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Un altro pateracchio

Sepolte le inutili Comunità di Valle, sono in arrivo le “Nuove Comunità”, altrettanto assurde

Niente da fare. Gli “eletti” a governare la Provincia sono in realtà totalmente incapaci di farlo e quanto sta accadendo con le Comunità di Valle ne è la prova, la pistola fumante della assoluta incompetenza della classe politica trentina.

Ancora nel 1996-1997 si era cercato di eliminare l’ente intermedio tra Comuni e Provincia e non per un puntiglio degli allora assessori Bondi e Chiodi, ma perché già vent’anni fa si era capito che i Comprensori andavano aboliti costruendo un percorso per portare i Comuni dapprima ad associarsi per gestire i servizi e, nel tempo, a unirsi per diminuirne il numero.

Niente da fare anche allora. Caduta la Giunta nel ‘97, è stata la volta di Dellai che, da buon democristiano, ha chiesto prima a Pinter e poi a Bressanini, entrambi del Pds, di fare una proposta di legge che tenesse conto dei suoi desideri. Detto fatto, si sa che la sinistra al governo è bravissima nel fare il lavoro della destra, e nel 2006 è stata approvata la legge con cui sono (ri) nati i Comprensori sotto le mentite spoglie di Comunità di Valle: un pateracchio politico-legislativo contro il quale ben pochi consiglieri hanno avuto il merito di esplicitare un voto negativo (21 favorevoli, 4 contrari, fra cui il sottoscritto, e 5 astensioni).

In 8 anni dalla approvazione della madre di tutte le “riforme” si sono verificati due fatti: uno politico-istituzionale e l’altro giuridico. Sul piano politico-istituzionale le Comunità di Valle hanno dimostrato di non servire assolutamente a nulla, cosa che a questo punto dovrebbe essere ammessa anche dai più convinti sostenitori. Sul piano giuridico è bastata una sentenza del Consiglio di Stato a insinuare il dubbio (in realtà una certezza) dell’illegittimità di un ente intermedio non previsto dalla Costituzione e che sottrae competenze agli enti territoriali comunali. È stato infatti sufficiente il ricorso di un sindaco, un Davide della Vallarsa (il benemerito prof. Geremia Gios), fuori dai giochetti del potere e sottopotere dell’era Dellai-Rossi, a far cadere il castello di carte di una riforma inutile e dannosa. Inutile perché non ha prodotto alcunché di positivo (tranne che per le tasche di presidenti e assessori) e dannosa per i cittadini, perché ha fatto perdere circa vent’anni in cui i Comuni avrebbero potuto lavorare per quelle unioni che comunque oggi cominciano a partire, ma che già potrebbero essere a buon punto se non fosse per l’inettitudine di una inetta classe politica.

Le Comunità di Valle, nate morte e definitivamente sepolte per evidente incostituzionalità, sono sopravvissute in questi anni grazie alla pletora di addetti ai lavori (consiglieri comunali, circoscrizionali, provinciali, ASUC, BIM, comprensori e portaborse vari), visto che alla cosiddetta società civile delle Comunità di Valle è importato meno di niente: vuoi perché i cittadini non han capito cosa sono (nessuno sa né cosa siano sul piano giuridico-istituzionale né a cosa servano sul piano politico-amministrativo), vuoi perché invece hanno capito che si tratta di sovrastrutture politico-partitiche in aggiunta alle già tante strutture istituzionali.

Bene, si dirà. Ora, finalmente eliminate le Comunità di Valle, si potrà ripartire per risolvere l’eccessiva frammentazione dei Comuni, compito semplificato da una crisi che non consente più quello spreco di risorse cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Il punto di equilibrio fra il campanile (il senso positivo di appartenenza a una Comunità per piccola che sia) e il campanilismo (la dimensione negativa del principio di cui sopra per cui ad ogni Comune spetta di diritto una scuola, una piscina, un campo da calcio, un ufficio tecnico, un ufficio personale ecc.) verrà garantito non dalla volontà politica ma dalla contingenza economica, per cui in mancanza di risorse si farà di necessità (niente soldi) virtù (maggiori aggregazioni).

Purtroppo invece la classe politica ci riprova e anziché ripartire dai soli due soggetti eletti dal popolo (Comuni e PAT) per incentivare le Unioni tra Comuni mette in piedi l’ennesimo pateracchio, ancor più complicato nel sistema elettorale e in quello funzionale. E così il disegno di legge per le “nuove Comunità” approvato dalla giunta Rossi ha già di fronte prospettive disastrose: nessuna certezza giuridico-istituzionale (Corte Costituzionale in agguato, trasferimenti di personale utopistici, trasferimenti di deleghe ostacolati) e debolezza politica sia per lo scarso appeal presso la popolazione, sia per la quasi impossibilità di formare maggioranze omogenee in un complicatissimo sistema di elezione. Stavolta, abolita l’elezione diretta, si vara un sistema elettivo di secondo grado per cui i consigli comunali (in proporzione alla popolazione) eleggono ciascuno nel proprio seno, da 3 a 20 grandi elettori che dovranno a loro volta eleggere il presidente e l’Assemblea della Comunità di Valle. Politicamente, un delirio.

Non c’e niente da fare: bisogna fermare questa classe politica i cui componenti o sono in malafede o sono totalmente incapaci, o entrambi.