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Sisinio e le sue capre

Piccole storie nella grande Storia

27 maggio 2006. Se la ridacchia ad occhi bassi Sisinio Caresani di Cavrasto, mentre descrive i volteggi di un peclin (aringa affumicata) appesa con la gavetta alla lanterna sopra il tavolo; a turno, lui, il padre Policarpo, la madre e i suoi cinque fratelli tentavano di sfregarla con un po’ di polenta per insaporirla: con dolcezza però perché a spingere troppo guizzava via e si perdeva il giro! E ride ancora di più quando ricorda che a volte era lui a rischiare di essere rosicchiato da topi e pidocchi mentre dormiva su un mucchio di paglia e sfoiazzi coperto da una pezza di canapa.

Eppure, fino a qualche anno prima, si stava bene a Cavrasto, buona terra, pascoli, acqua per molini, noci, qualche turista... Poi le prime ristrettezze nel ‘14 con la partenza per Galizia e Bucovina di gran parte degli uomini. L’anno dopo, il 24 maggio, i reparti avanzati italiani avevano oltrepassato il confine, tentando di sfondare in Val Concei, una laterale di Ledro, le linee austriache verso Trento. Queste però si erano prontamente trincerate in quota sul monte Cadria, 2.264 metri, riuscendo a contenere lo sforzo italiano. Cavrasto, dieci-quindici chilometri di qua della cresta, si trovò isolata, ma nonostante cannonate, attacchi e contrattacchi non vedrà mai una vera battaglia.

In paese le condizioni peggiorano rapidamente: l’economia in valle si ferma, niente edilizia, tanta campagna abbandonata, fienagione ridotta e in parte requisita per i muli in divisa tantoché metà bestiame è andato perso. Pochi riescono a mantenere in stalla gli stessi animali di prima, mucche, un bue, capre, pecore, conigli... Si mangia poco ed a menu fisso: polenta o patate con uno scampolo di formaggio, latte, olio di noci, verdura, qualche uovo.

In casa Caresani la fame bussa un po’ di più perché il capofamiglia Policarpo, calzolaio, non ha mai tenuto in gran conto i campi che ora, tempi di fame e autoconsumo, farebbero invece proprio comodo. Per tirare avanti si è adattato a mille mestieri, messo comunale, sacrestano, segantino, allevatore di conigli e galline che non diventano mai troppi perché hanno fame tutti i giorni anche loro!

Sfamare due adulti e sei figli diventa sempre più dura e così accetta l’offerta di un compaesano di “affittargli” Sisinio, ormai nove anni, come pastore di capre in cambio del mantenimento e del latte di una capra. Il ragazzo diventa grande in fretta. Il padrone non è tenero, dà ordini e pretende che siano rispettati, tutte le sere controlla la condizione delle capre e se qualcosa non va alza la voce e magari allunga qualche pedata. Pioggia o freddo, sabati e domeniche Sisinio prende le capre, cinque o sei, e la sacca da tracolla con il pranzo, un po’ di polenta o qualche fetta di pane di segala e si avvia verso i pascoli della val Marcia fin quasi a ridosso del fronte. La paura di qualche cannonata occasionale val bene il rischio: lassù c’è ancora molta erba e i prati non sono recintati. È orgoglioso del suo lavoro perché quasi si mantiene come un grande e ogni sera porta a casa paga, due litri di latte ed erba per i conigli di casa.

In paese è un viavai di soldati austroungarici, un intero reggimento con i cannoni in piazza pronti a sparare sulla val Marcia e verso passo Ballino se gli italiani vi facessero capolino. I rapporti con i militari sono buoni: molti vivono in paese in case affittate, scambiano cose da mangiare, portano notizie della guerra e in caso di gravi malattie fanno intervenire i loro medici. Policarpo è ben contento della loro presenza perché ogni tanto riesce a vendere agli ufficiali un coniglio o una gallina.

Le requisizioni

In realtà qualche inconveniente c’è. La truppa, affamata da razioni militari sempre più scarse, ha messo in atto una specie di “requisizione privata” di guerra: all’inizio si accontenta di una capra allontanatasi troppo dal gregge ma poi si organizza. Aspettano il passaggio delle capre, ne trascinano una nel rio Duina, la fanno secca con un colpo di pistola alla testa, la squartano con calma lasciando lì pelle e budella, e senza spendersi in saluti e ringraziamenti, vanno a cucinarsela alla brace.

La prima volta che capita a una delle sue capre, Sisinio si tiene in disparte per correre poi trafelato in paese a raccontare tutto al padrone pensando di sentirsi sgridare o accusare di aver inventato una storia per aver perso una capra. In realtà quello conosce bene la faccenda, la considera una mazzetta in carne e ossa per il pascolo e si raccomanda di non dire niente, un po’ perché capisce l’antifona, pecora contro pascolo, un po’ perché è difficile prendersela con un esercito.

Ad iniziare dal 1916 l’assenza degli uomini tra i 18 e 49 anni al fronte comincia a pesare ancora di più. Pazienza per muratori, sarti, moleti (arrotini), slozzeri (fabbri), ma la mancanza di gente capace di coltivare la campagna ha di gran lunga ridotto la disponibilità di alimentari e dimezzato il bestiame.

Il comando militare austriaco mette così a disposizione delle famiglie segnate da caduti in guerra o mobilitati i prigionieri di guerra russi, serbi e bosniaci. La loro presenza nei campi e nelle stalle funziona, si danno da fare, non protestano, non si ammalano, non hanno alcun diritto e sono quasi gratis: basta qualche briciola giusto per tenerli in piedi. Per l’esercito austriaco è un modo per farli mantenere da qualcun altro e risparmiare sul vitto e perfino sull’alloggio. La gente però li guarda un po’ diffidente perché non riescono ad intendersi: quelli al massimo “slambrottano” qualche parola di tedesco, e di italiano conoscono solo le parole legate al cibo, anzi alla fame. Riempir loro la pancia però pare l’ultimo dei problemi sia dei militari sia degli assegnatari.

Loro buttano in bocca qualsiasi cosa possa vagamente alimentare. Mangiano germogli di ogni pianta, erbe dei prati, succhiano il nettare dei fiori e alcuni vengono trovati nei campi in piena notte a scavare le patate che avevano seminato il giorno prima. In stalla basta perderli di vista per un attimo e li trovi attaccati alle mammelle di capre e vacche o a palpeggiare le galline in cerca di un nuovo. Per loro nessuna comodità, niente diritti né pacchi alimentari da casa, solo bastonate al minimo sgarro, senza tanti complimenti.

Anche Sisinio nella primavera di quel gelido ‘17 è denutrito e debole, tanto che per non dover rincorrere continuamente le capre lega loro una zampa anteriore con una posteriore.

A mezzogiorno manda giù un pezzetto di pane di segala che non basta certo a tenere in piedi un ragazzino di 11 anni e così va in cerca di erbe, fragoline, more, fiori quasi in concorrenza con le capre. Se la ride ancora: “Allora avevo i denti ma niente da mangiare, oggi non ne ho più e avrei tutto da mangiare!

Quando incontra altri ragazzi è subito un gran parlottare di cannoni e macchine, la vera novità, e tira fuori una giua, un rametto secco di un rampicante da fumarsi assieme.

La fame dei Bosgnachi

Poi una sera di aprile al rientro trova la strada ingombra di una decina di uomini. In questa primavera di fame estrema, le “requisizioni private” sono aumentate e lui è quasi rassegnato a vedersi portar via un’altra capra. A guardar meglio però non gli pare di scorgere le solite divise grigie e verdi dei soldati né di sentire la parlata tedesca. Sono invece prigionieri di guerra bosniaci coperti di stracci, impacciati nei movimenti e con in viso la paura di chi sa di correre un grande rischio. Non hanno armi ma solo bastoni, qualche lungo chiodo appuntito, punteruoli di legno e perfino una zappa. Gli occhi però sono torvi e minacciosi, quanto basta per impaurire un ragazzo.

Poi all’unisono s’avventano sulle capre che scappano in ogni direzione, ma impacciate dal legame, riescono a spiccare solo brevi balzi. Una, la più lenta, è subito abbrancata per il collo e tirata a terra a pugni e calci. Immediatamente tutti gli altri le sono addosso, la colpiscono con bastoni e la trafiggono con chiodi da ogni parte. La bestia si dimena, tenta di rimettersi sulle gambe anteriori belando disperata ma contro quel furore non c’è scampo.

La schiacciano a terra dilaniandola con fendenti rabbiosi e qualcuno perfino la azzanna strappandole la carne viva e ingoiandola. La bestia lancia belati strazianti che diventano gemiti, il sangue le schizza da mille tagli, ancora qualche sussulto, poi irrigidisce le gambe e rimane inerte. I prigionieri, ormai in preda ad una furia istintiva incontrollabile, la squartano con la zappa mangiandone subito le carni ancora sanguinolente perché solo quel che è nella pancia è al sicuro. Poi infilano altri pezzi dentro i vestiti, budella e testa comprese. Solo alla fine della mattanza, imbrattati di sangue fino nei capelli, i Bosgnachi recuperano movenze umane, danno una rapida occhiata al ragazzo e scompaiono tra alberi e avvallamenti per chissà dove.

Sisinio, atterrito e angosciato dalla brutalità della scena, tenta di recuperare le altre capre disperse per i prati e solo al tramonto riesce ad avviarsi verso casa.

Mille pensieri lo assillano: come racconterà l’accaduto? Il padrone gli crederà o gli dirà che per fare scappare quattro Bosgnachi bastava alzare la voce o solo minacciare pedate, oppure lo accuserà di essere stato lì a fumare e a chiacchierarsela con i compagni mentre la capra finiva in un dirupo o si perdeva? Forse gli dirà di starsene a casa perché lui ne trova subito altri dieci più svegli e attenti di lui. Allora basta latte, basta atteggiamenti da grande e forse una delle sorelle sarà costretta a mettersi a servizio presso qualche famiglia. Meglio non dir niente neanche in casa perché se i genitori venissero a sapere del pericolo corso, non lo lascerebbero più portare le pecore al pascolo e lui non potrebbe più mantenersi da solo.

Tutto timoroso arriva sul piazzale ma non fa in tempo a dire una parola che il padrone brontola con voce ringhiosa: “Un’altra capra!” Per Sisinio quasi un’imbeccata provvidenziale: annuisce in silenzio e aspetta il resto. L’altro si limita a imprecare contro il Kaiser e gli Italiani, gli ordina di chiudere in stalla le capre, di mungere la sua e andarsene a casa perché domani bisognerà recuperare il tempo perduto...

Sisinio può continuare a sentirsi un grande.

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