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Fiore di cera

Maturando si affinano interessi magari secondari un tempo e poi elevatisi intensamente. I miei fiori fioriti, per esempio, mi riempiono il cuore e l’angolo errante dei bauli colorati che alla prima occasione metteranno le ali a bordo di una mongolfiera.

Ho sempre amato i rampicanti che avvolgono la casa di foglie che l’autunno cambia di colore, col rosso che diventa il sangue della vite americana. Abitavamo in via Gocciadoro - nostra prima casa - un grande condominio di sette piani con diverse entrate e il nostro posto macchina aveva uno spicchio finale tra due muri, inutilizzabile. Riempito di terra, diventerà un grande vaso, dove sistemare una piantina di vite americana, che si sarebbe arrampicata un po’ per volta alla ringhiera dietro. Fino a riempire tutti i cancelli e le ringhiere dal perimetro del nostro condominio ai cinque-sei confinanti.

A dire il vero, spesso ho pensato che fosse un po’ da prepotenti infestare i cancelli altrui con il mio rampicante. Magari qualche abitante, costretto a recidere rami invadenti o quelli che spazzavano le foglie in autunno, mi avrebbero detto volentieri due paroline sincere. Ma se uno ragiona così, eviterebbe di alzarsi al mattino per non consumare le scarpe, e allora o fai e vivi o rimani a letto!

Al mio ventesimo compleanno, l’ultimo da ragazza, arrivò un mazzo di fiori da una fioreria del centro, ordinati dal mio ragazzo che faceva il servizio militare a Brunico, artiglieria da montagna. Poi mamma mi farà notare un vaso in mezzo al tavolo con tre rose... mi commuovo ancora pensando a papà che le tagliava per me. Come regola, il condominio non permetteva a nessuno di prenderle, eravamo in troppi. Papà, che era anche il giardiniere per passione, non voleva sconti - anche perché lavorava gratis - e comprava il concime per ripagare l’ingiustizia.

Trasferita la nostra famiglia a Ravina - perché i bambini devono giocare in campagna! - non sarebbero passati molti mesi prima di accorgersi che era pieno di alberi di mele spruzzati con il veleno, non so quante volte al giorno in certi mesi. L’impresa costruttrice aveva intanto girato la gru e costruito una palazzina dietro la nostra, dove dicevano non si potesse. Di quella frazione senza sole, con un perenne odore di lievito e tante nuvole di pesticidi, ci pentimmo in fretta.

Rimasero per anni tracce sul muro a ovest del secondo rampicante della mia vita. Sistemato in una larga fioriera, riuscì a crescere vigoroso e spargersi con piccoli tentacoli sul muro per diversi anni, creando una parete vegetale di grande effetto, di cui ero molto orgogliosa: la mia casetta in Canadà! Poi cominciò a deperire, le foglie seccavano e si riempì di animaletti, sicché non rimase che spruzzarlo col veleno. Il mio “fai da te” non contemplava l’uso di una mascherina, quindi litri di chimica strong da spruzzare verso l’alto che ricadevano su di me nebulizzati.

Nell’ultima casa di famiglia, di stile liberty in via Cervara fronte Castello del Buonconsiglio, la terza vite americana trovò la terra e l’esposizione giusta allargandosi bellissima e sana sul muro a sasso. Ma il matrimonio si era ormai guastato irreparabilmente e senza antidoti, così lasciai a malincuore quella splendida casa. Talvolta penso di organizzare il tour della vite americana, cercando tracce del mio passato in vari angoli della città.

Dove abito adesso, un grazioso terrazzino ospita varie piante di gelsomino che si arrampicano sul muro. Dentro casa un’esplosione di piante verdi o fiorite cura ferite, rimorsi e rimpianti. Un evento che ha del miracoloso ha fatto nascere da poco un meraviglioso fiore da una pianta che si chiama Hoya. Detto “fiore di cera” o di porcellana, con grandi infiorescenze a ombrello, pendule, costituite da piccoli fiori cerosi, a stella, bianchi con centro rosso o rosa.

Nella cura delle piante e dei fiori, nel trascorrere delle stagioni, nell’emozione per la nascita di un fiore raro ci accorgiamo dal ricercato rammendo, che è come fare pace con la vita, è desiderare di vivere e far germogliare una vera famiglia.

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