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Una prima comunione del 1916

Storia di una capra, di una tela e di un bambino che deve diventare grande in fretta

I dossi sopra Calavino, dove il piccolo Armillo pascolava le capre. In alto si intravvede Castel Madruzzo. Foto tratta dal sito del Circolo Pensionati di Lasino.

Questa storia del maggio 1916, 99 anni giusti, ha per sfondo Lasino, un paesino di una ventosa valle presso Trento. Gli spari di Sarajevo hanno sprofondato nelle trincee della Galizia gli uomini dai 18 ai 49 anni fin dall’agosto 1914, lasciando solo donne, vecchi e bambini, tanti. Fame, stenti e lutti sono il quotidiano perché la guerra sta consumando ogni cosa, uomini, commerci, salute, solidarietà. Virginia, trent’anni, quattro figli tra i tre e nove anni, lava, stira e cuce tutto il giorno per chi in paese ha ancora qualche corona e per gli ufficiali austro-ungarici del presidio militare.

Quando un paio d’anni prima le era morto di polmonite il marito carpentiere, non s’era ritrovata altro che quattro “siti”: un mezzo scantinato di travi, martelli e chiodi, una mucca, due capre in là con gli anni e qualche gallina per il cortile. In piena indigenza, aveva venduto la mucca e s’era indebitata per una macchina da cucire Singer. Da ragazza era lei a tener in mano ago e filo per quelli di casa e adesso, ne era convinta, con una macchina sarebbe stato anche più facile! Giornate intere tra asse da lavare, forbici, cucitrice e ferri da stiro a carbonella le avevano incurvato la schiena e consumato le mani, ma qualche corona era tornata a frusciarle in tasca tanto da tornare di nuovo a “passar dentro” la porta della cooperativa senza la mortificazione di far segnare la spesa a libretto.

Poi la guerra. Requisizioni e troppi campi lasciati incolti dalla mobilitazione avevano svuotato le madie e la penuria di foraggio s’era trascinata dietro epidemie di brucellosi e afta con gran moria di bestie, tra cui una delle capre. Per Virginia il mettere in tavola polenta o patate, fagioli, uova, mosa era diventato l’assillo di ogni sorger del sole, tanto che uno con la roba si offrì di prender in casa Gilda, la più grande, “a far i misteri” e il vecchio slozzer, il fabbro, avrebbe voluto l’Armillo quasi come famei (famiglio), in cambio del mantenimento. Virginia aveva rifiutato risolutamente: perso il marito, non avrebbe perso anche i suoi figli!

E adesso, terzo anno di guerra, sono proprio loro a darle un bel sostegno. La ragazza, nove anni, cucina, munge e va per acqua alla fontana e Armillo, sette anni il prossimo 19 settembre, sbriga piccoli lavoretti, ma soprattutto, da febbraio, porta al pascolo la capra di casa sugli spelacchiati dossi attorno al paese. Stancare una capra è ben dura, checché ne canti la Heidi dei monti che sorridono, e la sua in particolare è incrollabile oltreché insaziabile. Le basta un ciuffetto d’erba avvizzita in cima ad un’erta da corda doppia per inerpicarsi di slancio e da lì giù a balzi ad uno più in basso e poi ancora su ad un altro e di nuovo giù. Lui, sgarmele ai piedi e braghette corte rappezzate e tenute su con lo spago, la tallona più vicino possibile perché non vada a cacciarsi chissà dove. Le cerca anche erba perché più ne ha in pancia più darà latte e più latte significa più mosa.

Oltretutto quella lì, appena si sente sazia, s’avvia verso casa, lasciandogli il tempo per fermarsi un po’ in cortile con qualche amico. In verità, non capita quasi mai, perché l’erba tra il pietrame dei dossi si conta a steli e la capra ne cerca fin quando la cima del Dain Alt, dall’altra parte della valle, non le nasconde il sole. Allora, bontà sua, fa sapere con un paio di belati che, pancia piena o no, vuol tornarsene in stalla. A lui restano le scale di casa, ma è quasi sempre così stremato da addormentarsi sulla panca appena messo piede in cucina. L’erba di giornata, però, diventa quasi un litro di latte e Gilda, con un po’ di farina, ci fa la mosa per cena e, se la gallina avrà fatto il suo dovere, perfino la frittata.

Armillo è ben consapevole dell’importanza della bestia, tanto che in marzo, quando per la zopina, (l’afta epizootica) non mangiava né stava sulle zampe, era andato a cercarle erba sui dossi “en costera”, tirandola fuori dalla neve e perfino da sotto il ghiaccio dei fossi. La bestia se l’era cavata e il latte, con sollievo di tutti, non era più mancato.

Da popo a ometto

Armillo, protagonista di questa storia, in una foto di gruppo risalente al 1919, tre anni dopo i fatti qui raccontati: è il bambino indicato dalla freccia rossa (foto proprietà Tiziana Chemolli, Lasino)

Virginia elogia il suo impegno davanti a tutti e lo chiama “el me omenet”. Lui, compiaciuto e orgoglioso di tanta considerazione, si sente già l’uomo di casa, tanto più che quest’anno farà la prima comunione, l’ufficializzazione davanti a tutti del suo passaggio da popo a ometto! Oltretutto, per la prima volta indosserà giacca e pantaloni lunghi, vera icona ed imprimatur del passaggio: basta braghette corte da pisot, basta chiamarlo popo, basta canzonature!

Finalmente primavera, stagione di prime comunioni, e domani, domenica 14 maggio 1916, sarà per lui il compimento di tanta attesa. Oggi, sabato, dopo mesi di dottrina e catechismo a memoria, tutti alle ultime prove della cerimonia e poi in piazzale a raccontarsi del padrino, della festa in casa e soprattutto del vestito, giacca e i pantaloni lunghi.

Tutta stoffa riadattata, ben s’intende, vecchie braghe e gilet del nonno, giacche consunte, un raro lenzuolo di cotone, il copriletto della dote, perché di nuova se ne trova solo a Trento e nessuno ha soldi nemmeno per andarci. Virginia è occupatissima da giorni a tagliare, cucire e far prove di vestiti per ragazzi, genitori e padrini. Dovrebbe esserci anche quello per il suo ometto, però non ha uno scampolo di stoffa né di tempo per imbastirne uno: queste occasioni sono una benedizione e se va bene metterà da parte qualcosa per i tempi ancora più magri che l’intenso viavai di armi e militari di quei giorni lascia intendere. Ne ha ben donde: dopodomani, 15 maggio 1916, la parola passerà ai duemila cannoni della Strafexpedition di von Hoetzendorf: offensiva e controffensiva italiana da 230.000 morti e feriti per ritrovarsi quaranta giorni dopo nelle stesse trincee!

Lei non ne sa nulla, ma teme che intanto, per alloggiarli e sfamarli, le requisiscano la stalla e la capra per poche corone, equivalenti, in un’economia ormai di scambio diretto, a poco più di assegni a vuoto.

Armillo, al rientro dalle prove finali, sbircia in camera in cerca del suo vestito. Qualche timore lo inquieta da giorni perché non ne ha mai provato uno, nemmeno imbastito, pur vedendo la madre sempre indaffaratissima dietro la Singer. In verità, lì sulla cassapanca ce n’è uno, ma l’ha già visto indosso ad un altro. Sente con una fitta che domani si accosterà alla prima comunione con una casacca in prestito e le braghette corte da popo di tutti giorni. Virginia scorge la smorfia di avvilimento che gli allunga il viso, se lo tira vicino, lo stringe, cerca di spiegare, gli ripete che senza di lui non ce l’avrebbero fatta a star assieme, che lui è l’ometto di casa... Occhi bassi, il bambino fa sì con la testa ma non dice niente, si siede silenzioso sulla panca e manda giù un po’ di polenta fredda.

Virginia è tormentata da quella smorfia, sa di essere in debito con Armillo e le sue aspettative, ma in casa non c’è proprio niente da recuperare, neanche un ritaglio di stoffa appena più grande di un coriandolo. È quasi mezzanotte quando, occhi al cielo, chiede alla Madonna di aiutarla, di darle un’ispirazione.

Qualche momento e svelta scende in piazzale e si dirige alla concimaia su cui è sistemata, come d’uso al tempo, una latrina con una tela a far da porta: alla fioca luce di una lampada stacca la tela, sporca e unta, piena di macchie, forse grigia, sfilacciata e con qualche strappo e rientra in casa, la mette in un secchio con un po’ di liscivia e s’avvia al lavatoio della fontana in piazza. Pochi passi spediti subito interrotti: una colonna di soldati, carri, cavalli, autocarri e cannoni in trasferimento a lampade oscurate verso il fronte di Nago-Loppio quasi ostruisce la strada.

Un attimo di sconforto prontamente dissolto dall’intuizione di raggiungere la piazza per una stradina laterale, quella degli orti, ma il riecheggiare sempre più intenso di voci, nitriti e motori le spegne ogni illusione ancor prima di metterci un piede: la fontana si intravvede appena tra camion, cavalli all’abbeveraggio e soldati intenti far provvista d’acqua. D’improvviso uno in divisa e fucile in spalla le mette in faccia una lanterna e chiede con tono brusco ed inquisitorio cosa mai ci faccia lì a quell’ora una donna sola, e senza attendere risposta le ingiunge perentorio di andar via.

Non ci sono altre fontane funzionanti in paese e Virginia, impaurita, ripiega verso casa, ma togliere quella smorfia dal viso del figlio è ormai un pensiero così angosciante da ispirarle un ultimo incauto, quasi temerario proposito: arrivare alla Rial, una roggia un po’ oltre le ultime case, lì dove un pianoro ne rallenta la corsa lasciando spazio ad un guado. Una ventina di minuti a passi rischiarati da una luna quasi piena e subito le mani nella gelida acqua del disgelo a strofinare la tela, a sbatterla sulle pietre della sponda, strizzarla e risciacquarla e poi di nuovo. Rischia anche di scontare il suo azzardo quando la tela le scivola via dalle mani intirizzite e, per non perderla nel buio, allunga d’istinto le braccia nella corrente fino ad esserne quasi sommersa. Gelata e tremante, non ha tempo per occuparsi di sé, ripete il lavaggio, infila la tela nel secchio e al tocco delle due risale le scale di casa.

Metà del lavoro è fatto, non le resta che tagliare e cucire: la parte buona della tela per il davanti di giacca e pantaloni, quella un po’ logorata per il retro, un paio di strappi ben rammendati adattati ad apertura di una tasca e del taschino e il risvolto del colletto piegato a nascondere una macchia di quelle che non vengono più via. Al chiarore dell’alba gli ultimi ritocchi: bottoni, ferro da stiro e una strofinata con fiori di gelsomino.

Giusto in tempo perché Armillo, già sveglio ed emozionato per il gran giorno, sta aprendo la porta. Il vestito è lì appeso alla finestra, giacca e pantaloni di un bel grigio perla, profumato e su misura, proprio quello da mesi al centro delle sue aspettative. Un lunghissimo abbraccio a due: adesso è davvero pronto per diventare un piccolo uomo!

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Storia tratta e adattata dalla registrazione di interviste effettuate fra l’1 e il 6 settembre 1997.