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L’autonomia accerchiata

Mentre i nostri quotidiani ospitano giornalmente riflessioni sulla possibile precarietà della nostra autonomia, alcune profonde altre per lo più retoriche e prive di concretezza, fuori dai nostri confini si lavora per superare tutte le autonomie locali.

L’iniziativa più clamorosa vede protagonista il PD della Lombardia, che ha lanciato una raccolta di firme per chiedere al Parlamento di abolire le Regioni a statuto speciale, tutte. Le firme arrivano copiose e questo passaggio politico non può certo essere sottovalutato, anche perché non vede come isolati protagonisti i soliti giornalisti che attaccano i presunti privilegi delle autonomie e il modo discutibile in cui vengono spesi i soldi pubblici in queste regioni.

L’altra iniziativa è all’insegna della confusione, ma è pur sempre indice di una cultura anti-autonomista che si va radicando e sempre più alza la voce. La proposta ha come primo firmatario il presidente di Marsilio Editore, Cesare De Michelis, a cui si affiancano l’ex presidente del Centro Santa Chiara Franco Oss Noser e Paolo Andreatta, direttore generale di E-Pharma. Partendo dalla crisi che sta affossando il tessuto produttivo del Nord-Est, queste personalità propongono l’abolizione delle autonomie e l’istituzione di una macroregione del Nord-Est priva dell’Alto Adige, perché ritengono che quella autonomia abbia ancora ragione di sussistere ed è garantita da accordi internazionali e quindi dall’Austria. Dice De Michelis che il Nord-Est ha smesso di correre e bisogna superare campanilismi, privatizzare anche i servizi pubblici, imporre le fusioni dei comuni, chiudere le Camere di Commercio e rilanciare filiere produttive di profilo internazionale. Nella macroregione dovrebbero confluire Friuli-Venezia Giulia, Veneto e Trentino.

La proposta viene bocciata senza appello da Arno Kompatscher, Ugo Rossi e Lorenzo Dellai e sostenuta dalle diverse Confindustria, che vedono così aprirsi nuovi spiragli per il rilancio della Valdastico, dell’Alemagna e di altre grandi opere.

Nell’opporsi a questo nuovo disegno istituzionale i nostri governatori dimenticano di riflettere su un’altra grande sciocchezza da loro sostenuta, madre di quest’ultima: l’Euregio, una iniziativa di macroregione fittizia che dovrebbe unire le regioni dell’asse ferroviario del Brennero, una macroregione dei forti e priva di attenzione verso territori in sofferenza, come appunto il Veneto.

Mentre nel Nord-Est si gioca al lancio di queste microregioni, lo Stato italiano e l’Unione Europea stanno strutturando un progetto internazionale: la macroregione delle Alpi (sull’esempio del Baltico, Danubio o dell’Adriatico, già formalizzate ed attive). È un progetto che coinvolge tutti i paesi dell’arco alpino, ben otto, con la dorsale montana delle Alpi come elemento naturale caratterizzante e unificante e le sottostanti pianure, dalla Padana a quella bavarese, comprendente un bacino di 70 milioni di abitanti e l’area industrializzata più forte d’Europa.

Nel progetto di macroegione alpina non si parla solo di economia, di reti, di mobilità, di innovazione, ma anche di conservazione del sistema ambientale alpino, di cultura, dei saperi e quindi dei rapporti fra le grandi università urbane e le vallate delle periferie, e del ruolo degli abitanti delle montagne nel sostenere e garantire la sicurezza del territorio e la conservazione della qualità delle acque.

Un progetto di tutt’altro spessore da quelli sostenuti nel Triveneto o che guardano nostalgicamente al Tirolo del Nord.

Un progetto capace di promuovere anche cultura e una visione internazionale delle Alpi ben più efficace di una banale sommatoria degli interessi localistici del Veneto o delle varie confindustrie.