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L’ Italia demolisce i parchi nazionali

Lo smembramento del Parco dello Stelvio fra Trentino, Alto Adige e Lombardia

Mentre in Europa, come nel resto del pianeta, si istituiscono nuovi parchi, si allargano i confini di quelli esistenti, si costruiscono e finanziano collaborazioni transnazionali, in Italia si lavora in senso opposto. Presso il Parlamento è depositato un disegno di legge che stravolge gli enti parco, trasformandoli da soggetti con una mission basata sulla conservazione del bene, in enti economici. Nella nostra regione si fa di peggio: la più vasta area protetta del paese, il Parco Nazionale dello Stelvio, il parco strategicamente più importante di tutte le Alpi, lo si demolisce, suddividendolo in tre minuscole aree gestite dalle Provincie autonome di Trento e Bolzano e dalla Regione Lombardia.

Gli attori protagonisti dello scempio sono diversi. La SVP, con ferma determinazione, già nel 2010 aveva politicamente ricattato Berlusconi imponendo lo smembramento. Un’azione vanificata dalle associazioni ambientalistiche locali, che intervennero presso Napolitano: il presidente della Repubblica, a causa del mancato accordo con la Regione Lombardia e l’evidente contrasto con il dettato della legge nazionale 394/91, non firmava la norma di attuazione come approvata in Commissione dei 12.

Oggi l’altro attore protagonista è il Partito Democratico: ma non perché faccia qualcosa, solo perché, da organismo inerte, subisce il diktat della SVP e di Dellai, oggi presidente della Commissione dei 12 e si adegua a questa deriva priva di cultura verso l’ambiente e le necessità di conservazione di una biodiversità unica nelle Alpi.

Recentemente la Commissione ha ribadito la scelta dello smembramento. E il presidente Dellai, come suo costume, non ha più voglia di chiacchere e arriva ad affermare che il suo compito (come presidente della Commissione dei 12) è finito. Dellai rimane curvo sotto le pressioni del senatore Karl Zeller, anche lui come carattere non certo morbido: infastidito dalla continuità dell’azione delle associazioni, afferma che il loro appello è giunto fuori tempo massimo. Una evidente calunnia: solo l’impegno degli ambientalisti, in modo particolare dei trentini, ha impedito fino ad oggi lo smembramento. Ed in questi giorni sono ben 13 le associazioni di profilo nazionale che stanno lavorando per impedire l’attuazione di un simile progetto.

Con l’esclusione di Franca Penasa, indignata dal percorso intrapreso e schierata a difesa della integrità del parco nazionale, tutti i membri della Commissione sono convinti di aver terminato il loro lavoro. Delle richieste degli ambientalisti, avanzate in sede romana fin dal 7 maggio, è stato recepito ben poco, non certo la parte sostanziale. Eppure sul testo deliberato pesa ancora il netto parere contrario del Ministero dell’Ambiente. Ma il governo Renzi (come nel 2010 quello di Berlusconi) ha bisogno dei voti della SVP per sopravvivere e gli altotesini non vogliono rinunciare ad avere il totale controllo gestionale dell’area protetta. Il loro fine principale è quello della modifica dei confini: per sviluppare in quota attività agricole intensive, per consentire l’attività venatoria, per favorire l’ulteriore sviluppo di aree sciabili in val d’Ultimo. Ed infatti con un decreto legge si è già provveduto a trasferire anche alla Regione Lombardia le competenze dello Stato in materia di aree protette. (D.L. 91/2014, convertito in legge nell’agosto scorso). Nel caso di mancata intesa fra Regione Lombardia e ministero la “tagliola” Zeller è impietosa. Entro 60 giorni da fine agosto il Presidente del Consiglio dei ministri può nominare un comitato paritetico che gestirà il parco, ovviamente il tutto in assenza di competenze scientifiche e del controllo dell’associazionismo ambientalista e del parere dei rappresentanti dei comuni.

Solo il senatore Francesco Palermo ha provato a rilanciare la proposta degli ambientalisti, cioè quella di addivenire alla istituzione di un parco transnazionale, europeo, che superi ogni lettura nazionalistica. Ma anche per questo senatore più attento di altri le dinamiche della sopravvivenza politica del governo Renzi sono più importanti delle questioni ambientali di profilo internazionale.

Qualora la norma di attuazione divenisse operativa con il benestare del Ministero dell’Ambiente, per un lungo periodo il parco nazionale rimarrebbe privo di gestione anche nelle tre aree smembrate. Come del resto sta accadendo da quattro lunghi anni. Una scelta voluta, sostenuta dall’inerzia colpevole del Ministero dell’Ambiente, tesa a portare l’ente parco allo sfinimento totale e a diffondere sempre più nella popolazione locale sfiducia nei confronti dell’istituzione. In tempi brevi le Provincie di Trento e Bolzano e la Regione Lombardia dovrebbero approvare una legge che permetta almeno una lettura unitaria della pianificazione urbanistica e delle politiche di conservazione. Ma quando avverrà questo passaggio? Fino ad ora nemmeno se ne discute, per lo meno in modo pubblico.

L’amministrazione regionale della Lombardia sta dimostrando il più totale disinteresse verso le sue aree protette, da oltre un ventennio e con Maroni presidente la situazione, se possibile, è ancora peggiorata. Ci troveremo quindi ad avere due miniparchi nelle Provincie autonome gestiti con la superficialità già dimostrata nei confronti delle aree protette (apertura alle motoslitte, nuovi caroselli sciistici, autorizzazione alla caccia), e nell’altra parte del Parco, la più corposa (il 46% della superficie totale), si avrà una totale assenza di gestione, il vuoto più assoluto.

Ma c’è di più: le due Provincie autonome, per un tempo indefinito, dovrebbero assicurare il sostentamento economico del parco, con cifre che si avvicinano ai 10 milioni di euro all’anno, da spendersi anche e specialmente in territorio lombardo. Un passaggio, questo, che non farà altro che alimentare la deresponsabilizzazione politica e culturale della Regione Lombardia verso la sua montagna, la Valtellina e l’alta Val Camonica.

Quanto sta accadendo attorno allo Stelvio costituisce un precedente pericolosissimo. Non solo il nostro paese ancora una volta va in controtendenza rispetto a quanto si decide nell’Unione Europea, non solo si sviliscono in nome di miseri accordi politici i valori della conservazione e dei parchi, ma si crea un precedente che quasi sicuramente verrà imitato: da subito nel Parco del Gran Paradiso, con uno smembramento fra Piemonte e Valle d’Aosta, ma anche lungo la dorsale appenninica, dove già oggi il devastante localismo e ristrette visioni della gestione del territorio rendono problematica la vita e la gestione delle funzioni conservative nelle aree protette.