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Dolomiti: che fare?

Un ricco programma di incontri per discutere del futuro di un’area straordinaria e per molti versi trascurata

Illustrazione delle sintesi del lavoro dei tavoli nel percorso Dolomiti Unesco

La Fondazione Dolomiti UNESCO incontra i territori. Grazie ad una serie di 11 giornate di confronto, diffuse in tutte le 5 province interessate alla gestione del patrimonio naturale, sono oltre 3000 i soggetti che avranno la possibilità di discutere un progetto ricco di ambizioni. Ambizioni e progettualità proiettate su tempi lunghi (il titolo della iniziativa è “Dolomiti 2040”), ma anche capaci di tessere territori fra loro molto diversi per motivi amministrativi, per ragioni sociali ed economiche, per peculiarità paesaggistiche e naturalistiche. Per il nostro paese questa serie di incontri rappresenta una novità, anche e specialmente per come sono costruiti. Si sono formati quattro tavoli: Turismo, Sviluppo socio-economico. Conservazione attiva e Costruire relazioni, all’interno dei quali i partecipanti potranno offrire le proprie opinioni e visioni delle Dolomiti. Lo scopo è quello di promuovere il coinvolgimento dei portatori di interesse nella costruzione dell’ormai prossimo piano di gestione del Patrimonio. Queste opinioni, una volta raccolte ed elaborate, andranno a definire anche la strategia complessiva di gestione e diffonderanno conoscenze, fino ad oggi limitate ad un ristretto ambito di persone.

I primi incontri si sono tenuti in Friuli e nel Cadore. Nonostante la novità e la difficoltà dei contenuti data la specificità dei temi proposti, i riscontri sono positivi. Dai territori stanno emergendo le criticità, ma anche i punti di forza delle Dolomiti: un po’ ovunque si chiede condivisione, conoscenza delle diverse esperienze, approfondimento e formazione sui territori.

Durante la primavera erano stati raccolti oltre 6.000 questionari che proponevano la diffusione e la qualità della percezione del bene UNESCO Dolomiti, la sua accessibilità, la qualità dell’offerta turistica e culturale. Fare sintesi di questi temi in ambiti tanto diversi dal punto di vista sociale ed economico oltre che amministrativo non è stato facile. Ma alcuni dati sono significativi e alquanto omogenei.

Monte Civetta

Partiamo dalle criticità: vi sono troppe seconde case, l’offerta culturale può essere migliorata, i posti letto sono scarsamente utilizzati, la stagione turistica è troppo breve, il turista rimane sul territorio per periodi sempre più brevi, i turisti si aspettano maggiore offerta di natura, più tutela, più cultura. Dalle risposte ai questionari si evince che l’ospite riconosce alle Dolomiti molti più valori di quanto richiesto da UNESCO (paesaggio e geologia) e presenta una lettura più articolata del territorio. Avevano dunque visto lontano gli ambientalisti quando, fin dal 1993, chiedevano che alle Dolomiti venisse riconosciuto il patrocinio culturale e che quello naturale finiva per essere un passaggio limitativo. Fino ad oggi anche gli operatori del turismo concordano nel bloccare il turismo del consumo di territorio, di paesaggio, di risorse.

Oggi siamo nel cuore di una ulteriore diffusione di conoscenza. Agli incontri partecipano dai 30 ai 50 soggetti: imprenditori turistici, rappresentanti del volontariato ambientalista e sociale, amministratori pubblici. A fine percorso circa 500 persone avranno avuto la possibilità di comprendere il progetto di Dolomiti UNESCO e potranno seguire gli ultimi passaggi della costruzione del piano di gestione.

Nella prima fase i territori più marginali, le Dolomiti friulane o l’area zoldana, hanno messo in rilievo le difficoltà: scarsa accessibilità, debolezza nell’offerta di servizi pubblici (dai trasporti alla scuola, dalla sanità alla gestione del territorio), mancanza di formazione degli operatori del turismo. Ma hanno anche sottolineato una loro forte opportunità: disponendo di un territorio quasi intatto, possono offrire all’ospite un insieme di emozioni e prospettive ormai improponibili nella conca di Cortina, come in Gardena o in Fassa.

Vi è diffidenza verso la prospettata chiusura al traffico dei passi dolomitici. Un po’ ovunque si preferisce la scorciatoia del pedaggio. L’esperienza nelle Alpi dimostra invece come il pedaggio, anche quando pesante, non porta a riduzioni di traffico, anzi, ovunque è avvenuto il contrario. Sui quattro passi del giro del Sella si stima transitino ogni anno oltre un milione e duecentomila vetture, sicché i ciclisti vengono privati di sicurezza, di fascino, di serenità. E infatti nel questionario il 66% degli interpellati denunciano la situazione della accessibilità sui passi come mediocre o negativa: un argomento da affrontare, quindi. L’ambientalismo chiede la chiusura dei transiti privati a fasce orarie e un immediato potenziamento del servizio di trasporto pubblico. Ma da Cortina si leva un no secco: si è costituito un comitato di esercenti dei passi che si oppone ad ogni misura di limitazione del traffico. Con il consueto carico di demagogia e di egoismo questo comitato sta impedendo ogni minima mediazione.

Sui temi della aree protette sembra che la Fondazione Dolomiti abbia scelto il basso profilo. Certo, vi è la necessaria ricerca di una armonizzazione delle norme fra i nove parchi; certo, si ricercano azioni strategiche comuni attraverso piani attuativi condivisi fra i territori. Ma si è accuratamente evitato di esportare il modello trentino della rete delle riserve, cioè di creare connessioni serie fra i parchi, i siti di interesse comunitario, riserve e biotopi. Quando si parla di aree protette emerge per lo più la necessità di curare il paesaggio, di limitare l’espansione dei boschi. Una lettura della conservazione con una vera e propria strategia del territorio delle Dolomiti non si coglie se non in ristretti ambiti sociali. Non è questo un grande punto d’arrivo nella costruzione di una strategia che dovrebbe conservare un bene naturale mondiale, era lecito attendersi più coraggio e specialmente innovazione, anche istituzionale.

Monte Pelmo da Selva di Cadore

Rimangono alcuni punti fermi: la volontà indiscutibile della Fondazione di sopperire ai limiti delle amministrazioni regionali e provinciali, mettere in rete territori che solo fino a ieri si guardavano con diffidenza. Reti per costruire relazioni e superare il passato, reti di comunicazione, reti di marketing, reti di mobilità, reti paesaggistiche, reti culturali. Un po’ ovunque si è riscontrato su questo tema una forte consapevolezza. Come si è riscontrata la necessità di garantire, a quanti in montagna vivono, l’offerta di un servizio pubblico che va a beneficio non solo dei locali, ma anche di chi vive nelle pianure. Chi rimane a vivere in montagna, si è detto in più occasioni, è un presidio strategico non solo nella offerta di servizi turistici, di natura libera, di risorse idriche, ma anche e specialmente nella garanzia di offrire sicurezza idrogeologica a tutto il sistema paese. E questo servizio andrebbe riconosciuto anzitutto con il mantenimento di servizi pubblici essenziali in montagna e anche attraverso specifiche forme di fiscalità che premino chi la montagna la lavora, anche all’interno delle aree protette.

Il livello della partecipazione a questi incontri, l’intensità dei dibattiti, è una dimostrazione reale che la gente vuole politica, politica partecipata, trasparente, chiede protagonismo, vuole che le istituzioni abbattano i muri delle fortezze che le rinchiudono e le rendono autoreferenziali. È anche la dimostrazione che una politica partecipata non solo diffonde condivisione, ma accende speranze. Il dato più importante emerso dai primi incontri lo hanno fornito i partecipanti: hanno subito intuito la forze del messaggio Dolomiti 2040. La necessità di lavorare in funzione delle generazioni future, senza consumare il bene collettivo, anzi, laddove possibile riqualificandolo. Ma proprio perché si è proiettato il progetto su tempi lunghi era necessaria più chiarezza, affrontare obiettivi specifici, alcuni forti NO e alcuni determinati SI. Ma il quadro politico oggi imperante impedisce ancora ai cittadini di esprimersi con tanta chiarezza. Le porte del conflitto sul futuro modello di sviluppo in Dolomiti rimangono quindi tutte aperte.