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Nell’editoriale parliamo delle classifiche stilate da istituti di ricerca sulla vivibilità nelle varie città: da prendere un po’ con le pinze, ma globalmente significative, oltre che interessanti. In questi giorni però è stata pubblicizzata una ricerca che francamente sembra subito strampalata. Condotta dalla Fondazione Leone Moressa di Mestre, indaga sulla “Precarietà sociale nelle città italiane” in relazione all’inclusione sociale della popolazione straniera; e conclude, ohibò, che Trento è ad alto “rischio banlieue”, da un momento all’altro dovremmo vedere Canova o Madonna Bianca in fiamme, sconvolte dalla rivolta di giovani immigrati disadattati.

Con tutto il rispetto per chi a questa indagine ha lavorato, e senza il timore di apparire trentinofili, la cosa ci sembra poco seria. Il lavoro infatti si basa su una serie di indicatori discutibili. Ad esempio uno è la differenza di reddito, tra immigrati e locali: per cui al sud, dove i redditi sono tutti mediamente bassi, c’è meno differenza, e quindi, sostiene la ricerca, meno precarietà. Un altro indicatore è la percentuale di detenuti stranieri: in Trentino dove la gente non diciamo sia più onesta, ma lascia ad altri (gli immigrati appunto) le occupazioni ad alto rischio di detenzione come lo spaccio, la percentuale di detenuti stranieri è del 71%, mentre a Napoli del 9%. Conclusione della ricerca: a Napoli c’è più inclusione sociale.

Non per campanilismo (malattia che i nostri lettori sanno non affliggerci molto), ma non ci sembra che ricerche condotte in questa maniera servano a qualcosa.

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