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Nuovi nomi, scatole vuote?

Magari è semplicemente un ballon d’essai, una vaga proposta che intende verificare le reazioni e i riscontri all’interno e negli ambienti politicamente vicini. Ma prendiamola sul serio: Franco Panizza, scrivono i giornali del 22 aprile, ha lanciato il “Partito dei Trentini”, nuova denominazione che vorrebbe dare al suo PATT. La pretesa necessità di questa operazione è così motivata: “È la risposta alla richiesta dell’elettorato di protagonismo dei trentini e di chi vuole difendere l’autonomia... C’è uno spazio politico che va riempito. Al di là del PD... c’è disorientamento. A noi viene richiesto di coagulare l’anima moderata ma soprattutto autonomista dei trentini”.

Franco Panizza

Aria fritta, secondo ogni apparenza. A parte il gratuito richiamo a un presunto nuovo protagonismo dei trentini, cosa mai avrebbe la nuova formazione a distinguerla, a renderla più concorrenziale? Quanto alla difesa dell’autonomia, è il mantra di sempre, non certo una novità per un partito che l’autonomista ce l’ha nel nome.

I primi riscontri, del resto, non sono confortanti. Già l’indomani c’è la reprimenda di Dellai, forse dimentico di una sua analoga proposta di 5 anni fa, quasi identica nel nome (Partito del Trentino), che veniva presentata come “una nuova formazione territoriale di animo popolare e autonomista”. Peraltro Dellai ha ragione: a parte che quella di Panizza “sembra una scopiazzatura del modello in uso tra i cugini sudtirolesi” (con la non piccola differenza che un partito di raccolta fondato su un’identità linguistica è una cosa più sensata), bisogna ricordare che con la riforma istituzionale in gestazione “non si potrà più contare sul peso spesso determinante dei senatori della SVP e dei loro colleghi trentini (PATT e UPT) del Gruppo delle Autonomia nei precari equilibri del Senato, per la semplice ragione che il Senato elettivo non ci sarà più”.

E il giorno dopo è la volta del vecchio Carlo Andreotti, che lamenta nostalgicamente la perdita, nel PATT, dell’identità autonomista e la mancanza di “valori forti attorno ai quali aggregarsi”, senza i quali saremmo davanti a una “operazione alla lunga perdente”.

Una scatola vuota, dunque? Sostanzialmente sì, ma non priva di un significato, almeno sul piano della cosmesi comunicativa, perché il nome di un partito qualcosa vuol pur dire. Il PCI diventò PDS quando l’idea di comunismo apparve screditata; diventò DS quando fu l’idea di partito a non avere più buona fama; è diventato PD quando l’idea di sinistra cominciò ad annacquarsi (anche “socialdemocratico” sembrava azzardato) e si andò in cerca di un elettorato più vasto. Proseguendo su questa strada, dio non voglia che si arrivi al renziano Partito della Nazione, perdendo, insieme col “democratico anche un po’ di democrazia!

Quanto al partito di Panizza, ricordiamo cos’era ai tempi di Enrico Pruner? L’abisso che c’era fra l’allora PPTT e il PCI non era molto diverso da quello odierno fra il PD e la Lega di Salvini, con i meridionali- o semplicemente i non trentini - al posto degli immigrati clandestini. Lentamente, con Tretter e altri, il partito prese a democristianizzarsi e nel 1988, con la nascita del PATT, dalla sigla sparì la “P” di popolo, che tanto sapeva di valli, di urla in assemblea, di una rozzezza che si voleva attenuare per trovare consensi anche negli ambienti cittadini. Attraverso varie vicende, l’operazione è riuscita ed oggi il PATT è un generico partito centrista, come l’UPT (e a volte, purtroppo, come il PD).

Con la nuova denominazione sparirebbe la “T” di Tirolese, troppo legata a un folklore da Schützen che si vuole un po’ alla volta mettere in secondo piano.

Un po’ come fa la Chiesa cattolica con le possessioni diaboliche e il culto delle reliquie: nessuna rinuncia ufficiale, ma un graduale, salutare oblio.

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