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Giorgio Tosi, un ragazzo notevole

Giorgio Tosi era un ragazzo notevole. Lo si notava subito quando era in compagnia con i suoi coetanei. Di aspetto gradevole, ben fatto, né grasso né magro, con andatura leggera, agile, un viso sorridente e luminoso. Molto vivace nel gruppo, polemico e dispettoso. Amava lo sport e lo praticava con successo. Con tutte queste qualità era inevitabile qualche peccato di narcisismo.

Non a caso era l’allievo prediletto di Gastone Franchetti, il nostro insegnante di ginnastica. Entrambi venivano da fuori. Gastone era toscano, della Garfagnana, capitato a Riva perché suo padre lavorava in una impresa edile impegnata nella costruzione della gardesana occidentale, con quella interminabile sequenza di gallerie. Giorgio veniva da Rimini, al seguito della famiglia, posto che suo padre era stato chiamato a reggere il presidio rivano del Corpo Forestale dello Stato. Fra i due si era creato un particolare affiatamento, che però non turbava l’armonia che ispirava l’intero gruppo di ragazzi, studenti del ginnasio-liceo Maffei, che andò formandosi sul finire degli anni Trenta e nei primi anni della seconda guerra mondiale.

Balilla ed avanguardisti, marinaretti e prealpini erano inquadrati nei reparti dell’organizzazione fascista. Le loro occupazioni erano sport e sfilate di tipo militare. Le prediche dei gerarchi inculcavano nelle loro menti i precetti di una ideologia tirannica. Ma ciononostante, cominciò a comparire nel loro pensiero l’anticorpo del dubbio. Vi contribuirono alcuni professori: Guido Gori, toscano, cultore della poesia e della musica, Adolfo Leonardi, siciliano, che insegnando filosofia e storia instillò i primi frammenti critici in quelle giovani menti.

Giorgio fu tra i più precoci in questo risveglio autenticamente culturale. Finché, dopo che Gastone era ritornato dalla sua esperienza di guerra, la critica maturò in una vera e propria volontà di ribellione. Che si concretò dapprima nella formazione di una associazione ispirata alla montagna, appunto i Figli della Montagna, concepita come ricerca dell’impegno verso vette ideali, pulite dalle croste del regime, intesa come rottura con il mondo circostante. Fino a diventare una organizzazione di consapevole e dichiarata opposizione al fascismo. Giorgio ne era un animatore tenace.

In occasione di un anniversario patriottico il preside Marzari, un fascista fanatico, riunì tutte le classi nell’aula più grande del liceo e in divisa tenne una delle solite concioni. Le parole vuote e ridicole sulla grandezza della patria fascista, nel momento in cui agli occhi di tutti la guerra era ormai perduta, esasperarono il gruppo dei giovani ribelli. Erano schierati in piedi contro la parete in fondo. Giorgio, seguito dagli altri, tenne le braccia conserte ed in modo ostentato si rifiutò di applaudire. Il preside li guardò con occhi minacciosi ed essi, mentre lui continuava il suo sproloquio, uscirono dall’aula in segno di silenziosa protesta. Con Giorgio c’erano Eugenio e Romana Impera, Giulio Poli e Luciano Baroni.

Dopo l’8 settembre 1943 iniziò la vera e propria azione di resistenza armata. Riunioni segrete si ripetevano in luoghi sempre diversi. Si raccoglievano alimenti, scarpe, abiti e qualche arma. Si portavano nei rifugi della Sat, al Nino Pernici, a Tremalzo. Furono presi contatti con il generale Masini, fondatore delle Fiamme Verdi, che operava nel bresciano, e con le cellule clandestine del Partito Comunista. Nel gruppo c’erano Enrico Meroni, Eugenio Impera, Giulio Poli ed altri. Io ero il più giovane.

Ci venivano rivolte raccomandazioni di prudenza, ed anche inviti a desistere dai nostri propositi. Ma il bisogno di fare qualcosa era più forte, veniva dalla nostra coscienza. Giorgio era il più risoluto.

Nei primi giorni di maggio del 1944 si infiltrò nella nostra organizzazione un tal Fiore Lutterotti, detto Panza. Era un amico di Gastone, aveva partecipato alle attività sportive del gruppo. Catturato l’8 settembre, fu deportato in un lager nazista, da dove uscì accettando di mettersi al servizio delle SS. Quando giunse a Riva in licenza, fu avvicinato dal capo dei fascisti, Badiani, che lo convinse a prendere contatto col suo amico Gastone, il quale - gli fu detto - stava organizzando la resistenza armata. Tutto ciò il Lutterotti confidò a Gastone in un incontro al quale fui presente.

Gastone negò tutto, ma nei giorni successivi lo spione continuò ad accompagnarlo e così, in poco più di un mese, conobbe tutti i membri dell’organizzazione ed il 28 giugno 1944 reparti delle SS piombarono a Riva, Arco, Rovereto e Trento e compiriono una strage. Giorgio fu arrestato con l’avvocato Ferrandi, con Manci, con mio padre Remo. Avevano cercato anche me, ma due giorni prima me ne ero andato in montagna ed al mio posto presero mio padre. Lo rilasciarono morente in ottobre. Io era in montagna e non sapevo nulla della sua sorte. Non c’erano i telefonini. Seppi tutto a Natale.

Giorgio, in carcere a Bolzano, subì maltrattamenti, vere e proprie torture. Subì un processo insieme con Gastone Franchetti e Tortora. Il pubblico ministero chiese la pena di morte per tutti e tre gli accusati. Il Tribunale Speciale condannò a morte Franchetti e Tortora, e il giovane Tosi a tre anni di detenzione

La sentenza del 2 agosto 1944 così motiva la decisione: “L’imputato Giorgio Tosi, oltre che della particolare pericolosità del movimento insurrezionale al quale si era affiliato, non deve rispondere della circostanza aggravante. Poiché egli ha appena superato il diciottesimo anno di età, è incensurato ed ha subito l’influsso del Franchetti, il Tribunale ritiene di poter limitare la pena a tre anni di detenzione”. Scontati fino al maggio dell’anno successivo, con l’avvento della pace.

Partigiani a Riva del Garda

Poi Giorgio ha continuato ad essere quel personaggio straordinario che fin dalla più tenera età si era rivelato. Si impegna attivamente nel Partito Comunista. Diventa avvocato ed è protagonista di importanti processi in quel di Padova, ove si era trasferito. Si sposa ed ha due figli, uno dei quali vive a Pergine ed insegna all’Università di Trento. Difende le parti civili nel processo del Vajont ed è sempre dalla parte dei più deboli per tutelarne i diritti.

Scrive un importante libro sulla sua esperienza “Zum Tode”, e molti altri interventi su quotidiani e riviste. Ha collaborato anche con Questotrentino, pubblicandovi numerosi articoli. Insomma, tutta una vita fedele ai valori civili in cui credeva, senza mai risparmiarsi. Ci è mancato, all’età di 89 anni, il 14 dicembre scorso. Forse se ne è andato un po’ deluso. Non era questa di oggi l’Italia che avevamo sognato.

Ciao Giorgio!

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