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Trento e il rischio di alluvione

La teoria è rassicurante, la pratica un po’ meno

Dal novembre del 1966, data dell’ultima disastrosa alluvione del fiume Adige, Trento attende dalla Provincia le opere per la sua messa in sicurezza, che seguano i numerosi studi teorici, diligentemente effettuati nel corso degli anni.

Trento, novembre 1966: alluvione nel quartiere di Santa Maria. Foto di Giorgio Rossi.

Nel mezzo secolo trascorso da quell’alluvione, in Consiglio Comunale si sono succedute sul tema interrogazioni ed ordini del giorno ai quali non è seguito alcunché di sostanziale. Solo recentemente, con un ordine del giorno del 2009, approvato nel settembre del 2011, e con successive domande d’attualità, presentate puntualmente ad ogni occasione di allerta, si è cominciato a muovere qualcosa.

Dapprima una lettera del sindaco al presidente della Provincia che chiede un esame dettagliato delle azioni ed opere attuate per assicurare al capoluogo la sicurezza nei confronti delle alluvioni dell’Adige. È seguito un incontro fra i tecnici provinciali e le due commissioni consiliari dell’Urbanistica e dell’Ambiente. Infine, nel novembre scorso, è avvenuta la presentazione al Consiglio e alla Giunta Comunale, con gran spolvero di responsabili tecnici della protezione civile, dei bacini montani e delle foreste, da parte dell’assessore provinciale Mauro Gilmozzi, dello stato dell’arte della sicurezza idraulica di Trento.

Una sintesi semplice si impone, e chiedo anticipatamente venia per eventuali imperfezioni dettate dalla ristrettezza della pagina.

L’Adige attraversa Trento in un canale artificiale, di rettifica del corso naturale, realizzato all’epoca austro-ungarica con tecniche molto povere di arginature in terra, per recuperare aree agricole, posizionare il rilevato della prima ferrovia e proteggere dalle piene la città storica. La portata dell’Adige nella sezione del ponte S. Giorgio di Trento, in termini di metri cubi al secondo, è rappresentata dalla somma delle portate del torrente Avisio, del Noce, e naturalmente dello stesso Adige che attraversa il confine di Salorno.

Nelle condizioni di massima criticità è facile arrivare ad oltre 3.000 metri cubi al secondo, una portata davvero spaventosa, se si considera che l’alluvione del 1966 vide passare a Trento non più di 2.200 metri cubi.

L’illustrazione delle opere data dai rappresentanti della Provincia può essere così riassunta:

  • si procede innalzando e rinforzando gli argini a monte ed attraverso l’area del comune di Trento, prevedendo una portata critica di 2.500 metri cubi al secondo;
  • si governa la portata del torrente Noce, mediante l’uso del bacino artificiale di S. Giustina, che viene lasciato riempire durante il passaggio di onda critica dell’Adige;
  • si governa la portata dell’Avisio, mediante il bacino artificiale di Stramentizzo, che viene lasciato riempire durante il passaggio di onda critica;
  • si riceve a Salorno una portata massima di 1.400 metri cubi al secondo, garantita mediante opere da parte della Provincia di Bolzano.

In linea di massima il quadro appare soddisfacente, né poteva essere diversamente, data la presenza, nello “storico” incontro col Consiglio Comunale del novembre 2014, dei tre massimi responsabili provinciali: della Protezione Civile, Bertoldi, dei Bacini montani, Coali, delle Foreste, Masè.

Ma, come sempre, il diavolo sta nei dettagli.

Come fa la Provincia di Bolzano a ridurre da 1.600 a 1.400 metri cubi la portata a Salorno non avendo essa effettuato alcuna diga di laminazione delle piene?

Quando sarà vuotato il bacino di Stramentizzo, realizzato il sovralzo della diga e il nuovo scarico di fondo per renderlo idoneo a laminare almeno parte della portata di piena del torrente Avisio?

Con queste domande, pur avendo apprezzato l’azione della Provincia e dei suoi rappresentanti, si rimane perplessi davanti alle affermazioni del tipo: la sicurezza idraulica della città di Trento è garantita.

Direi che ancora siamo lontani. O, a voler essere ottimisti, si sono fatti solo piccoli passi verso la meta.