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Kosovo 2009

Un’economia ancora ferma nonostante anni di copiosi investimenti. Di chi la colpa?

Roberto Valussi

Non è facile dare un’idea della situazione del Kosovo oggi. Per quanto sia piccolo, esistono infatti varie realtà sovrapposte. Ennio Remondino, in un bell’articolo di inizio anno, parlava di tre Kosovo: quello albanese e indipendente, quello delle ricche missioni internazionali e quello dei serbi rintanati nelle enclave. Personalmente mi trovo ad operare nel Kosovo di mezzo, ma il mio lavoro in una ONG italiana mi frutta molti contatti con locali e, per certi versi, mi lascia quindi in bilico tra le prime due realtà. Il terzo, invece, l’ho sfiorato appena, in qualche veloce passaggio a caccia di salsicce.

Il Kosovo che vivo tutti i giorni si chiama Prizren, la seconda città del Paese con i suoi 200.000 abitanti. Una realtà graziosa e terribilmente calma, per lo meno d’inverno, ma comunque capace di raccontare molte cose. Passeggio in una normale via di duecento metri nel quartiere di Ortakoll, l’area residenziale dove vivo, a circa dieci minuti dal centro. Solo all’inizio del viale ci sono due barbieri, e altri quattro sono disseminati nello stesso isolato. Proseguo e conto due farmacie, a pochi metri l’una dall’altra; in altre zone se ne trovano anche tre attaccate. Le indicazioni più chiare le offre la ristorazione: quattro qevaptori (posti popolari con carne alla griglia), due pizzerie, due forni, due pasticcerie e tre bar. Non posso fare a meno di notare un serio problema di asfissia commerciale.

Un simile intasamento si ripete in ogni parte della città e del Paese. L’impressione è che il denaro semplicemente rimbalzi da un posto all’altro, senza mai essere prodotto da qualche parte.

L’industria ha l’aspetto di fabbriche abbandonate, testimoni di un passato tramontato assieme alla parola Jugoslavia, in anni in cui il Kosovo poteva vantare un settore secondario esteso ed integrato col resto del Paese.

Dal ‘92 in avanti, le cose sono andate via via peggiorando. Le politiche di Milosevic hanno allontanato gli albanesi kosovari dalle fabbriche che, a partire dal ‘99, sono state poi abbandonate o privatizzate; ed è da notare come il secondo esito non sia stato certo più fruttuoso del primo. L’ex fabbrica di scarpe davanti alla mia abitazione è un buon esempio. Vendeva in tutta la Jugoslavia e dava lavoro a duemila persone. Oggi è un ingombrante centro commerciale con non più di 100 dipendenti.

In città anche l’ex fabbrica tessile, una delle più importanti con i suoi duemila operai, è stata privatizzata, ma i nuovi proprietari si sono guardati bene dal rimetterla in piedi, risistemandola quanto basta per affittarne poi gli spazi ad una università privata.

Il problema principale, al di là della estrema politicizzazione del caso Kosovo, sembra quindi essere proprio l’economia, ancora al palo dopo anni di copiosi investimenti. Il confronto con i vicini è impari: le altre repubbliche ex-jugoslave, che hanno ricevuto un’inezia rispetto ai fondi giunti in Kosovo, oggi vedono una crescita del Pil tra il 4% e il 9%.

Di chi è la colpa? Due sono gli imputati: l’UNMIK (la missione ONU in Kosovo) e la classe dirigente del posto. Per i locali, il biasimo va tutto all’UNMIK, rea di aver portato con sé, durante i suoi dieci anni di governo, personale poco trasparente e inadeguato. Per molti osservatori internazionali, invece, l’ONU ha commesso il suo peccato originale accordandosi con l’UCK, la formazione paramilitare oggi al potere, che ha combattuto contro i serbi nel ‘97-’99. Proprio sul conto di questi ultimi i pareri arrivano ad essere inconciliabili: partigiani per i locali, terroristi per i serbi, trafficoni per tutti gli altri.

Un quadro politico complesso, insomma, molto più di quanto i giornali facciano capire. E se non mi sento di tirare conclusioni, intendo invece mettere in guardia da una di queste, la più facile ed abusata: gli odi etnici come causa di tutto. Una spiegazione che non ha mai spiegato niente. Prendiamola pure in considerazione, sapendo però che occorrerà andare molto, molto più a fondo.