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Una banda per i privati?

In Trentino internet rischia di diventare un monopolio

Aldo Colombo
Posa dei cavi in fibra ottica

Riuscite a immaginare la vostra vita se i politici e le generazioni di qualche decennio fa si fossero rifiutati di posare i cavi dell’alta tensione?

Riuscite ad immaginare la vostra vita se qualche decennio fa avessero rinunciato a costruire l’A22? Bene. Fra qualche decennio i vostri eredi potranno provare quelle sensazioni se oggi non si prende la decisione giusta sulla banda larga.

La materia è indigesta, non ne facciamo mistero. Non è facile districarsi dentro una questione costituita da un labirinto di vincoli tecnici e principi fisici, nemmeno per i politici chiamati a decidere sulla questione. Perché una scelta politica sbagliata rischia di portarci fra dieci anni ad avere una rete Internet sempre meno adeguata alle necessità dell’utenza, pregiudicando lo sviluppo di nuovi servizi.

Ugo Rossi porge a Matteo Renzi un pezzo di cavo (e una mela)

Vi ricorderete il Governatore Rossi che regala al Presidente Renzi il pezzo di fibra Ottica nelle gallerie di Tassullo. Noi non riusciamo a toglierci dalla testa l’opinione che Rossi abbia idealmente tagliato quel pezzo di fibra per disconnettere dal mondo il Trentino del futuro.

La situazione attuale

Secondo quanto ci ha riferito il gruppo TrentinoenBanda, attivo su Facebook con l’obiettivo di monitorare la velocità delle connessioni in Trentino, attualmente “a Trento capoluogo la velocità media è attorno ai 9 MB. Nella valli è presumibilmente molto peggiore”. Dopo ampio dibattito politico, la situazione che si sta delineando è la seguente.

Agli operatori privati sarà lasciata facoltà di realizzare la rete di accesso (quella che parte dalla dorsale e arriva agli armadi sulla strada, per semplificare) e che resterà di loro proprietà.

Gli utenti o si tengono il collegamento in rame che hanno già, potendo usufruire di un servizio FTTCab per 30 Mbit/s in Download e i 3 Mbit/s in Upload, oppure accedono ad incentivi per realizzare il collegamento in fibra da casa all’armadio (FTTH), così da raggiungere i 100 Mbit/s sia in Download che in Upload (collegamento simmetrico).

Entrambe le soluzioni migliorano la situazione attuale. L’approccio adottato dalla Giunta, però, ha scatenato roventi critiche, sia per la tecnologia scelta, sia perché la proprietà della struttura è destinata a rimanere privata.

Le ipotesi alternative

La differenza fra le due soluzioni proposte sta nella fruibilità a lungo termine. Secondo Simone Bonannini, AD di Interoute, provider internazionale di servizi per le telecomunicazioni, “guardando all’evoluzione di Internet negli ultimi 20 anni, dal 1995 ad oggi, si vede che ogni 7 anni la banda richiesta aumenta di un fattore 10”. Se oggi navighiamo tra i 7 e i 14 Mbit/s, non ci vuole molto a intuire che i 30 Mega teorici che spettano a chi si tiene il rame possono essere sufficienti per un massimo di 9-10 anni, trascorsi i quali siamo punto e a capo.

Alcuni esponenti del Consiglio provinciale, sia della maggioranza (Luca Zeni del PD) che dell’opposizione (Filippo Degasperi del M5S) ritengono che sia opportuno recuperare il piano più ambizioso verso una rete a proprietà pubblica FTTH (100 Mbit/s simmetrici) con connessioni fino a casa dell’utente.

Degasperi propone: “Questi milioni a disposizione del progetto fibra-rame li investiamo in fibra pura nelle zone profittevoli. I ricavi che derivano da quegli investimenti si usano per finanziare l’estensione della fibra al resto del territorio. Che la rete resti pubblica è una discriminante importante. Non ha molto senso sviluppare un progetto sul rame, quando si sa già che in futuro questo materiale dovrà comunque essere sostituito da fibra”.

Zeni pone l’accento sul fatto che si tratta più di una scelta politica che di una mera disputa tecnica: “Non ci si nasconda dietro la tecnica: la politica deve rendersi conto che la scelta che si fa in questo campo ha grosse conseguenze sullo sviluppo del territorio negli anni a venire”. La logica conseguenza è che “la rete deve essere di proprietà pubblica: i proventi derivanti dalle aree remunerative andranno reinvestiti nelle aree meno remunerative. A regime avremo in casa una rete a 100 Mbit/s che permetta al Trentino di essere davvero competitivo”.

Sono d’accordo fra loro, ma non lo sanno. Politica.

Il problema delle zone a scarso interesse di mercato

Nelle zone ad alto interesse di mercato, ossia Trento, Rovereto, Pergine, Arco, Riva del Garda, non sarà difficile per gli operatori privati investire su una rete in fibra. Si tratta di zone che già hanno attività economiche che producono una domanda di servizi di banda larga e ultralarga: gli operatori privati dovrebbero rientrare con buona probabilità degli investimenti.

Nelle zone di valle meno densamente popolate ma che comprendono comunque una importante percentuale di cittadini, gli operatori privati potrebbero non avere convenienza ad investire in fibra ottica, o comunque dover affrontare un investimento a rischio più elevato. Quelle zone, dunque, potrebbero non avere uguali opportunità di sviluppo e quindi soffrire di un ampliamento del divario tecnologico e strutturale con i centri urbani. In questi casi la soluzione sarebbe una politica di incentivi, o il diretto intervento pubblico.

Eppure in quelle zone geograficamente distanti dai centri urbani si vive di turismo e agricoltura, due settori che, nonostante le diffidenze iniziali, potrebbero trovare grandi opportunità di sviluppo nell’uso delle tecnologie a banda larga: si pensi banalmente alla richiesta di wi-fi da parte dei turisti, che spontaneamente promuovono il territorio attraverso i social network, o allo sviluppo di tecnologie via Internet per il monitoraggio delle coltivazioni.

A nostro avviso la politica deve fare la scelta di incentivare lo sviluppo delle zone a basso interesse di mercato: la presenza di infrastrutture già disponibili può essere una leva fondamentale per lo sviluppo economico di zone altrimenti in difficoltà.

Insomma, per semplificare:

- Dove c’è alto potenziale economico, la domanda giustifica l’investimento.

- Dove c’è basso potenziale economico, si fa la infrastruttura pubblica in modo da facilitare gli operatori a erogare i servizi nei territori più difficili.

Per capire di che si sta parlando, provate a immaginare il vostro comune senza l’acquedotto. Ad un certo punto, ci si rende conto che la costruzione dell’infrastruttura per l’acqua è fondamentale e irrinunciabile per lo sviluppo sia della qualità delle vita, sia dell’economia. Un’azienda privata si propone di costruire l’acquedotto. Però dice: a Trento città possiamo coprire il 100%, però a Baselga di Bondone non mi conviene, perché c’è poca gente e il gioco non vale la candela.

Lasciamo Baselga di Bondone senza acqua, aspettando che si popoli al punto che sia conveniente per il privato fare il lavoro, o mettiamo in campo risorse pubbliche per realizzare l’opera e permettere a Baselga di stare al passo con le frazioni vicine? Questo esempio vi dà un’idea della situazione. Abbiamo stabilito che la rete Internet a banda larga è essenziale per lo sviluppo economico. Vogliamo dare la possibilità a tutti di accedervi?

La valutazione di Trentino Network

Alessandro Zorer, AD di Trentino Network, ci elenca i vincoli che a suo giudizio impediscono la realizzazione del progetto tutto FTTH, che era, fino ad un improvviso cambio di rotta, la strada scelta dalla Giunta..

- Elevato costo di realizzazione (tra i 450 e i 500 milioni complessivi stimati)

- Alcuni limiti normativi che impedirebbero a Trentino Network di fare investimenti dove già sono presenti progetti di operatori privati (Telecom, Vodafone, Fastweb). Secondo Zorer ciò costituisce un aiuto di Stato e il rischio di un nuovo stop da Bruxelles, dopo quello su Trentino NGN.

In realtà, diversi esperti che abbiamo contattato ci dicono che vi sono altri scenari, perfettamente legittimi, entro i quali è concessa una deroga. Ad esempio, Stefano Longano, ex AD di Trentino Network, mette in chiaro che “se la rete viene realizzata dall’ente pubblico e viene data in concessione a pari condizioni a tutti gli operatori, non si prefigura un aiuto di Stato”.

Zeni, poi, prende in mano la questione del rapporto con l’Europa: “La cosa più saggia sarebbe muoversi preventivamente con le autorità europee per capire che cosa si può realmente fare. Lo fa lo Stato, che sul tema ha costanti feedback da Bruxelles, mentre a Trento, con un po’ di arroganza, si pensa di poter fare da sé”.

L’erba del vicino sembra più verde

Ci spiega Marco Springhetti, direttore dell’Ufficio Telecomunicazioni della Provincia di Bolzano, che una legge provinciale del 2012 prevede la realizzazione di una rete basata su tecnologia FTTH in tutto l’Alto Adige. La Provincia sta realizzando la dorsale e i Comuni possono finanziare la rete di accesso con il fondo di rotazione per un rientro entro 20 anni. Recentemente, per la creazione della rete di accesso, la Provincia ha creato Fibernet, una newco controllata dagli enti distributori dell’energia, che ha il compito di sfruttare le sinergie con la rete elettrica (cavidotti, scavi etc.).

Un elemento interessante del progetto altoatesino è che la posa è partita dalle periferie (il primo metro è stato posato in valle Aurina) e poi si è avvicinata alle città. L’intenzione è di sfruttare l’installazione della FTTH per combattere lo spopolamento delle valli. La norma provinciale prevede che la rete di accesso sarà di proprietà pubblica. “I tempi di rientro dell’investimento richiesto dai privati, al massimo 3 anni, non sono compatibili con i nostri obiettivi” dice Springhetti. “È facile immaginare che un operatore privato inizierebbe dalle località profittevoli (Bolzano e altri centri urbani) per ottenere subito il rientro dei capitali”.

A quanto pare, una volta posata la rete, gli operatori privati si sono dimostrati interessati all’opportunità commerciale anche nelle zone più periferiche.

I costi dell’operazione

Sulla base di uno studio realizzato dalla società di consulenza Open Gate Italia nel 2010, la Provincia ha valutato che il costo di posa di una rete in pura fibra era di 400 milioni di euro, tenendo conto di una serie di accorgimenti intelligenti quali il riutilizzo dei cavidotti per l’illuminazione pubblica.

È comprensibile che spendere in 4 o 5 anni una cifra di quel genere abbia un forte impatto sulle casse provinciali. Prova ne è il fatto che Ugo Rossi, impegnandosi nel reperire i fondi, non è andato oltre la cifra di 67 milioni. Un dubbio: la cifra stimata è realistica?

Troviamo interessante questo calcolo proposto da Bonannini, convinto sostenitore della rete di proprietà pubblica: “Uno scavo a prezzi di mercato costa al massimo 50 € al metro. Supponiamo di agganciare alla dorsale un paese di 1000 anime, 500 case, a 10 km di distanza dalla dorsale stessa. Per arrivare al paese sono 500 mila euro, per allacciare le 500 utenze sono altri 250 mila (a 500 €/utenza). Il conto confermerebbe che una stima inferiore ai 2000 € ad utenza sarebbe più che ragionevole anche per situazioni periferiche”.

Considerato che per i centri urbani è la stessa Trentino Network a parlare di un costo per utenza tra i 500 e i 1000 €, la stima di 500 milioni di euro di investimento pubblico andrebbe ridotta in modo significativo. Inoltre, secondo alcuni dei nostri interlocutori, ci sono due aspetti che potrebbero compensare notevolmente i costi fin qui dichiarati: i risparmi ottenibili nella posa dei cavi, riutilizzando cavidotti esistenti e strutture in fibra già presenti e i profitti derivanti dalle concessioni per l’uso della dorsale e della rete di accesso.

Su quest’ultimo punto diventa rilevante comprendere se una società in-house dell’ente pubblico può realizzare e dare in concessione con profitto una rete di accesso “a fibra spenta”, ad esempio nella zona di Trento: secondo alcuni questo è vietato dalle normative europee, mentre altri sostengono con convinzione che non solo ciò non è vietato, ma è raccomandato a patto che venga garantito l’accesso equo a tutti gli operatori privati.

Parlando poi di costi di gestione, Stefano Longano ci rende noto un confronto tra i costi di esercizio delle reti in rame e quelli delle reti in fibra: “Secondo uno studio di Acreo, istituto di ricerca svedese specializzato in ICT, tra manutenzione ed esercizio una rete in fibra costa fra il 30% e il 40% in meno di una rete equivalente in rame”.

Ne abbiamo parlato poco, ma va tenuto presente anche il potenziale delle reti radiomobili (le “chiavette”) a 3G, 4G e 5G: il traffico è aumentato di 5 volte in pochi anni ed in alcune zone c’è chi arriva a rinunciare alla connessione fissa. Queste reti rappresentano quindi una valida alternativa al cablaggio del 100% del territorio, e al tempo stesso una sorgente di traffico da servire con una connettività robusta.

Arriviamo al dunque

Dicono gli specialisti di regolamentazioni e politiche pubbliche che lo sviluppo di infrastrutture di telecomunicazioni è un classico caso da manuale di “rischio di cattura”: un contesto in cui l’amministratore della cosa pubblica, poco addentro alla materia, rischia di fidarsi del primo tecnico di passaggio. È quello che sembra sia avvenuto in Giunta: forse spaventato dal costo prospettato, l’esecutivo provinciale ha preferito stare sul sicuro e giocare la carta dei bassi costi. Si salva la faccia, perché con FTTCab di fibra pur sempre si parla, e la spesa è inferiore.

A nostro avviso, la scelta non dovrebbe ridursi ad un mero bilancio costi/ricavi. Crediamo che una rete FTTH a proprietà pubblica sia il miglior modo, per la politica, di guidare e controllare lo sviluppo del territorio, senza dipendere necessariamente dai ritorni economici di un privato.

Ha poco senso bloccare questa strada per paura delle ritorsioni di Bruxelles: specialisti del settore ci fanno notare che le normative UE consentono un intervento diretto da parte dell’ente pubblico in caso di Servizi di Interesse Economico Generale. Una rete in fibra ottica può rientrare in questa casistica, specialmente se considerata come supporto a servizi fondamentali quali la sanità: si pensi ad applicazioni come il monitoraggio dei pacemaker o la telemedicina e l’assistenza agli anziani.

Il 5 luglio 2012 l’Onu ha dichiarato all’unanimità che l’accesso a Internet è un diritto umano. La Giunta Provinciale ha bisogno che l’ONU specifichi anche quale tecnologia è un diritto umano o pensa di poter indovinare da sola?

La periferia si lamenta

Sono numerose le situazioni di cittadini che lamentano una qualità debole della rete attuale, in contrasto con i 20 Mbit universali dichiarati da Trentino Network. Sentiamone alcune.

Io riesco a navigare abbastanza agevolmente a 6-7MBit, ma chi è più lontano passa subito a 2MBit per via del rumore di linea. E quando piove, visto che abbiamo le linee aeree, mezza valle non naviga più”.
(Matteo Perini, ‘digital champion’ della valle dei Laghi)

Non riesco a navigare oltre i 5-6 MBit abitando a soli 15 km dal capoluogo. Per il mio lavoro è un problema: non posso inviare in anteprima foto in alta risoluzione perché i tempi diventerebbero biblici. Non parliamo poi dei video”.
(Alessandro Ghezzer, fotografo)

Con la velocità di rete che ho a disposizione, 3 MBit/s, riesco a fatica a vedere un filmato su Youtube, e tutto perché siamo lontani dai benedetti ‘armadi’. Senza la fibra tutto il comparto turistico soffre, perché gli albergatori non potranno proporre un servizio WiFi efficiente ai propri ospiti, ma non potranno nemmeno competere con chi invece la fibra ce l’ha ed usa servizi che funzionano solo on-line”.
(Anton Sessa, titolare di FassaCom)

Il servizio Internet a Isera è di bassissimo profilo, improponibile; fino a pochi anni fa a stento si arrivava a una banda da 2 megabit, ora forse raddoppiata”.
(Carlo Rossi, consigliere della Comunità della Vallagarina, comunicato stampa)

Troverete altre informazioni e testimonianze sullo stato di internet in Trentino sulla nostra pagina Facebook.

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