) mandato. Su questo l’abbiamo intervistata.

Sullo Statuto dell’Università c’erano state tante tensioni prima della sua elezione. Come è andata la partita della sua applicazione?

“Lo abbiamo applicato, verificandone la tenuta, l’opportunità e i punti di difficoltà. Con il Senato accademico avevamo appena deciso il tema delle modifiche”.

In quale direzione?

“Ho cercato di interpretarlo in senso partecipativo, valorizzando alcune possibilità. Ad esempio i direttori di dipartimento per statuto non possono partecipare al Senato, la mia scelta è stata di valorizzarne l’organo collegiale cui ora vengono sottoposte tutta una serie di questioni, prima non previste. Ho fatto costituire altri due organi non previsti, la Consulta del personale tecnico e di quello amministrativo; e stavamo portando a termine l’istituzione della Consulta dei dottori di ricerca, altrimenti non rappresentati in Ateneo”.

E la rappresentanza degli Studenti? È pur vero che l’afflusso alle elezioni è drammaticamente basso, e che non sembra eccellere il lavoro dei rappresentanti, ma forse questo è anche dovuto al fatto che l’istituzione non prevede spazi adeguati.

“Non sono d’accordo. Gli studenti sono presenti nel Senato, dove i due rappresentanti, due studentesse, hanno senz’altro fatto sentire la loro voce; e sono pure presenti nel Consiglio di amministrazione attraverso il presidente del Consiglio degli Studenti; il quale Consiglio è poi un altro organo, consultivo, dell’Ateneo”.

Ci sono state polemiche sull’istituzione del Comitato per l’applicazione del codice etico.

“È stato nominato qualche settimana fa, composto dal prof. Gregorio Arena, dal dott. Andrea Mongera, rappresentante del personale amministrativo, e da un esterno, la prof. Donata Gottardi, giuslavorista veronese. Poi è vero, il codice etico ha avuto una vita travagliatissima; quando sono arrivata ho sottoposto il testo a ulteriori discussioni, l’abbiamo pubblicato per due mesi sul sito dell’Ateneo ricevendo commenti ed integrazioni, lo abbiamo approvato a giugno e nominato il Comitato a fine estate”.

Nell’università non c’è troppo spazio per la precarietà e per troppi anni, con i ricercatori a tempo determinato, gli assegnisti di ricerca?

“Proprio per dare opportunità ai giovani ho contrattato con la Provincia che metà delle risorse del turn over all’Ateneo (fissato nel suo complesso al 100%) sia riservata ai nuovi ricercatori, e quindi in definitiva ai giovani che iniziano il loro percorso accademico. Poi evidentemente non tutti potranno essere stabilizzati, c’è chi dovrà trovarsi lavoro fuori dall’università”.

Eppure all’università ci sono persone che lavorano, precarie, da 14 anni. Il sistema dei ricercatori a tempo determinato funziona, nei fatti?

“È un sistema che porrà sicuramente dei problemi quando verranno a scadenza le posizioni a tempo determinato. Ce ne siamo occupati spesso, e con preoccupazione nella conferenza dei rettori, al punto che qualcuno ha parlato di bomba ad orologeria”.

È giusto che siano questi precari a fare esami e lezioni?

“Nelle funzioni del ricercatore c’è anche quella di fare lezioni ed esami e credo che sia una cosa positiva, purché non costituisca un ostacolo alla loro attività di ricerca, che deve restare l’attività principale”.

A Trento, in alcuni ambiti, il confronto studenti-docenti e ricercatori-professori è molto intenso, informale e vivace, come nei campus anglosassoni; in altri, prevalenti, vige piuttosto una gerarchizzazione vagamente sclerotica, come negli altri atenei italiani. Lei riconosce questo problema?

“Francamente no. L’università trentina è un ambiente di grande libertà, escludo che esista uno stile anglosassone più informale. Da noi io vedo relazioni positive, uno stile di lavoro diverso da quello delle università italiane; nel nostro ateneo è al contrario molto diffuso il rapporto collaborativo piuttosto che quello gerarchico”.

E. P.