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L’immigrazione incompresa

Di fronte alla “invasione” di questi anni, l’Europa ha urgente bisogno di una ideologia, di un’utopia che parli al cuore e alla pancia dei suoi cittadini. Altrimenti...

L’Europa sembra finalmente avere aperto gli occhi di fronte all’enormità del processo in corso: l’invasione d’Europa non da parte di nuovi barbari, bensì di popolazioni provenienti spesso da zone di antichissima civilizzazione (Siria, Iraq) e che magari godevano di un discreto tenore di vita fino a non molto tempo addietro; oppure da zone certamente poverissime, sconvolte da guerre pluridecennali (Afghanistan) o regimi oppressivi (Eritrea), che hanno reso la vita talmente impossibile da far accettare alle popolazioni qualunque rischio pur di sfuggire all’inferno delle loro patrie.

Purtroppo avere aperto gli occhi non significa affatto avere compreso la gravità e la portata di questa fase della storia umana, che sarà ricordata come un momento epocale di transizione, caratterizzato non solo da mutamenti demografici (oggi ci sono, solo in Turchia, dai 2 ai 3 milioni di profughi siriani, per fare un esempio; in Libia si ammassano quantità imprecisabili di profughi provenienti dalle aree sub-sahariane, per farne un altro); quello che sta avvenendo è anche un cambiamento epocale di mentalità e di sentimento comune nei confronti di quell’ “altro” che, fino a non molto tempo fa, si poteva incontrare solo per una o due settimane nelle nostre belle vacanze organizzate in paesi esotici, e che ora ci troviamo bruscamente in casa, ospite non gradito, imbarazzante, scomodo, creatore di problemi a non finire.

I paesi europei, come avviene in ogni momento della storia umana e in ogni parte del mondo, reagiscono con la testa e con la pancia: i governanti, la testa, si trovano a gestire alla meglio un fenomeno sentito come oscuramente pericoloso e potenzialmente destabilizzante dovendo, per la natura stessa della vita politica, tener d’occhio la pancia del paese, che reagisce sempre d’istinto e spesso malamente. Non soltanto in ogni paese europeo esiste “gente qualunque” sensibile alle sirene di un Salvini o di una CasaPound, rimestatori di professione con cui fare i conti ad ogni tornata elettorale; ci sono anche quei milioni di elettori informati, di matrice cattolica o di sinistra laica, profondamente turbati se non spaventati. Non si tratta del popolino incolto e forcaiolo delle periferie urbane che darebbe la caccia ai rom e lascerebbe affogare i profughi dei barconi, ma di gente “perbene”, dai sani principi e magari di buone letture. Gente che ascolta per devozione o comunque con rispetto le accorate parole di Papa Francesco, la sua perorazione instancabile per il rispetto della vita, di tutte le forme di vita a partire da quella dei “fratelli” che arrivano sui barconi. Francesco parla al cuore, ai sentimenti cristiani che tutti ancora più o meno condividiamo, per cultura e tradizione, cattolici o atei che si possa essere. Ma è gente, che, pur ritenendosi da sempre aperta e progressista, ascoltando quelle ispirate parole, nel suo intimo si sente a disagio. Dovremmo proprio aprire le porte a tutti? Non è che il Papa esagera con questa disponibilità ad accogliere senza distinzione tutti i derelitti, i rifiuti del pianeta? Ma così facendo dove arriveremo?

Molti hanno osservato che anche il linguaggio della sinistra, su questo tema scottante, si è fatto prudente, per non dire reticente: nessun politico, pensando ai prossimi appuntamenti elettorali, è ansioso di far proprie le parole di Papa Francesco. Al quale oramai è assegnato il compito di dire ad alta voce ciò che nessun politico potrebbe più dire nelle piazze o in tv, pena la rovina politica ed elettorale. Questo clima di imbarazzata reticenza si è rapidamente esteso a tutta l’Europa, dove ormai anche politici non certo di destra devono fare i conti con la retorica dei vari lepenismi che arringano la pancia dei paesi europei.

La lezione degli economisti

Eppure gli economisti fanno un diverso discorso. Mentre le statistiche demografiche ci dicono che il calo di natalità in Europa è ineluttabile, gli economisti ci avvertono che avremo un crescente bisogno di importare stranieri non solo dal lato della manodopera: quella italiana, per esempio, è scarsa sia in tanti settori maturi (edilizia, agricoltura, assistenza alla persona), ma anche nelle professioni mediche e ingegneristiche. Ma soprattutto gli stranieri fanno più figli degli italiani (degli europei in generale), e si sa che l’incremento del tasso di natalità è strettamente correlato ai tassi d’incremento di tutta una serie di settori correlati (edilizia, abbigliamento, cure mediche, trasporti, scuola ecc.). Infine, last but not least, i contributi pagati da milioni e milioni di giovani lavoratori stranieri contribuiscono a tenere in equilibrio i bilanci degli enti pensionistici in mezza Europa; e ancora, rappresentano una importante fetta a due cifre della domanda di consumo, senza la quale oggi non avremmo in Italia una deflazione di “zero virgola”, già di per sé pericolosa, ma a numeri interi.

Ora, è chiaro che la politica italiana, ed europea in generale, fatica a far passare questi ragionamenti, anche per la banale constatazione che uno slogan come “il lavoro (le case) agli italiani” va dritto alla pancia dell’elettorato, mentre i ragionamenti degli economisti, per quanto semplici, devono essere spiegati e digeriti, devono penetrare nella testa.

Quale rimedio allora? La politica deve inventarsi un nuovo linguaggio che, sulle orme del Papa ma con diverse argomentazioni, vada dritta al cuore. La politica, quella migliore, fa progetti, lancia idee. Ma oggi non basta più, e in Italia e in Europa la politica non è certamente in stato di grazia. Occorrerebbe inventarsi una di quelle grandi utopie che hanno saputo trascinare dietro di sé le teste e i cuori (oltre alla pancia) di generazioni di esseri umani, come è capitato per esempio al comunismo tra ‘800 e ‘900, ma qualcosa di simile non si vede all’orizzonte. Occorre, in parole povere, una ideologia che - come tutte le ideologie - parli prepotentemente al cuore, sappia fornire un quadro di riferimento e di certezze, all’intellettuale come al popolino, e all’interno della quale anche l’invasione del popolo dei barconi perda i suoi connotati minacciosi o conturbanti.

C’è in questa vecchia Europa qualche segnale in questo senso? L’idea cristiana non attecchisce più, è patrimonio di una minoranza. Le ideologie dei diritti umani, del femminismo o dell’ecologismo sono soltanto ideologie parziali, non forniscono una spiegazione e tantomeno esorcizzano l’incubo dell’invasione. Purtroppo quello che si vede all’orizzonte in rapida e talora travolgente crescita è una ideologia dell’esclusione e dell’arroccamento, di cui i vari Salvini e Le Pen europei sono esemplificazioni vincenti.

I rischi

Non è rimasto molto tempo. Se la politica non saprà elaborare una alternativa ideologica in senso forte al lepenismo dilagante, la strada alla riproposizione di pogrom e e alla legittimazione dell’odio razziale di massa sarà presto spianata. I sintomi ci sono: in occasione del tragico caso dell’auto guidata da tre giovani rom che a Roma ha investito un gruppo di una decina di passanti uccidendone uno, un abitante italiano del quartiere intervistato si è definito un “comunista razzista”, senza vergogna. Sta prevalendo una idea volkisch di patria, di Italia, di Europa: difendiamo i confini, salviamo l’identità, fuori lo straniero. L’operazione Mare Nostrum o la più recente operazione Triton, tanto faticosamente allestita da un riluttante establishment europeo, rischiano rapidamente di perdere consenso e non ci sarebbe da meravigliarsi se un rovescio elettorale dei partiti europei oggi al potere ne decretasse il rapido smantellamento.

Gli Stati Uniti d’America sono cresciuti sul mito della nuova frontiera e del “melting pot”: per essi l’immigrazione è un indiscusso fattore identitario - di recente è stato aperto il Museo Nazionale dell’Immigrazione a Ellis Island - con salde radici storiche e culturali; si può dire anzi che la convivenza e mescolanza di razze è un valore.

L’Europa annaspa nella ricerca di un’idea che le permetta di affrontare il prossimo futuro. L’Europa ha un bisogno disperato di una nuova ideologia inclusiva, che sappia parlare al cuore dei suoi popoli: se non la trova, si spalancheranno le porte alle peggiori avventure. Nella Germania dei primi anni ‘20, accanto al marxismo pasticcione della SPD e al rivoluzionarismo irresponsabile degli Spartachisti, si levò una sola voce portatrice di una ideologia inclusiva, quella di Walther Rathenau, imprenditore e intellettuale ebreo-tedesco portatore di una idea di stampo comunitario-organicista, saldamente ancorata a principi democratici e fautrice della piena integrazione tra ebrei e tedeschi. Vinse però un’altra idea, una ideologia volkisch della razza e dell’esclusione, il nazionalsocialismo, che evidentemente seppe parlare efficacemente al cuore e alla pancia del civilissimo popolo tedesco. Rathenau perì in un attentato nel giugno del 1922 e dieci anni dopo finiva la democrazia; e il sogno d’integrazione avrebbe lasciato il posto agli ideatori della Soluzione finale.