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Carlo Devigili e Carlo Busetti Buca

Due Carli a Zambana, tra Pitagora e iPad

Osvaldo Maffei

Nella sede dell’Associazione MANA, a Zambana Vecchia, al n°1 di piazza Nobile, dal 18 ottobre al 9 novembre è possibile visitare una piccola mostra intitolata: “Il vecchio e il nuovo”, che in modo inusuale accosta Carlo Devigili e Carlo Busetti Buca, due artisti molto diversi date le tecniche antitetiche, ma che qui si mettono a confronto nell’atmosfera accogliente della saletta aperta su un florido giardino. Carlo Busetti Buca in principio disegnava con matite su carta, ma ha ora spostato sull’iPad - disegnando con le dita sullo schermo, e facendo poi stampare i file su supporti vari - le sue forme acuminate e taglienti, nelle quali emerge talvolta qualche tratto iconografico, e qualche concitazione cromatica, proveniente dal percorso delle avanguardie storiche: qualche profilo spezzato, o qualche schema geometrico un po’ picassiano.

Carlo Devigili, “Spartito giallo”

Carlo Devigili invece si esprime attraverso materiali già visitati da artisti novecenteschi come Burri e Colla (o Vallazza in regione): relitti di oggetti consunti.

L’artista visivo tradizionalmente inscrive la sua opera dentro dei limiti spaziali che comunemente si riferiscono ad una cornice perimetrata da due linee verticali e due orizzontali; nel caso di Devigili la figura geometrica che ne consegue è il quadrato. Come ben sappiamo, però, la terza misura, e cioè la profondità della pellicola pittorica o del bassorilievo (o del vetro dello schermo iPad) è ciò che conta maggiormente: ci proietta infatti verso la vera dimensione del lavoro artistico. In quei pochi millimetri di materia si gioca l’abilità dell’artista, che può compiere la magia di trasformare il substrato in “soglia”, difatti oltre la superficie esiste uno sfondo (oltre lo sfondo) che ci inoltra verso quel territorio di significanze che dà il senso all’opera stessa.

Esiste però un’altra qualità di cui dobbiamo tenere conto nel guardare queste opere: la patina del tempo che nobilita gli umili frammenti recuperati e scelti con cura e occhi sapienti. Legni, vecchie carte, frammenti di lavagna, spartiti, ferri arrugginiti, che hanno percorso una traiettoria nello spazio e nel tempo trascinati irresistibilmente dal destino, significative metafore che accomunano gli oggetti alle nostre vite già predisposte fin dall’inizio a quella ferita e a quella corruzione che non risparmia nessuno, la consunzione del tempo. Come in piccoli giardini giapponesi, dai colori e dalle linee delle composizioni di Devigili, da quei piani così elegantemente sovrapposti l’uno all’altro, emerge oltre alla armonia delle forme, sempre pregna di pathos, un’ulteriore inaspettata possibilità: la poesia. Parole indecifrabili su fogli invecchiati, qualche rara foto, le trame di una foglia o gli anelli di crescita del tronco di un albero, oltre a spartiti musicali manoscritti (note silenti, a lui evidentemente care) compaiono e scompaiono dentro deliziosi siparietti; tracce di antiche e recenti memorie che commuovono, intendendo il termine nel suo antico significato di “muovere”.

In questi lavori, apparentemente statici nella loro dimensione chiusa di quadrato, simbolo di totalità - definizione e delimitazione che i pitagorici assunsero a base della loro dottrina - Carlo Devigili ci spiazza in continuazione. Ci fa intravvedere la sintonia fra il movimento della materia (governata, oltre che dal tempo, da esperte mani di falegname) e il movimento interiore dell’animo di chi guarda. Quella sintonia che Andrea Zanzotto definirebbe “l’eterna riabilitazione da un trauma di cui s’ignora l’esistenza” e che forse non è null’altro che l’incompletezza del nostro cammino verso la consapevolezza che non raggiunge mai la meta prestabilita.

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