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Un sinodo sfuggito di mano?

La Chiesa sudtirolese gioca alla democrazia, ma poi pensa ai soldi.

“Crollo dei tabu” ha titolato prematuramente il Tageszeitung di fronte ai risultati trapelati dal sinodo voluto dal nuovo vescovo, e cui hanno partecipato preti, frati, suore, e laici. Di questi ultimi la Chiesa non può più fare a meno. Su 281 parrocchie quelle senza parroco sono la maggioranza, e in forte aumento, data l’età media e le scarse vocazioni. Le parrocchie sono state raggruppate, ma il numero dei preti diminuisce rapidamente. Senza la partecipazione dei laici la Chiesa non riesce più ad esercitare le proprie funzioni e neppure il proprio potere in ambiti che ha da sempre rivendicato per sé. Anche in monasteri famosi e ricchi di storia e talvolta anche di risorse, frati o suore si contano sulle dita di una mano. È un processo naturale di secolarizzazione, a cui qualche decennio fa si tentò di porre rimedio con l’ immigrazione di suore dall’India.

Un momento del sinodo (da “Vita Trentina”)

Il sinodo è stato indetto dal nuovo vescovo, Ivo Muser, un personaggio poco noto, ma che dai suoi primi gesti appare piuttosto estraneo alla linea conciliare della tradizione dei grandi vescovi sudtirolesi del dopoguerra, a far capo a Josef Gargitter, a cui si deve la nuova diocesi nel 1964, con i confini adeguati a quelli politici e regionali del Sudtirolo.

Le recenti vicende del sinodo confermano questa prima impressione.

Il 14 aprile 2013 il vescovo ha annunciato l’apertura del sinodo per il 30 novembre successivo. Con una conferenza stampa il popolo dei fedeli è stato invitato a fornire osservazioni e opinioni per la scelta dei temi di discussione. Il sinodo è composto, oltre che dai membri di diritto (i vicari generali e una decina di altri alti funzionari della diocesi), da una rappresentanza eletta dai decanati, dalle associazioni e organizzazioni, in modo da essere rappresentativi della diocesi; e infine dai nominati dal vescovo, che deve cercare con i suoi nomi di dare una rappresentanza equilibrata e di inserire persone preparate e con conoscenze specifiche.

Nel corso di tre sessioni, protrattesi per un anno abbondante, i prelati non sono riusciti a frenare l’entusiasmo delle assemblee, che non si sono limitate ai temi teologici e organizzativi, ma hanno affrontato in modo aperto le questioni che da decenni vengono inutilmente poste alla Chiesa cattolica dalla sua base. Infine si è votato, anche sulle questioni scottanti, e i risultati sono stati sorprendenti: il 70 % dei partecipanti ha infatti votato per l’eliminazione dell’obbligo di celibato dei preti, da sostituirsi con la libera scelta; il 70% si è detto a favore del diaconato femminile e il 62% anche delle sacerdotesse; addirittura l’83% è a favore dell’accesso ai sacramenti ai separati e risposati, una questione molto sentita e diffusa.

Non ha nascosto la sua soddisfazione Robert Hochgruber, insegnante di religione che da decenni è l’animatore del movimento per una Chiesa più aperta, collegato anche a “Wir sind Kirche”, noi siamo Chiesa, diffuso in Germania. Lontani sembrano i tempi - gli anni Novanta - in cui le richieste del suo movimento lo avevano reso oggetto di campagne aggressive da parte di conservatori, che ne avevano addirittura chiesto l’esclusione dall’insegnamento.

La reazione

Ma la soddisfazione non è durata. È arrivato infatti il messaggio dall’alto che non si gradiva che si sia votato su certi temi, che esulano dalle questioni strettamente interne, e inoltre, e soprattutto, che i risultati fossero trapelati all’esterno, “costringendo il vescovo a giustificarsi”. Anche se diversi componenti del sinodo non erano d’accordo, i prelati hanno impedito in seguito di votare su temi sensibili. Fra gli altri temi vietati o bocciati vi è stata la proposta di un gruppo che chiedeva trasparenza nell’amministrazione patrimoniale dei beni ecclesiastici e un indirizzo di base etico e sociale in tutte le decisioni finanziarie della Chiesa. Come si sa, toccare nel portafoglio la Chiesa cattolica è pericoloso, e a imporle trasparenza e fini etici nella spesa non ci riesce neppure il nuovo papa.

Il risultato emerso ha tuttavia mostrato una base di fedeli progressisti, e i vertici si sono spaventati. Nonostante Gargitter e Egger, nonostante i due anni, brevi ma significativi in materia di aperture verso la partecipazione delle donne e di critica alla pedofilia di Karl Golser, colpito poi da gravissima malattia, non tutti hanno dimenticato i lunghi secoli di potere assoluto e di sfarzo del principato vescovile locale, spietato padrone di una popolazione misera e senza diritti.

Il ritiro di Golser e l’arrivo dello sconosciuto Muser, a suo tempo segretario di Egger, fu deciso dal papa Ratzinger, che conosceva bene la diocesi, avendoci passato più di una volta con il fratello le vacanze.

Il potere vescovile, anche nel dopoguerra (scomparso il vescovo filonazista Geisler) ha conteso all’amministrazione civile settori di intervento soprattutto nel campo sociale ed educativo - famosa la diatriba con la Svp sull’organizzazione giovanile, che la Chiesa volle riservata a sé e solo dopo parecchi anni venne affiancata al partito etnico; le celebrazioni hoferiane e il superstizioso contratto del Sacro Cuore con l’eletto popolo tirolese contro le innovazioni civili napoleoniche - e ancora fatica a rientrare nei limiti di un potere religioso di un paese europeo normale. Le eccezioni fatte ai potenti di turno (tipo la comunione mai negata al presidente Durnwalder divorziato) e i favori pretesi anche contro le norme costituzionali (amplissimi finanziamenti alle scuole private senza contropartite, o l’accesso ai meno abbienti, ai disabili e agli immigrati) sono appunto eccezioni. La Chiesa si sente fuori o al di sopra della legge. Lo prova l’insistenza a proteggere don Giorgio Carli, condannato in via definitiva per pedofilia, e le aggressioni fatte alla sua vittima. Perfino nel libro del giubileo, uscito nell’agosto del 2014, si ribadisce la convinzione dell’innocenza di Carli, alla faccia delle disposizioni del nuovo papa deciso a fare pulizia nella chiesa.

Il vescovo in politica

Il 18 novembre scorso, il nuovo vescovo ha fatto un passo esplicito verso la politica, in un incredibile incontro “da pari a pari”. Forse approfittando dell’inesperienza del giovane presidente di giunta, che nel voler fare troppo il nuovo, qualche cavolata la fa, il vescovo. alla testa dei vertici diocesani (una squadretta di otto uomini ben addestrati). si è presentato addirittura alla seduta della giunta provinciale. Che si sappia, a nessun altra associazione e organizzazione sociale o culturale, né religione è stato mai fatto un trattamento simile.

Di che cosa hanno trattato? Naturalmente soprattutto di soldi. Erano sicuri di averli, i soldi. Tanti. Ma ne hanno preteso un’anticipazione su diversi anni, in modo “da poter programmare la propria attività”. Come d’altronde sognano tutte le associazioni di volontariato sociale, che invece rimangono col fiato sospeso fino all’ultimo giorno.

La nuova giunta, dati i tempi e dato lo scandalo del Fondo Sociale Europeo, aveva di fronte a sé l’ipotesi di tagli di bilancio. Quindi meglio avere rassicurazioni. Ovviamente non vale per tutti, è un’eccezione. Il vescovo ha chiesto anche che sia introdotta la festa di S. Giuseppe, che è patrono del Tirolo (già la festa dei cinquant’anni di diocesi era stata trasformata in una manifestazione dell’Euregio Tirolo). Ora, è altamente probabile che della proposta di nuova festività non se ne farà nulla, perché Pentecoste è festa da Amburgo a Salorno, e quindi questa celebrazione e vacanza unisce il Sudtirolo a tutta l’area di lingua tedesca. Il presidente della giunta ha detto che il tema è competenza del consiglio. Neppure i proponenti sembrano crederci. Probabilmente la proposta era buttata lì perché non si parlasse troppo del core business (i quattrini). Avrei suggerito alla delegazione di ridurre a uno i due direttori della Charitas, come era stato promesso qualche anno fa.

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