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La guerra di Ida

Calavino: una piccola storia nella Grande Guerra

Calavino al tempo della Grande Guerra

In questi mesi si fa un gran celebrare di imperatori, generali, battaglie, vittorie e armistizi. La storia, però, siamo noi, la storia è anche tante altre piccole storie mai narrate o senza un narratore. Questa inizia giusto 100 anni fa, il 28 giugno, con gli spari nella fatal Sarajevo. Un mese dopo l’Austria dichiara guerra alla Serbia e dà l’ordine di mobilitazione. Il primo agosto la Germania fa lo stesso con la Russia e chiede all’Italia, in nome della triplice Alleanza, di fare altrettanto. Il giorno successivo, però, Roma si mette alla finestra dichiarando la propria neutralità. Il 12 agosto truppe di Francesco Giuseppe entrano in Serbia: la Grande Guerra è servita!

La chiamata generale raggiunge anche i trentini e, tra loro, Emanuele Pisoni, muratore di Calavino, 43 anni, sette figli, l’ultimo di due mesi. Ida, terzogenita nata il 15 luglio 1905, abbassa gli occhi mentre rivive quel giorno: “Ero nell’orto con la mamma quando di colpo rimase in silenzio: era arrivato il messo comunale con il foglio di chiamata alle armi per papà”.

A metà agosto Emanuele parte per Trento, destinazione Galizia. Ida, attaccatissima al padre, lo segue mano nella mano per un tratto di strada e lui, per rincuorarla, promette che a Natale faranno assieme il presepio. Ha un’ultima immagine di lui prima che una curva glielo nasconda: “Si era voltato alzando le braccia per salutarmi ancora...”.

Il tenersi le mani libere di Roma mette in allarme Vienna e spinge gli alti comandi militari ad incaricare il generale Steinhart del genio militare (Geniedirektion Trient), di predisporre urgentemente una linea di difesa più arretrata, imperniata sulla fortificazione di fondovalle e fianchi dei monti che portano alla valle dell’Adige. A inizio settembre giungono in paese notizie di grandi battaglie con migliaia di caduti attorno a Leopoli e i feriti di ritorno dal fronte raccontano terribili storie di bombardamenti e ritirate disordinate.

In paese, il messo, spesso accompagnato dal parroco, bussa a numerose porte con la notifica di morte in combattimento. Che qualcosa non andasse Ida l’aveva capito da tempo dagli sguardi e dai discorsi angosciati dei grandi e dai visi tirati della madre: “Era sempre alla finestra a vedere chi arrivava”.

Il Genio militare prevede, in caso di sfondamento italiano nel settore di Riva, una linea di difesa all’altezza di Vezzano, dal monte Gazza giù in paese e poi su, dall’altra parte, al doss Nero e al monte Rosta (Viote). Steinhart ha fretta di eseguire i lavori, trincee, reticolati, piccoli rifugi e piazzole per l’artiglieria ma, a mobilitazione in corso, gli mancano soldati per eseguirli. Non gli resta che coinvolgere i locali, i pochi omeni rimasti, i vecchi, donne e perfino ragazzi. Chi vuole si presenti in piazza: ci sarà da fare per tutti, pagamento a giornata!

I bambini al lavoro

Calavino: processione scortata da soldati austro-ungarici. Fra le bambine in primo piano c’è anche Ida, la protagonista di questa storia.

Maria, per il marito al fronte, riceve un sussidio governativo assolutamente insufficiente per tre adulti e sette ragazzi. Mette a parte delle difficoltà Ida e le due figlie di 11 e 13 anni, invitandole ad accettare di lavorare per il Genio: “Tocca a voi più grandi pensare anche ai piccoli... papà sarà orgoglioso di voi!”.

Così, un giorno di fine settembre, Ida con le sorelle si presenta di buon mattino in piazza. Attorno a lei una cinquantina di paesani, anziani col bue e il broz, donne e tanti ragazzi, tutti in cerca di qualche corona. Ida ha subito modo di ritrovare il sorriso: c’è anche Luisa, compagna di banco e amica più fidata. Il gruppo si incammina a piedi verso Vezzano, tre chilometri, per ricevere dai militari del presidio materiale da portare in quota: perforatrici, picconi, badili, carriole, filo spinato, legnami per trincee.

Ida e Luisa, una davanti all’altra, si trovano sulle spalle un conventin, un’asse da trincea di una buona decina di chili per un paio di metri. Poco male: a loro pare di essere in gita e poi hanno tante cose da raccontarsi e confidarsi! All’ordine, una piccola processione si avvia per la strada dei brozi, attraversa i prati di malga Vezzano e sale fino allo spelacchiato doss Nero, 1404 metri. I primi giorni si cammina cantando “Serbi dio d’Austria il regno”, ma poi la fatica lascia il fiato solo per mettere un passo dopo l’altro.

Dopo due ore di marcia si scarica il materiale e si lavora fino al tramonto: uomini ai compiti più gravosi, carichi pesanti, scavi, armatura di piccoli bunker, calcestruzzo; donne e ragazzi a stendere filo spinato e i più giovani, quelli dalla terza elementare in su, a scaricare ceste di terra e sassi davanti alle trincee per alzarle.

Unica interruzione a mezzogiorno per buttar giù qualcosa portato da casa: pane o polenta, formaggio, qualche fetta di luganega, un uovo sodo. Poco prima del tramonto il rientro direttamente a Calavino, un’altra oretta di strada. In piazza, Ida si mette in fila per ricevere le corone pattuite e correre a casa. Una carezza, minestra, patate, una mela, le preghiere e a letto, perché l’alba, per una ragazzina di poco più di nove anni, è sempre troppo presto: “Una sera ero così stanca che mi sono addormentata in cortile su un po’ di fieno... si sono accorti alle tre che non c’ero nel mio letto”.

Bastano pochi giorni di lavoro per segnare il suo corpo di bambina: “Il conventin sulle spalle e il manico della cesta in mano mi avevano lacerato la pelle e le gambe mi facevano male. La mamma diceva che la guerra stava per finire e che col ritorno di papà tutto sarebbe stato come prima”.

Arriva il freddo

Calavino: processione scortata da soldati austro-ungarici. Fra le bambine in primo piano c’è anche Ida, la protagonista di questa storia.

In autunno il sole scalda sempre meno e, in alto, erba e terreno intirizziti dalla brina moltiplicano disagi e fatica. Ida, puntuale come se andasse a scuola, si avvia ogni mattina verso Vezzano con l’inseparabile Luisa. Nel passar a fianco del santuario di San Valentino, patrono degli innamorati, un attimo di accoratezza le punge il cuore. La mamma, nel confidarle di esserci andata da fidanzata con papà e i genitori, le aveva fatto una promessa: “Appena sarai capace di camminare per così tanto, ci andremo tutti assieme”.

Fine ottobre con nubi basse, pioggia livida in valle e nevischio in alto. Il maltempo la tiene qualche giorno a casa, giusto per vedere la madre spaventarsi fino a tremare: il messo si era soffermato davanti al portone di casa prima di passare oltre. Teresa, la zia, le prepara vestiti più adatti: gonna e maglione spessi, calze di lana grezza fino a metà gamba e le sgarmele, calzature chiuse con la suola di legno.

Dopo un mese di lavoro gran parte del materiale è in quota e si sale alle trincee direttamente da Calavino: strada più corta di un’oretta, ma più lavoro. Da Trento, invece, notizie di guerra sempre più gravi: pare che l’attacco degli Italiani sia ormai questione di giorni e basta il passaggio in valle di un aereo per gettare scompiglio: “Eravamo tutti spaventati... poi i militari hanno detto che veniva da Innsbruck!”. Si fa sempre più largo una parola mai sentita ma dal suono angoscioso: internamento. Intanto le scuole restano chiuse e si parla di usarle come ospedale: “Mi dispiaceva non andare a scuola, imparavo tanto... lì si sentivano tante brutte parole”.

A metà novembre il freddo si fa più acuto e cade la neve, mezzo metro appena sopra il paese. Per scaldarsi un po’ basterebbero dei fuocherelli, ma è assolutamente proibito perché fumo e fiamme potrebbero fornire indicazioni al nemico. Per resistere al freddo la zia le fa indossare vestiti ancora più pesanti: “Mi metteva due maglioni di lana grossa, la gonna e le calze lunghe, ma sentivo freddo lo stesso, allora la mamma mi ha fatto una cuffia e una sciarpina”.

Rischia anche di farsi male quando, a fine giornata, una cesta piena di terra e sassi la trascina in fondo alla trincea, oppure quando, per il fitto nevischio, scivola fin dentro un cespuglio irto di spini: viso, mani e gambe graffiate, calze e maglie strappati, ma non c’è tempo nemmeno per una lacrima.

Ida torna bambina soltanto la domenica, quando può dormire fino all’ora della messa cantata e, dopo pranzo, può andare in piazza ad ascoltare le allegre marcette suonate dalla banda militare e poi all’oratorio a giocare ai piti o scondilever, saltare con la corda o solo parlare con le coetanee di bambole di pezza e legno.

Arriva il messo...

Dicembre, quinto mese di guerra, porta il gelo, a volte così intenso che mani e piedi le si bloccano ancor prima di arrivare alle trincee: “Io e Luisa ci stringevamo e strofinavamo le mani per scaldarcele”. Per contrastare il freddo in casa la famiglia si sposta, almeno di notte, al caldo della stalla. Lì la giornata continua alla fioca luce di una lampada ad olio: la madre cerca di liberare dai pidocchi i figli lavandoli a turno in una brenta d’acqua calda, la zia munge la mucca per fare la mosa, le sorelle più grandi cuciono e lavorano a maglia e lo zio prova ad addormentare i più piccoli raccontando fiabe: “Ascoltavamo sdraiati sul fieno della mucca, dopo un po’ dormivamo tutti”.

Fuori la neve copre tetti, prati, strade e trincee, ma sempre più paesani accettano di lavorare alle fortificazioni. Le requisizioni di guerra, infatti, stanno affamando tutti e per acquistare un quartino d’olio, una renga o solo un fiammifero, ci vogliono corone.

La salita e la discesa dal doss diventano occasione per arrotondare ulteriormente la giornata. I grandi raccolgono legna e ciuffi d’erba per gli animali in stalla e i ragazzi si danno da fare per catturare qualche uccellino: “Mettevano dappertutto archetti e bacchette col vischio... appena uno ci restava attaccato gli tiravano il collo ben contenti: c’era tanta fame!”. Ida invece cerca muschio per il suo presepe e vischio da appendere come portafortuna alle pareti. La fame, però, morde anche lei, tanto che ogni volta che passa per la cucina apre la madia, ma “ormai era sempre vuota”. Però è contenta, perché al presepio manca solo l’alberello e quello andrà a prenderlo con papà.

L’arrivo in paese di altre truppe austroungariche non la fanno minimamente dubitare della sua certezza tanto che, da domenica 20 dicembre, è quasi sempre alla finestra per essere la prima a scorgerlo. La giornata però passa e così lunedì, martedì e anche venerdì, festa di Natale, senza che Emanuele arrivi a sorpresa al portone di casa. La delusione è fortissima, tanto che, per rincuorarla, la madre la invita a tenersi pronta per Pasqua. Sarà un’altra attesa vana, così come quella per un rientro in licenza annunciato per lettera, per il Natale successivo e quelli dopo ancora: a metà settembre ‘16, il messo busserà a casa Pisoni per comunicare che Emanuele è caduto ed è sepolto nel cimitero militare di Wels.

Ida però non lo sa e continuerà ad aspettarlo e a presentarsi in piazza fino alla primavera del ‘16, quando la Strafexpedition sposterà il fronte più a sud, rendendo inutili le trincee. Altri due anni di freddo, fame e miseria e gli Italiani isseranno il tricolore nella piazza di Calavino.

Tratto da una registrazione del 5 settembre 1997.