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La terra dei poveri

Cronache dal Mozambico

Andrea Facchetti
Lo Zambesi in piena inonda le campagne

Poche settimana fa, prima dell’inizio delle piogge, abbiamo terminato di incontrare per la seconda volta in un anno le 82 comunità che compongono la nostra parrocchia. Per otto mesi, tutti i fine settimana sono andato a spasso per questa fascia di terra, estesa più di 200 chilometri e delimitata dal grande fiume Zambesi e dai rilievi montuosi che fanno da confine col Malawi. Per tre mesi sono andato da solo, dato che padre Cesare era in ferie. Non ho contato le ore di macchina, i chilometri fatti, le gomme bucate e le albe contemplate essendo al volante già da un pezzo. Così la prima domenica libera da calendario, vado a fare eucaristia nella vicina comunità di Bawe in bicicletta. Il giorno prima avevano cominciato a sistemare la strada sterrata, cospargendola di sabbia e ghiaia. Il cammino è impraticabile e in vari tratti accompagno la bici a mano. Comincio la via del ritorno alle due del pomeriggio con 40 gradi e un sole impietoso. Per strada incontro decine di persone con le bici cariche di merci da vendere che fanno spola tra il vicino Malawi e il mercato di Mutarara. Arrancano sprofondando nella sabbia. Arrivato a casa, galleggiando nel sudore, dopo avere bevuto una bottiglia di acqua, ho fatto il caffè e davanti alla tazzina mi sono detto: “Caro Andrea, per parlare della sofferenza della gente, prima, devi conoscere. E prima di conoscere, devi fare esperienza, devi andare dentro la vita”.

Mãe Virgína

Mãe Virgína, anziana vedova senza figli, la domenica a fatica cammina i tre chilometri che separano la sua capanna dalla chiesa. Arrivata, siede per terra davanti, assieme alle altre vedove. Non c’è una domenica che dimentichi la sua offerta, nonostante sia risaputa la difficoltà con la quale mette assieme il cibo quotidiano. Dopo che la comunità cristiana di Charre ha ricostruito il malandato tetto in paglia della sua capanna, mãe Virgína ha ringraziato, ha guardato verso il cielo ed ha esclamato felice: “Mulungu ndi mphambvu ya anyakucherenga”, vale a dire “Dio è la forza dei poveri”. Poi mi ha invitato a entrare nella sua capanna, ci siamo presi per mano e abbiamo pregato.

Mãe Virgína non sa leggere né scrivere, né parla una parola di portoghese. Conosce solo la lingua Chisena. La sua vita è intessuta di Vangelo. È la fede dei poveri e dei piccoli, di chi non ha nessun altro in cui porre fiducia e speranza.

Pai Enfermeiro

Pai Enfermeiro

Pai Enfermeiro si chiama così non perché sia infermiere, ma perché quando nacque sessant’anni fa sua madre non aveva trovato altro modo per ringraziare l’infermiera che l’aveva aiutata a partorire. Pai Enfermeiro ha due figli che stanno altrove e vive solo nella capanna il cui tetto è stato ricostruito dalla comunità cristiana appena prima che cominciassero le piogge. Ogni domenica arriva in chiesa accompagnato da un ragazzino che spinge la sua carrozzella.

Pai Enfermeiro è lebbroso da più di vent’anni. La sua è una forma di lebbra piuttosto aggressiva che gli ha fatto già perdere le mani e i piedi. Strisciando per terra, ride ed esclama felice: “Padre Andrea, hai visto, cammino con il culo!”. Dice che la lebbra gli è venuta perché quando era giovane gli fecero un ufiti. Era sposato, aveva una podere fertile che produceva due raccolti di miglio all’anno. Era felice. Qualcuno, per invidia o per impossessarsi di quella fortuna, ricorse ad un maleficio. Ecco spiegato l’ufiti, causa della lebbra.

Le cure per la lebbra in Mozambico sono pagate dalla cooperazione internazionale e quindi gratuite per i pazienti. Vado all’ospedale rurale di Mutarara e conosco l’infermiere responsabile degli infettivi. Il giorno successivo ci torno con pai Enfermeiro, che racconta la storia dell’ufiti, mentre l’infermiere gli spiega che la lebbra che lo sta divorando, se non curata, gli farà perdere anche braccia e gambe, oltre che la vista. Il giorno stesso pai Enfermeiro comincia la cura. Sei pastiglie il primo giorno e due tutte gli altri. Così per un anno. La lebbra non sarà più infettiva e, soprattutto, verrà bloccata. Striscia fino alla jeep, ma stavolta da uomo rinato. Lo aiuto ad alzarsi e, con un colpo di reni, si lancia sul cassone. Arrivati alla sua capanna, mi chiede di fermarmi ancora un po’. Prima di cominciare la cura con le sei pastiglie del primo giorno desidera pregare assieme..

L’isola nel mare di canne

Riunione con alcuni capifamiglia espulsi dalla loro terra

Nella tarda mattinata, l’attesa è terminata. È cominciata la prima pioggia e il giorno dopo la gente esce all’alba dalle capanne col sorriso sulla bocca e la zappa sulla spalla per andare a seminare. Io devo andare a Nyaeka, a 40 chilometri da Charre, sulle rive del fiume Chire. Con pai Felizardo, responsabile di “Giustizia e Pace”, dobbiamo incontrare alcune famiglie espulse dalla propria terra dalla multinazionale della canna da zucchero. Basta la prima pioggia e le strade sono già fango. Inserisco la trazione anteriore e arrivo a Nyangoma con un po’ di difficoltà. Serafino mi offre il caffè e proseguiamo insieme. Poco più avanti, la macchina sprofonda. Tutte e quattro le ruote sono dentro. Niente da fare neanche col blocco del differenziale. Serafino rimane lì con la macchina. Io proseguo a piedi nel fango.

Arrivato a Nyaeka, con pai Felizardo andiamo ad incontrare pai Araujo nella sua capanna a due passi dallo Chire. Ci conosciamo, mi mostra la sua canoa, scambiamo due parole. Poi indica il fosso scavato dal trattore dell’impresa come segnale di demarcazione e comincia a raccontare.

Pai Araujo aveva un campo di cinque ettari che da sempre era stato della sua famiglia. Un giorno di ottobre di tre anni fa sono arrivati i trattori e hanno scavato il fosso che tuttora circonda la sua capanna. All’interno del fosso, oltre alla capanna, hanno lasciato un piccolo orto e il cimitero di famiglia. Quest’isola in mezzo al mare verde della canna da zucchero è ciò che rimane di quello che un tempo era il campo di pai Araujo. Espropriato dalla propria terra. Senza essere consultato, senza preavviso e senza un metical di indennizzo.

Più avanti incontro alcune famiglie, prima nella chiesetta della nostra comunità e poi sotto un grande albero. La maggior parte non sono cattolici. Con pai Felizardo spieghiamo il lavoro che stiamo facendo. Partiamo da quello che la gente sta vivendo. Intere famiglie cacciate dalle proprie terre a partire dal 2012 a Nyaeka e Goba. L’intenzione dell’impresa di acquisire un’area di 36.000 ettari. Il fatto è che la Legge della Terra è stata violata sia dall’impresa che dal governo provinciale, dato che non sono state compiute le consultazioni pubbliche per informare la popolazione residente e, soprattutto, dopo essere state espropriate le famiglie non hanno ricevuto alcuricevuto alcun indennizzo.

Non hanno strade, non hanno energia elettrica, l’acqua da bere è quella del fiume che ora, con le piogge, ha il colore del fango. Per andare a scuola i bambini devono fare chilometri. Ancora di più devono farne le madri per portare al posto di salute i figli che prendono una banale diarrea o la malaria. Hanno solo la loro terra. Quella maledetta e benedetta terra che, scavata dalla zappa e imbevuta di sudore, dà loro il cibo.

Il sole è ancora alto e assieme al vento che ha fatto terso il cielo sta già asciugando l’acqua della prima pioggia. Mentre camminiamo, con pai Felizardo facciamo i conti: 41 famiglie espropriate per un totale di circa 300 ettari. Il progetto è ancora in fase iniziale ma lentamente avanza. Arrivo alla macchina. Serafino e gli scout hanno fatto il miracolo. Con alcuni assi e due crick hanno tirato fuori la jeep dal fango.

“Ti piacciono le caramelle?”

In questi mesi, ogni volta che andavo in una comunità, prima di dare l’eucaristia ci si sedeva con la gente sotto un grande albero. Ascoltavo come stava andando la vita della comunità, ci scambiavamo idee e proposte, si delineavano cammini. Poi ero solito terminare l’incontro spiegando cosa sono e cosa fanno le neonate commissioni di “Giustizia e Pace”. Chiamavo i bambini e tiravo fuori un sacchetto di caramelle. A ciascuno, dopo avere chiesto il nome, domandavo: “Musafuna maswete?” (“Ti piacciono le caramelle?”). Potete immaginare la risposta e anche il sorriso. Poi, con grande sorpresa da parte di tutti, davo le caramelle del sacchetto a un solo bambino e domandavo agli altri rimasti senza: “Siete felici?”. Anche stavolta non è difficile immaginare la risposta e l’espressione dei volti. Poi facevo tre domande: “La giustizia cos’è?”. “La felicità cos’è?”. “Il desiderio di Dio qual è?”. La risposta dei bambini alle tre domande era sempre la stessa: “Kuti ife tigawirane sawa sawa maswete”, “Che noi condividiamo giustamente le caramelle”.

Poi parlavamo dei “signori con la pancia grossa grossa”, venuti per rubare la terra dei poveri.

Mi hanno detto che a Nyangoma, in questi giorni, quando per strada passano le macchine dell’impresa della canna da zucchero oppure quelle dei politici locali, i bambini le rincorrono gridando: “Anthu na mimba zikulu zikulu ali kupita!” (“Stanno passando i signori con la pancia grossa grossa!”). Signori con la pancia grossa che rubano la terra dei poveri, arroganti che calpestano la dignità e la vita dei piccoli. Seppelliti dalle risate dei bambini.