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Controlli ambientali, adesso li abbuonano...

La Provincia prosegue verso il progressivo annullamento dell’attività di tutela ambientale

Aldo Colombo
Il consigliere del M5S Filippo Degasperi

Il 13 gennaio scorso il consigliere provinciale del Movimento5Stelle Filippo Degasperi ha presentato un’interrogazione al Presidente della Provincia Ugo Rossi in materia di controlli ambientali. A sollevare le perplessità del consigliere del Movimento5Stelle è stata una delibera di Giunta approvata su proposta di Rossi il 29 dicembre 2014 (la numero 2378), che ha istituito in seno all’amministrazione provinciale un “Tavolo interdipartimentale per la razionalizzazione dei controlli sulle imprese”. Tale delibera si richiama direttamente a una legge provinciale del 2012 (la numero 10: “Interventi urgenti per favorire la crescita e la competitività del Trentino”) che, nell’invocare la razionalizzazione di cui dovrebbe occuparsi il nuovo Tavolo interdipartimentale, richiede che essa avvenga “anche mediante riduzione o eliminazione di controlli sulle imprese, tenendo conto del possesso di certificazioni del sistema di gestione per la qualità ISO o di altre appropriate certificazioni”.

Comprensibili le perplessità: parlare di riduzione o addirittura di eliminazione dei controlli è sempre azzardato, specialmente se parliamo di quelli ambientali, e consideriamo quanto accaduto soltanto negli ultimi anni in Trentino, dal caso delle Acciaierie di Borgo a quello del traffico di rifiuti a Monte Zaccon. In pratica, il nuovo Tavolo potrebbe fare proprio questo: stabilire nel prossimo futuro le modalità attraverso cui ridurre o eliminare i controlli ambientali sulle imprese trentine dotate di “appropriata certificazione ambientale”.

Ovvero?

Gestione ambientale certificata

La ex cava di Monte Zaccon

Le due certificazioni ambientali di riferimento più importanti sono la ISO 14001, norma emanata dall’International Organization for Standardization nel 2004, e l’Eco-Management and Audit Scheme (in sigla, EMAS), norma emanata dall’Unione Europea nel 2009. Esse attestano la presenza, all’interno di un’organizzazione, di un “sistema di gestione ambientale”. Che cos’è?

Essenzialmente, un insieme di ruoli e procedure che consentono all’organizzazione di individuare gli impatti ambientali più significativi della propria attività, e quindi di stabilire e attuare programmi di riduzione per alcuni di essi e procedure di corretta gestione per gli altri. Il tutto in un’ottica di revisione e miglioramento continui delle prestazioni ambientali. Alla base della certificazione c’è ovviamente la piena conformità alla normativa ambientale: non può esistere un sistema di gestione ambientale certificato in un’organizzazione che non sia attrezzata per il costante rispetto delle leggi vigenti in materia.

Messa in questo modo, si potrebbe anche convenire che ridurre (cum grano salis, e non certo eliminare!) i controlli su imprese che hanno scelto di compiere questo sforzo possa essere non solo corretto, ma anche lungimirante: così, da un lato l’ente pubblico potrebbe concentrare i suoi controlli ambientali soprattutto su chi ha scelto di non certificarsi, dimostrando meno interesse per l’ambiente, dall’altro le imprese trentine più attente sarebbero incentivate a certificarsi e quindi a gestire più correttamente i propri aspetti ambientali, con ricaduta benefica sulla collettività. Tutto questo è vero sulla carta. Ma nella realtà? Nella realtà, le certificazioni non sempre funzionano come dovrebbero.

Quali garanzie?

ISO14001

In Trentino esistono (al 14 gennaio 2015) 249 organizzazioni certificate ISO 14001 (fonte: www.accredia.it), la maggior parte delle quali sono siti produttivi. Tra i siti industriali certificati, alcuni sono fra i più impattanti presenti sul nostro territorio: l’Aquafil e la Dana di Arco, il cementificio Italcementi di Calavino, la Galvanica e la Metalsistem di Rovereto, la Menz e Gasser di Novaledo, la Zincheria Seca di Ala, la Zobele di Trento. In virtù della loro certificazione, i controlli ambientali su queste realtà potrebbero sparire.

È lo stesso Degasperi, però, a ricordare che l’Ilva di Taranto era (ed è tuttora!) certificata ISO 14001. Che quindi non è affatto garanzia non solo di una buona gestione ambientale, ma nemmeno del rispetto della normativa.

Com’è possibile?

Semplice. A rilasciare i certificati ISO 14001 sono degli enti di certificazione privati (tra i più noti: DNV, Certiquality, SGS) pagati dagli stessi soggetti che richiedono la certificazione, la quale di fatto viene quindi letteralmente “acquistata”. Il che, senza necessariamente pensare a connivenze di qualche genere, mina evidentemente l’indipendenza del certificatore e quindi la credibilità dell’intero processo.

Emas

Piuttosto diverso sarebbe il discorso nel caso dell’altra certificazione, EMAS. Quest’ultima non è una norma privata, ma pubblica, che si regge su uno schema di certificazione che in Italia fa capo a un ente pubblico, l’Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale (ISPRA), ovvero proprio l’ente chiamato a sovrintendere al sistema nazionale dei controlli ambientali. Non solo: nei contenuti EMAS è più stringente della ISO 14001, in particolare nel chiedere conto del miglioramento nel tempo delle prestazioni ambientali e soprattutto nell’imporre all’organizzazione di comunicare verso l’esterno i propri aspetti ambientali, mediante una dichiarazione pubblica di periodicità annuale. Resta vero che anche questa, come ogni certificazione del resto, può fallire, ed è il motivo per cui i controlli non potranno mai essere eliminati solo perché un’organizzazione è certificata. Tuttavia, non è un caso che in Trentino le società private certificate EMAS siano solo 18 (tra cui le Cartiere del Garda di Riva e la Sandoz di Rovereto), e che anche a livello nazionale il rapporto sia di una certificazione EMAS ogni 18 certificazioni ISO 14001 (fonte: www.isprambiente.gov.it), a dimostrazione del fatto che EMAS è più severa, e quindi più credibile.

Paga sempre l’ambiente

Il problema è che la legge provinciale citata non richiede di limitare l’eventuale riduzione dei controlli soltanto nel caso della certificazione EMAS, decisione sulla quale ci sarebbe comunque da meditare e andare coi piedi di piombo (senza contare l’assurdità di volerli addirittura eliminare), ma tiene in piedi la possibilità anche nel caso della ISO 14001. Ovvero, di una potenziale Ilva di Taranto.

Se si aggiunge che già il sistema dei controlli ambientali in Trentino fa acqua perché minato sin dalle sue fondamenta giuridiche (vedi l’articolo “Controlli ambientali: la riforma che non può più aspettare”, su Questotrentino n° 9/2014), allora diventa difficile pensare che dietro a tutto questo non ci sia il solito disegno: quello di chi la crisi vuol farla pagare all’ambiente.