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Un giorno in ambulanza

Il racconto di una volontaria del trasporto infermi

Lucia Pergher

Cinque e trenta, suona la sveglia. Certe mattine è veramente difficile aprire gli occhi e abbandonare quel mondo alternativo, fatto di sogni e immune ai problemi. Il letto mi trattiene nel tepore della notte, mentre penso al freddo che è tornato a farsi sentire. Ma bisogna alzarsi. La divisa mi guarda: è come una maschera che devi indossare per tutto il giorno, che ti rende riconoscibile, ti protegge e ti responsabilizza. Mentre mi alzo, ricordo le cose che dovrei fare, dalle più banali (sistemare la casa, pulire, lavare, stirare), alle più onerose (andare all’Inps, dall’assicuratore, macchina da revisionare, banca...). Chissà se oggi riuscirò. Dipende a che ora riesco a tornare a casa e quanto stanca sarò, eppure devo fare queste cose... Ok, sono pronta, salgo in macchina e parto per andare a prendere l’ambulanza. Mezz’ora di strada e i pensieri si affollano: l’altro giorno ho fatto un volo in ambulanza e ho ancora i lividi sul sedere e una gamba semi-dolente, la nipotina ha preso la varicella, la mamma si dà da fare per tutti, nascondendo la stanchezza, il papà ha bisogno di aiuto, c’è la legna da tagliare, l’orto da fare...

Il collega non è ancora arrivato, l’aria frizzante del mattino non è piacevole. Ma ecco l’ambulanza. Salgo, un sorriso, un saluto e siamo pronti a partire. I pensieri privati svaniscono mentre controlliamo che sia tutto a posto e ci prepariamo al primo viaggio. Ci aspetta un ospite della casa di riposo. Ha il morbo di Parkinson e deve fare una visita neurologica, perché ha delle allucinazioni. Il viaggio con lui è impegnativo e interessante. Parla di luoghi e cose che sono nella sua mente e devo riuscire a immergermi in quel mondo per capirlo, cercare di estraniarmi dalla realtà per poter creare un ponte di comprensione e rispetto con lui. In ospedale lo aspetta la moglie, che lo accoglie con un gran sorriso e tanta dolcezza. Sarà lei ad assisterlo e accompagnarlo durante la visita, e ad aspettare con lui che arrivi un’ambulanza a riprenderlo, quando avrà finito. Penso a questa signora, che con tanto affetto segue e cura il marito, senza rammarico, senza accuse, solo con amore. Non capita spesso di trovare donne così, sembra che sia una razza d’altri tempi.

La nonnina in attesa

Carichiamo altri due pazienti da portare ad Arco e la situazione cambia completamente. Parlano fra loro (un po’ si conoscono) e si raccontano di famigliari e conoscenti: uno è morto, l’altro ha un tumore, un altro sta male, questo ha fatto un incidente e quello ha tanti problemi. Verrebbe voglia di interromperli e chiedere se magari non c’è qualcosa che va bene o qualcuno che è felice. Questi stanno molto meglio rispetto al paziente di prima: sono stati operati a un ginocchio e devono fare fisioterapia, ma sono autonomi e coscienti, hanno un mondo davanti a sé, eppure vedono solo il peggio.

La giornata prosegue: una dialisi, una persona che deve fare i raggi, tante visite per persone non autonome, tutte bisognose di piccole cure, chi chiede informazioni, chi occupa il viaggio parlando, uno ha caldo, l’altro vuole la coperta. Ci vuole attenzione per il paziente, ma non solo: ci sono gli orari da rispettare, il parente agitato, la centrale che ti chiama, e intanto cerchi di districarti nel traffico, con la bici che attraversa all’ultimo momento, la macchina che ti frena davanti, la nonnina che aspetta che qualcuno la lasci passare sulle strisce pedonali. Trovi chi ti agevola, e chi non ti considera, sulla strada come nei reparti o nelle case. Alcuni ci aspettano con un sorriso, altri ci aggrediscono perché siamo in ritardo o sono ore che aspettano per essere riportati a casa. C’è chi rientra dalle visite contento, chi si lamenta del medico, della sanità, della propria situazione. Alcuni tornano in case con parenti, amici, badanti, ad accoglierli, altri rientrano in dimore solitarie e ti chiedi come faranno da soli. Belle case e ville si contrappongono a mini appartamenti o tuguri dove è difficile persino entrare. Ma tutti sull’ambulanza diventano uguali, perché ognuno di loro ha bisogno e deve combattere la propria malattia. Ogni tanto incrociamo dei colleghi e anche fra noi le barriere svaniscono: non esistono più Croce Rossa o Bianca, dipendenti o volontari, stiamo facendo tutti lo stesso servizio.

Venti minuti per mangiare qualcosa e andiamo a prendere l’ennesima nonnina, che aspetta da oltre un’ora di rientrare in Rsa. Sono quasi le due ed è li dal mattino, nessuno è venuto ad accompagnarla, forse non ha parenti, o forse non avevano tempo: lei, come tanti altri, già immobilizzata e dolorante, è rimasta sul lettino, su un corridoio, da sola. Un infermiere l’ha portata in ambulatorio per la visita per poi riportarla fuori. Il suo viaggio di ritorno è breve, cinque minuti, ma in quei brevi istanti ti senti in dovere di tenerle la mano, darle quel po’ di conforto che non ha avuto in tutto il giorno. E quando la riporti in stanza ti sorride e ti abbraccia. Tante persone come lei sono rimaste sole o sono diventate dei pesi da scaricare in una casa di riposo. I parenti magari gli hanno detto per consolarle che li c’è tutto e avranno le cure necessarie: certo, ma come noi, anche quegli operatori seguono ritmi e orari incalzanti, hanno compiti precisi da rispettare, e il tempo di ascoltare i bisogni della persona sembra non esserci mai. È una gabbia dorata, ma pur sempre una gabbia, dove ognuno ti dice cosa devi fare e nessuno ti ascolta.

Gli auguri all’investitore

Il nostro ultimo paziente della giornata è un giovane, portato in elicottero in ospedale due settimane fa, per un incidente con un’altra moto. È allegro, anche se tutto rotto: omero e braccio sinistro, cinque costole, ginocchio, caviglia e piede sinistro, non si è fatto mancare niente! Ma la gioia di tornare a casa è più grande. L’infermiera gli spiega le terapie, le visite e le cure che dovrà sostenere: oltre 6 mesi di riabilitazione, una bella botta! Prima di partire mi chiede di portarlo col lettino vicino a un altro paziente, il guidatore della moto che lo ha investito. Nonostante ciò, lo saluta con calore e gli fa gli auguri per le sue fratture, (tutta la parte sinistra anche per lui), gli stringe la mano e sorride cordialmente. È bello scoprire quanto siamo più amichevoli e concilianti quando abbiamo davanti a noi prospettive serene. C’è da imparare da chi come lui, offre comprensione e calore anche a chi è causa del suo dolore. Questo ti fa capire che c’è qualcosa di più forte del proprio io.

I chilometri si sono accavallati, le ore sono volate. Anche oggi ho visto mille mondi diversi e i miei problemi sono stati cancellati da storie di dolori più grandi, sminuiti da persone coraggiose, ridimensionati da una realtà che ti dimostra che non sei l’unico e nemmeno il più mal messo, ma uno come tutti che deve rimboccarsi le maniche e andare avanti.

Risistemato il mezzo, possiamo tornare a casa e adesso la stanchezza si fa sentire. Tolgo la divisa e la rimetto a posto: anche oggi mi hai aiutato ad affrontare situazioni più o meno difficili, che sfidano fisicamente e moralmente, ma soprattutto mi sono arricchita di sorrisi e piccoli gesti che valgono più di mille parole.

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