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La Provincia e il PD fra rigore e finta innovazione

La nostra Provincia deve ritrovare quella capacità di rigore innovativo che in passato le è servito per manifestare la propria esemplare specificità dinanzi allo Stato e alle altre Regioni. Un dato salta agli occhi analizzando gli ultimi anni di gestione: la dimensione del debito pubblico.

Stemma Provincia Autonoma di Trento

In passato, tra Giunta e dirigenti della Provincia, una raccomandazione era condivisa da tutti, a partire dal responsabile del bilancio: non dobbiamo gestire la Provincia al di fuori delle ampie risorse che l’autonomia ci consente, e le risorse devono essere impiegate per assicurare alla popolazione condizioni di vita eque.

Poi è avvenuta la rivoluzione portata in Provincia dalla coppia dei cosiddetti “innovatori” Dellai e Grisenti. Se vogliamo fare di più - hanno pensato gli costoro - e guadagnare maggiore merito politico-clientelare, dobbiamo accedere al debito pubblico, così potremo fare più lavori pubblici, più impianti funiviari, finanziare più caserme dei pompieri e mezzi, più iniziative di sostegno delle aziende, anche le più decotte, e i dirigenti che non ci stanno vanno cambiati. Ma così facendo gli “innovatori” hanno calpestato un valore immateriale immenso, l’anima rigorosa dei trentini, e buttato alle ortiche l’intelligenza dei dirigenti e funzionari che si opponevano. La vicenda degli impianti funiviari in Val Giumela contro i pareri negativi più volte espressi dai mondi ambientali e dalla stessa commissione ambiente della Provincia, poi superati previa la sostituzione dei funzionari, ne è un esempio. Non si dimentichi che allora era assessore all’Ambiente una rappresentante dei verdi, la maestra Iva Berasi, che avrebbe ben potuto opporsi, ma non ne fu capace. E questo fu l’inizio della disavventura di Silvano Grisenti, che, in occasione delle successive elezioni e il negativo inatteso risultato, ebbe a pronunciare la fatidica frase minacciosa verso i sindaci che non avevano fatto abbastanza: “La magnadora l’è diventada pù alta”.

Per dieci anni si è proceduto su questa strada “innovativa”, fino allo scoppio della crisi economica, davanti alla quale non solo ci è stato imposto lo stop al ricorso al debito pubblico, ma ci è stata anche imposta una consistente riduzione delle attribuzioni finanziarie dallo Stato.

Non occorrono numeri per dimostrarlo, basti un esempio sotto gli occhi di tutti: per poter fare il nuovo ospedale, continuando la politica della spesa pubblica superiore alle entrate, davanti allo stop al debito pubblico, gli “ innovatori” si sono inventati la manfrina della “finanza di progetto”, caricando la costruzione del nuovo ospedale di Trento sulla ditta che dovesse vincere il concorso e delegando parte dell’attività sanitaria a terzi, col rischio di abbassare la qualità della sanità a favore dell’interesse del privato vincitore.

Oggi la Provincia non sa più cosa fare: i servizi sono sostanzialmente in stand by, né si avvertono segnali di cambiamento e il Presidente sta procedendo come i predecessori “innovatori”, ma senza soldi, assecondando iniziative di immagine ma di scarsa sostanza. Divise per gli schützen e le bande, soldi alle aziende funiviarie decotte, soldi ancora per nuove caserme dei pompieri. Promesse di lavori che non si potranno più fare. Ma la gente comincia a recalcitrare, avvertendo sia la crisi che la perdita di valore della propria anima rigorosa.

Il PD si è svegliato, si è accorto che non si può più andare avanti solo coi contributi senza rigore e innovazione e al suo interno sono cominciate discussioni e lotte fra i tradizionalisti, che pensano di continuare ad assecondare gli “innovatori”, e coloro che si fanno carico di recuperare il valore dell’anima rigorosa dei trentini, seguendo la linea del merito e della qualità.

Qualche timido esempio si vede: la nomina del nuovo direttore del Mart, che segue una linea di scelta basata sul merito; quella del nuovo direttore dell’Istituto Mach di San Michele, fortemente voluta dall’assessora Ferrari esclusivamente in base alla competenza; l’accesa discussione sul futuro della sanità portata avanti dall’assessora Borgonovo Re; e lo stop al finanziamento al gruppo LaVis fintanto che non sia sostenuto da una perizia di rilancio, asseverata sulla base della legge fallimentare. Sono dei segnali, che poi si ripercuotono sulla vicenda della segreteria del partito, con una dirompenza giornalistica esagerata, ma sono segnali positivi che toccano proprio l’anima rigorosa dei trentini, solo recuperando la quale l’autonomia del Trentino potrà ritrovare la sua forza.

La forza di Atene si basava sul valore immateriale dell’animosità degli ateniesi nel difendere compatti l’unicità dei propri valori democratici davanti ai cosiddetti barbari. I trentini, che hanno nell’aquila il proprio simbolo di rigore, serietà e compostezza, sapranno ritrovare il proprio valore immateriale (dimenticato dagli “innovatori” che hanno trascurato merito e sprecato intelligenza) dimostrando al resto d’Italia non solo che a Trento si è raggiunto il primato nella qualità della vita, ma che lo si saprà difendere, anche in mancanza di risorse, basandosi sul proprio ritrovato valore di cittadini esemplari e partecipi alla vita della comunità. Un piccolo esempio di ciò è la partecipazione attiva della maggioranza dei trentini nel portare la raccolta differenziata dei rifiuti su valori oltre l’80%. Mentre gli “innovatori” volevano bruciare tutto e pagare fior di soldi per la costruzione e la gestione degli impianti!

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