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Trento Filmfestival 2015

Matrimoni combinati

È di lunedì 25 maggio la notizia della vittoria del sì al referendum in Irlanda sulle unioni gay. Tante cose sono state dette: un atto di civiltà... Personalmente lo leggo come il definitivo trionfo dei legami basati sui sentimenti e sulle volontà personali.

È questo nella nostra società il matrimonio: una scelta privata, l’unione di due persone che hanno deciso in modo libero e convinto (chi più, chi meno) di stare insieme. Beh, che altro potrebbe essere?

In realtà, in altre zone del mondo, non è proprio così. In India, per esempio, è ancora prevalente il matrimonio combinato: un impegno, preso dalle famiglie degli sposi, fatto di promesse, vincoli, obblighi, tempi, attese, convenzioni, spese e molto altro. Specialmente nelle zone rurali è un rito che coinvolge un’intera comunità, nel rispetto delle tradizioni e delle aspettative. Il fatto di piacersi, volersi, e perfino conoscersi, è secondario. Il matrimonio non è un fatto privato basato sui sentimenti. La tua famiglia ti conosce meglio di chiunque altro e sceglie il marito, o la moglie, giusta per te, per la tua famiglia, per la tua comunità. Per la nostra mentalità è un delirio, ma pensiamoci bene: da quanto tempo sono diffusi nel nostro mondo i liberi legami sentimentali?

Un mio bisnonno paterno, rimasto vedovo con una figlia piccola, per seconda moglie, scelse a caso una fra le tre figlie da maritare di un conoscente. Mia nonno materno invece ha sposato in terze nozze una donna più giovane di lui di quasi trent’anni Mia nonna, appunto, che a quasi trent’anni ancora non si era sposata e colse questa per lei tardiva occasione.

Matrimoni d’amore? Risulta dalle statistiche che i matrimoni combinati sono più duraturi rispetto ai nostri. Certo, questo non vuol dire felici, e poi, visto tanto impegno a sposarsi, forse ci se ne mette un po’ di più anche a restare sposati. E poi va considerato che se si cresce in un mondo in cui ruoli e regole sono tradizionalmente chiari, definiti, condivisi, accettati, vissuti da tutti, alla fine questa realtà risulta la più naturale e accettabile. Se c’è rispetto reciproco e delle regole convenute, un uomo e una donna sanno quello che sono e quello che fanno: una famiglia, che è parte di un’altra famiglia, che è parte di una comunità. Questa è la loro funzione e il loro destino. I sentimenti vengono dopo, se vengono, se no è lo stesso. Non è per l’amore il matrimonio, risponde ad altre prioritarie funzioni sociali. Per quanto diverso dalla nostra mentalità, il tutto non mi pare così assurdo.

Con sguardo opposto e risultati molto diversi, proprio di matrimonio combinato parlano due film presentati al Trento Film Festival 2015.

Il primo è il bel documentario “When Hari Got Maried” di Rifu Sarin e Tenzing Sonam, presentato nella sezione “Destination... India”. Hari è un taxista in una cittadina sull’Himalaya indiano e sta per sposarsi con una ragazza che, nel rispetto delle tradizioni, non ha mai visto. Grazie al cellulare però è in continuo contatto con lei. Attraverso tutte le fasi dei preparativi del matrimonio il film permette di osservare lo svolgersi con molta naturalezza di questa realtà, sospesa tra modernità e tradizione. Fin dall’inizio Hari sembra accettare di buon grado la volontà del padre, anche se per sé aveva altri progetti. La semplice vita di Hari e lo sviluppo dei suoi sentimenti sono mostrati da una telecamera che pedina il protagonista fin nelle piccole cose. Non c’è forzatura e non c’è dramma, piuttosto punte di divertita ironia. Soprattutto c’è l’accettazione serena di una volontà più grande di quella strettamente individuale (è questo che noi oggi non possiamo accettare per noi stessi). Infine, il matrimonio, il lungo rito, l’incontro con la moglie. L’ultima sequenza vede la coppia un anno dopo. Hari continua il suo lavoro e la moglie cresce un bambino, aiuta il suocero nei campi e tutto sembra procedere per il meglio.

Sempre al Festival, per la sezione “Anteprime”, è stato proposto “Dukhtar” di Afia Nathaniel. Anche qui la storia di un matrimonio combinato, ma i toni cambiano. Per evitare il riaccendersi di una faida familiare un anziano capo promette in sposa al suo coetaneo rivale la giovanissima figlia. Ma sua moglie fugge con la ragazzina per salvarla da un destino a lei già tristemente noto. La regista pakistana, che ha studiato in Usa, costruisce una fiction a tema infilando tutti gli elementi di potenziale indignazione occidentale. Uomini rozzi e dominatori, tradizioni arcaiche e retrograde, sacrificio dell’innocente, caccia spietata, fuga per la libertà... E condisce il tutto con classici elementi hollywoodiani: intervento del giovane eroe, colpi di scena da film d’azione, suspence, happy ending. Il tutto risulta enfaticamente drammatizzato, prevedibile e inchinato alle supposte aspettative del cinema commerciale occidentale. Non si tratta di negare il dramma, piuttosto di criticare un’opera a tesi talmente palese e strumentalizzata che nella sua denuncia insistita perde tutta la sua forza, al punto da risultare falsa.