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MART, il museo tradito

Il progetto originario di un grande museo sull’arte novecentesca trentina e internazionale non c’è più. Deviato su altre strade, il MART non ha più identità e ora si trova ad essere troppo grande e troppo debole.

Cristiana Collu

L’intervista della direttrice del MART Crisitiana Collu a Repubblica, in cui annuncia di restare alla direzione del museo solo fino alla data di scadenza del suo attuale contratto (il 31 gennaio) ha suscitato un vespaio di polemiche e messo in moto, forse utilmente, qualche dubbio politico. Eppure non ha detto niente di più di quanto era sotto gli occhi di tutti. Ha segnalato un evidente malessere del museo roveretano, che dalla crisi economica viene senza dubbio costretto a cambiare pelle, non essendo più possibile nascondere sotto le ricche dotazioni finanziarie d’un tempo la necessità di fare il primo tagliando di revisione del motore.

Il vero problema, sottolinea Collu, è “il core-business del museo, la sua identità vera e propria... prima bisogna avere chiare queste premesse. Trovare dei fondi privati viene in un secondo momento”. Infine si lamenta che si cerchi “un prodotto che garantisca i numeri, gli introiti. Come se fossero gli unici indicatori”.

In partenza, quando il MART è stato concepito da ambienti intellettuali e politici roveretani, una identità ce l’aveva eccome. Non a caso è stato concepito a Rovereto, perché doveva essere lo sviluppo, la continuazione e la valorizzazione di un backgroud specifico intessuto con la storia della città, che agli inizi del Novecento ha portato numerosi artisti roveretani ad intrecciare la loro storia personale a quella dell’arte italiana del secolo, da Depero a Iras Baldessari, da Carlo Belli a Fausto Melotti, agli architetti Libera, Baldessari, Pollini.

A testimonianza di questa storia era rimasto il Museo Depero, ed è proprio da lì che il MART ha preso l’avvio. Non come chiusura localistica sulle glorie della piccola patria, ma anzi come ripresa e valorizzazione di questa tradizione in una dimensione europea: feconde radici locali sviluppatesi, fra Austria ed Italia, all’interno del grande movimento culturale attorno alla sfaccettata arte novecentesca.

Insomma la riduttiva divaricazione che si è in questi giorni cristallizzata negli interventi attorno all’intervista della Collu, divisi e contrapposti fra “più radicamento al territorio” e “apertura internazionale”, stavano entrambi, ma a ben altro livello, nelle origini e nella prima identità del museo: virtuosamente intrecciati, laddove ora invece si contrappongono.

Questa ispirazione “dal locale all’internazionale” è stata proprio operativa nelle prime grandi mostre, a partire da quella d’apertura, “Le stanze dell’arte”, che metteva in colloquio - come poi molte altre mostre - i grandi artisti “locali” del Novecento con i loro contemporanei, evidenziando intrecci e sviluppi.

Poi qualcosa si è inceppato, per l’insostenibilità economica di come la prima direttrice Belli aveva interpretato questa identità, costruendo di fatto un “museo del collezionismo”. Nel suo intervento di commento all’intervista della Collu, il filosofo roveretano Franco Rella, uno dei promotori del Mart e ispiratore delle prime grandi mostre, parla di “spinta a fare un po’ troppe mostre. Nessuno ne fa così tante come a Rovereto”. E questa storica tendenza a strafare del MART, a moltiplicare le mostre, in sede e altrove, ha avuto origine proprio da questo modello di “museo del collezionismo”. E insieme alle mostre, ovviamente, si sono moltiplicati anche i costi. Ma come si è arrivati a questa dinamica?

Il MART è un museo del mondo che ha fatto grande l’immagine della città. Rovereto è conosciuta per il MART” ha sostenuto il sindaco Miorandi. Indubbiamente il MART è molto conosciuto, e la città di Rovereto è nota come sua sede. È stato l’unico grande museo costruito ex novo per l’arte moderna e contemporanea in Italia nella seconda metà del Novecento, e con mura “firmate”. La sua inaugurazione ha colpito anche per questo, per la scelta - una volta deciso a livello politico il museo delle radici trentine, che vuol dire soprattutto roveretane, nell’arte del Novecento - dell’imponente monumento architettonico affidato all’archi-star Botta.

L’ente pubblico ci ha messo soprattutto questo: un grande edificio “firmato” e vari anni di vacche grasse. Ma la collezione da metterci dentro agli inizi non era certo adeguata a quei muri. Così il lavoro della prima direttrice Belli è consistito nel costruire la collezione del museo, tessendo una rete di contatti con il grande collezionismo italiano tesi ad avere depositi di opere importanti, aiutata in questo, la Belli, dalle sue capacità relazionali e dalla sua situazione personale, molto addentro nel modo del grande collezionismo e del mercato dell’arte.

Ma la cosa a un certo punto le ha preso la mano. Avere una collezione importante era la base necessaria per poter intrattenere rapporti paritari con gli altri musei internazionali, con i quali scambiarsi prestiti di opere. Ma le opere arrivate sono state davvero una marea, ed hanno fatto diventare quello che doveva essere un museo importante ma ancora piccolo quantitativamente, un enorme magazzino di opere importanti che arrivavano assieme ad altre meno significative, e che, per averle in deposito, il MART doveva impegnarsi a valorizzare, a far girare continuamente in mostre prestigiose (da documentare in lussuosi cataloghi), in sede e fuori sede, in occasioni tutte da inventare, per tenere fede ai patti con i collezionisti depositanti. Il MART è diventato così enorme, e frenetica la sua attività, ed i costi sono stati conseguenti.

Se a questo assommiamo la modesta levatura scientifica della direttrice, il suo relativo interesse verso il dibattito culturale, capiamo la mutazione avvenuta nel Museo. Molto presente nella mondanità internazionale, dove il grande collezionismo ha il suo habitat naturale; molto carente invece sul fronte scientifico. Ricordiamo il catalogo su Depero, sempre promesso e mai realizzato; o la figuraccia internazionale alla mostra a Parigi sull’ “Arte italiana dal 1900 al 1950”, stroncata da Le Monde perché non veniva neanche una volta citata la parola “fascismo”; o le poderose acquisizioni di montagne di materiale d’archivio, però solo accatastate in cantina e mai analizzate e studiate.

Questa grandeur fatta di pochi studi e invece di stretti rapporti con il bel mondo del grande collezionismo, è saltata con la crisi economica, ma non sarebbe stata comunque sostenibile a lungo nel piccolo Trentino.

Gabriella Belli

E così si arriva a quello che la Collu denuncia: il prevalere di “una sorta di indefinitezza, probabilmente dettata dalla crisi generale che investe le istituzioni culturali oggi”. Il che è vero: con la crisi, la cultura rischia per prima, perché fra il taglio delle mostre e quello degli ospedali, si sceglie il primo, ma in più al MART, di specifico, c’è un’impostazione che ha collassato per mancanza di misura. Con un conseguente annebbiamento della stessa identità, di cui già la direzione alla Collu era un sintomo: perché Collu è sempre stata una contemporaneista, mentre il MART era un museo d’arte moderna e contemporanea, del Novecento.

Invece l’identità del MART non può essere che quella originaria, trentina, visto che è un ente funzionale della PAT, visto che qui è nato, ma aperta al mondo e a tutta l’arte del Novecento proprio a partire dalla radici locali. Uno strumento culturale che metta in comunicazione l’interno con l’esterno. Cos’altro potrebbe essere? Il prodotto di qualche curatore tirato un po’ a sorte che fa i suoi fuochi d’artificio (senza più neanche tanti candelotti) per tre anni e poi se ne va?

Un museo d’arte contemporanea in regione c’è già a Bolzano, il Museion; su scala più ridotta c’era, e in parte c’è ancora, la Galleria Civica di Trento. Con la crisi economica non è più possibile alcuna grandeur; e i numeri, gli introiti, certo non sono gli unici indicatori, ma ha ragione anche l’assessore Mellarini quando ricorda che “senza i visitatori i musei sarebbero scatole vuote, autoreferenziali”.

Si tratta quindi di non cristallizzarsi su posizioni ideologicamente contrapposte, recuperare l’ispirazione originaria bifronte, glocal, “dal locale all’internazionale” e rimboccarsi le maniche per trovare il modo di fare un museo che studi, ricerchi, produca cultura, esponga anche dentro la crisi, dentro il taglio delle risorse, senza per questo abbassare le ambizioni qualitative, che non coincidono per forza con quelle finanziarie.