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Torneranno i prati

Per non dimenticare

Mio bisnonno, il padre di mia nonna, Domenico Povinelli, di Carisolo, è morto in una trincea in Serbia, pochi mesi dopo l’inizio della Prima Guerra Mondiale. Non colpito da pallottole o schegge di granate, ma da una malattia gastrointestinale. Come milioni di altri.

Mio zio, Giovanni Tava, di Mezzolombardo, è finito sul fronte russo. Catturato, ha fatto il giro di mezzo mondo prima di riuscire a tornare a casa. Per anni ha ripetuto la sua storia a una famiglia sempre più indifferente.

Sul versante italiano mio nonno, Liborio Giordano, carabiniere siciliano, faceva il suo mestiere, il poliziotto militare. Con i disertori, tra gli altri, sappiamo cosa succedeva. A fine conflitto incontra mia nonna a Trento, si innamora, si sposa e non vorrà mai e poi mai parlare della guerra.

“Torneranno i prati” di Ermanno Olmi è un film dentro la Grande Guerra, che mostra la guerra, ma soprattutto la condizione fisica, psicologica di chi è in guerra. In questa guerra, in tutte le guerre forse, ma specialmente in questa.

In una notte in trincea in montagna sul fronte veneto vediamo soldati semplici, graduati, carabinieri, attendenti, portaordini, uomini ammalati, bombardati, ammazzati, spaventati, disperati, arrabbiati, delusi.

Frammenti di esistenza in condizioni di gelo, inedia, paura, rassegnazione, mantenuti in vita da sottili legami affettativi/postali.

C’è la morte per ordini assurdi, ai quali l’unica ribellione possibile è il suicidio. Poi la paura dell’ineluttabile stare sotto un bombardamento; l’angoscia per un ordine, forse sbagliato, di un sergente alla truppa; la rabbia e l’impotenza.

Ci sono anche momenti di umanità, di sospesa magia: il canto, la poesia, la visione di uno scheletrico larice che diventa d’oro e poi viene colpito e brucia, come brucia la vita, la speranza, il sogno. E c’è la natura, potente e indifferente. Il cielo grigio, la nuvole, la neve, la valle oscura, la montagna, gli alberi imbiancati, una volpe, una lepre.

Senza un preciso filo narrativo Olmi inscena momenti, situazioni. Non si preoccupa di logiche cronologiche, di sviluppo di una storia vera e propria, nemmeno di identificare o caratterizzare troppo i personaggi.

Unità di tempo luogo e spazio, ma il film non è teatrale, come poteva essere “Orizzonti di gloria” di Stanley Kubrick, con il quale qualche attinenza può essere intravista. Questo è cinema, ma un cinema diverso, altro, inconsueto, fuori dagli schemi, libero, forte, tremendo, magico perfino. Bellissima la fotografia virata nero/blu per gli esterni e bianco/nero negli interni. Bene tutto: scene, costumi, interpreti, appropriati, credibili.

Poi il finale di denuncia. Un soldato semplice, in piedi dentro la trincea, ripreso di profilo, guarda dritto nella cinepresa: “Alla fine tutto finirà - dice -, torneranno i prati e delle sofferenze dei patimenti, delle paure, delle morti, di tutto non resterà più niente. Saranno dimenticati”.

Piana e diretta constatazione dell’inutile, criminale assurdità della guerra, che nello spettatore si fa compassione e coscienza.

I prati sono tornati, ma io mio bisnonno morto, mio zio ossessionato e mio nonno traumatizzato, non li dimentico. E neanche gli altri voglio dimenticare.

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