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“Astrazione oggettiva. Oltre la teoria il colore”

Trento, galleria civica

Astrazione Oggettiva” fu il titolo dato sul finire del 1976 da 6 pittori trentini (Aldo Schmid, Luigi Senesi, Mauro Cappelletti, Diego Mazzonelli, Gianni Pellegrini, Giuseppe Wenter Marini) ad un testo, lungo non più di una pagina, in cui affermavano la propria idea dell’operazione artistica. Concettualmente molto denso, didattico nel tono, faceva in qualche modo pensare ai manifesti delle avanguardie di inizio ‘900 (ad esempio i futuristi, che ne scrissero un buon numero). Il contenuto era una dichiarazione radicale per un’arte non solo astratta, ma depurata da apporti soggettivi e sentimentali, tutta centrata sull’”operazione pratica e concettuale”.

Naturalmente, se fosse stato solo per questo pur importante testo, che era insieme una teoria, un programma e un’auto-interpretazione, il gruppo non avrebbe avuto il significato che gli storici dell’arte in Trentino gli riconoscono, sia come stimolo verso un’arte locale ancora poco aperta alle ondate di rinnovamento internazionale, sia come originale contributo a queste nuove indagini.

Luigi Senesi, Trasparenza (1976)

C’erano infatti, oltre alla teoria scritta, le opere pittoriche. Opere che - le rivediamo in questi giorni nella mostra presso la Galleria Civica di Trento, a cura di Giovanna Nicoletti (fino al 17 maggio) - non si lasciano del tutto contenere nelle rigide sponde delle parole scritte.

In primo luogo bisogna dire che il vero oggetto di interesse comune a questo gruppo era il tema del colore, per dire meglio: la luce-colore. Per le due figure più anziane e carismatiche, Aldo Schmid (nato nel 1935) e Luigi Senesi (1938) si trattava di una tappa (un traguardo e un passaggio verso altri sviluppi che si fecero subito notare, ma furono troncati dalla loro morte nell’incidente ferroviario della primavera del 1978): la tappa di un percorso ormai più che decennale, che per vie diverse e autonome li aveva portati all’abbandono della figurazione e ad una sorta di immersione totale nella ricerca teorica e operativa sulle proprietà del fenomeno cromatico, sulle tracce di Goethe, di Itten e degli altri teorici della percezione del colore, e allo studio dei maestri anche contemporanei. Schmid si gettò in un’analisi metodica, a suo modo estremistica, sulle possibilità combinatorie dei primari e dei secondari. Senesi, tra le altre cose, si recò nei musei londinesi per prendere contatto diretto con le trasparenze di Turner. Al di là dei grandi astrattisti delle avanguardie, Klee, Mondrian, i costruttivisti, tra i loro riferimenti contemporanei c’era ad esempio Art Reinhardt, anticipatore dell’arte minimal e concettuale.

La mostra è ben dotata di opere e limpidamente scandita, ma personalmente avrei apprezzato che il percorso (e non solo il catalogo) da un lato avesse aperto qualche collegamento ai possibili riferimenti internazionali, e dall’altro accennasse ad alcuni precedenti della ricerca personale degli autori.

Guardate tutte insieme, una di fianco all’altra, le serigrafie contenute nella cartella “fondativa” del 1976 mostrano, nella comunanza di principi, una spiccata varietà di interpretazioni del colore-luce.

Schmid riduce quasi al grado zero la composizione e la forma: si limita a suddividere la superficie in due parti uguali e lascia che il contrasto di due secondari e la variazione di intensità della luce si configurino come “campo di energia”. È come essere introdotti alle forze che regolano la materia.

In Senesi lo spirito sperimentale - anche a dispetto di certe affermazioni del manifesto - è unito ad una seduttiva orchestrazione di toni pastello; in lui il problema della forma - cioè quale forma per quali colori - ha un rilievo ben diverso: nell’estrema pulizia e semplicità geometrica, l’immagine parla non solo all’occhio e alla mente, ma in qualche modo anche alla “memoria” emotiva del fruitore.

Mauro Cappelletti, all’epoca nemmeno trentenne ma con alle spalle una significativa indagine astratta sui tracciati direzionali, crea una sorta di taglio verticale fluorescente, non proprio una parafrasi di Fontana, ma un’emergenza di luce su campi cromatici uniformi e freddi, calibrata operazione eminentemente percettiva, nella quale non è ancora facile intravvedere gli sviluppi via via più aperti all’emozione che la sua indagine astratta conquisterà nei decenni, fino a noi.

Diego Mazzonelli (nato nel 1943, recentemente scomparso proprio mentre stava collaborando a questa mostra, voce teorica del gruppo) in un certo senso rovescia il discorso e mette nella cartella del 1976 un’opera basata sul campo nero, peraltro in debito con certi lavori di Art Reinhardt, che nel suo rigore e quasi nella sua severità è tutt’altro che esente da implicazioni emotive: il totalmente “altro” a cui allude, inquieta, e non si sottrae alle insidie della memoria e del sentimento.

Wenter Marini è una presenza fugace nel gruppo; mentre Gianni Pellegrini, il più giovane (1953), inizia un percorso nei toni di un’eleganza sommessa, in cui subito si profila una sorta di “primogenitura del segno” all’interno di un campo cromatico di impatto quasi neutro, e passerà nel tempo dal rigore analitico sui mezzi primari fino ad attivare “una continua dialettica di vellutati sprofondamenti e di emersioni, impalpabili luminosità e lievi magnetismi” (così Dino Marangon, nel suo ampio contributo in catalogo).

Per finire, un appunto al catalogo: sapendo quanta importanza abbia per i pittori di Astrazione Oggettiva la materialità del lavoro ben fatto, tecnicamente perfetto, è uno sgradevole paradosso la pessima qualità di alcune riproduzioni delle loro opere, che vi appaiono in colori del tutto falsati.

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