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MART: qualcosa non va

Osvaldo Maffei

In un contesto di generale stagnazione dell’intero comparto culturale fatto di archivi, musei, teatri e biblioteche che arrancano, dove persino la capitale rinuncia alla sua orchestra, la crisi - quella vera - che si sta profilando come una delle più serie, ha scoperto il nervo di un immenso organismo che non può reggersi senza un continuo salasso di denaro pubblico.

L’anello debole non poteva che essere l’arte contemporanea e dunque il tempio roveretano a Lei dedicato.

Frutto di un ventennio di ottimismo ingiustificato, la globalizzazione delle grandi mostre (comprese le biennali), le grandi opere da archistar asserviti alla finanza immobiliare, il tricorno musei-gallerie-critici, caratterizzanti gli ultimi vent’anni, lo strapotere curatoriale sono stati tutti azzoppati miseramente dalla mancanza di liquidità. Mentre anche qui i contributi a pioggia che hanno favorito una miriade di attività sembrano esaurirsi.

Come abbiamo potuto affidare il nostro futuro ad una gestione “politica” incapace di sfruttare una cultura dell’eccellenza che nei suoi 10 anni vanta la bellezza di 2,5 milioni di visitatori? Cosa si è fatto per allacciare rapporti con le Università, le Accademie, le Fondazioni e non per ultimi i cittadini? Cosa poteva fare una direttrice lasciata sola, se non “massimizzare altrove questi 3 anni di esperienza”, dato che il gioco era già tratto dalla scelta dei membri del CDA? Sia fuori che dentro il MART, le modalità di dimissione della direttrice Cristiana Collu (per quanto siano un atto intelligente per la sua carriera), non possono che lasciare l’amaro in bocca, inquietando coloro che intravvedevano una speranza nel suo stile educato e sobrio, totalmente opposto rispetto allo stile della precedente direttrice, Gabriella Belli, denominata “zarina”. Non dimentichiamo che in fondo anch’ella ha scelto un’opzione simile.

Ora, Rovereto (e non solo lei) che ha proiettato se stessa per oltre vent’anni in funzione del MART, mettendo i suoi destini nelle sue mani, si accorge che qualcosa non va. Scopre che si può rimanere soli come nell’opera dell’artista Isaac Cordal, che si trova a Berlino! Staremo a vedere... ancora una volta senza poter partecipare, dibattendo fra noi con l’acqua alla gola, sperando inutilmente che arrivi un nuovo “cacciatore di teste” a cui delegare le nostre ambizioni, sia locali che internazionali. Dimenticando che la scommessa sulla performance di un’organizzazione culturale non si vince solo con la scelta del leader, ma deve essere una concertazione di vari elementi d’interesse sia all’interno che all’esterno.

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