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La nuova narrazione dell’autonomia sudtirolese

Un incontro a Castel Tirolo, voluto dal Presidente Kompatscher, dagli esiti piacevolmente imprevisti

Quando nel 2005 Durnwalder propose una Giornata dell’Autonomia, la voleva il 22 novembre, in ricordo del giorno del 1969 in cui la Südtiroler Volkspartei disse sì al “pacchetto”. Una festa civile sudtirolese la si aspettava da tredici anni. La data però era sbagliata, perché si riferiva a una decisione di un partito, ne escludeva la parte che nel 1969 votò contro, e gli italiani, che non furono coinvolti e neppure informati dai loro politici e mass media. In alternativa, proposi allora il 19 giugno, per ricordare quello del 1992, quando si concluse la controversia fra Austria e Italia davanti all’ONU, con l’assenso di una maggioranza trasversale di tutti e tre i gruppi linguistici. Personalmente avrei voluto una Giornata dello Statuto d’Autonomia, legge fondamentale del Sudtirolo, anche per non lasciare troppi spiragli a un concetto vago come “autonomia”, passibile di essere affiancato da vari aggettivi (dinamica, ad esempio) che ne possono far ondeggiare il significato politico a seconda dei venti o tempeste nazionaliste.

L’accordo Degasperi-Gruber

Ora la Giornata dell’Autonomia si celebra il 5 settembre, quando nel 1946 fu firmato l’Accordo di Parigi, detto Degasperi-Gruber dai due ministri che lo firmarono. Bene, coinvolge anche il Trentino, e si sa che gli allargamenti ci fanno bene, e inoltre l’ancoraggio internazionale della nostra autonomia si basa proprio su quell’accordo. Da due anni la Giornata dell’Autonomia a Bolzano è una giornata delle porte aperte: la cittadinanza è invitata a entrare nei palazzi della Provincia, dove può vedere e conoscere di persona i luoghi in cui si svolgono le attività pubbliche.

Ma quest’anno c’è stata anche un’altra cosa. Il presidente Kompatscher ha invitato esponenti della politica, delle istituzioni e della società civile a una riunione a Castel Tirolo, dove tre storici hanno riferito sul rapporto fra autonomia e resistenza antifascista e antinazista e hanno affermato che l’autonomia sudtirolese non sarebbe stata possibile senza quelle poche persone che furono protagoniste della Resistenza. Gli storici Stefan Lechner, Carlo Romeo, Elfriede Perathoner, hanno, fra l’altro, spiegato, il primo, che se non ci fossero stati Dableiber (coloro che non optarono per la Germania) nelle opzioni del 1939 e i resistenti attivi o passivi nel periodo dell’occupazione germanica fra il 1943 e il 1945, non sarebbe stata permessa dagli Alleati la fondazione della Südtiroler Volkspartei. Quindi, fallito il tentativo di convincere gli Alleati a restituire l’Alto Adige all’Austria, non ci sarebbe stato nessuno per rappresentare le richieste della minoranza tedesca.

Carlo Romeo ha raccontato che Manlio Longon, capo del CLN, prima di essere ucciso dalle SS nel dicembre del 1944, si era incontrato almeno tre volte con Erich Amonn, esponente di punta dei Dableiber e poi primo presidente della Svp. I due si erano trovati d’accordo su molti punti, su una larga autonomia da concedere alla minoranza, sul diritto al ritorno, e altro.

Romeo e Kompatscher hanno citato entrambi Hans Egarter, comandante dell’Andreas Hofer-Bund, l’organizzazione antinazista, che in un articolo sul giornale “Il Nuovo Ponte” del 25 aprile 1947, celebrando la liberazione insieme al CLN scrisse: “La vostra lotta fu contro il fascismo, come per 20 anni la nostra. La vostra lotta fu contro il nazismo, come la nostra. Noi respingiamo ogni dittatura in qualunque forma. Il primo passo sta nel riconoscimento reciproco dei sacrifici compiuti”. Poi venne la guerra fredda, che qui fu interpretata come conflitto etnico.

La storica ladina Elfriede Perathoner ha ricordato che la divisione dei ladini in tre provincie fu causa di posizioni differenti fra i ladini stessi rispetto alle opzioni. Ha parlato di “fanatismo” dei gardenesi, che optarono in massa per il Reich, mentre nelle altre valli (a parte la valle di Fassa, che non fu ammessa all’opzione) l’atteggiamento dei ladini fu molto più cauto se non scettico e i risultati del voto del tutto diversi.

A Castel Tirolo nella sala c’erano sindaci, consiglieri e assessori provinciali, deputati al parlamento, ex presidenti di Tirolo Alto Adige e Trentino, gli intendenti scolastici, un gruppetto di maturati con voto alto, una decina di storici (fra cui chi scrive). Ospiti d’onore erano i protagonisti della resistenza attiva a passiva e/o le loro famiglie, fra cui Franz Breitenberger, Erich Pichler e Renato Ballardini, i familiari di Josef Mayr-Nusser, Josef Ferrari, il canonico Michael Gamper, Friedl Volgger, Josef Noldin, Franz Thaler e Sandro Bonvicini.

Kompatscher li ha portati ad esempio per il loro coraggio a difesa di valori “che rappresentano la base morale di una società”. “Persone - ha detto - che non hanno voluto piegarsi alla demagogia, alla propaganda, al populismo, alla scorciatoia delle soluzioni ritenute semplici, ma hanno invece fornito - con il loro atteggiamento coerente e le loro azioni, anche se non coronate subito da successo - un grande servizio all’Alto Adige”.

Ho provato un profondo senso di irrealtà a sentire quelle parole, dette per tanti anni da una piccola minoranza transetnica della società sudtirolese, provenire da un podio istituzionale. Anche gli storici mi sono parsi consapevoli di contribuire a una rifondazione della “narrazione” dell’autonomia sudtirolese, più vicina alla verità, meno sottomessa a un potere pronto a scatenare conflitti pur di mantenersi forte.

Hans Egarter

Aleggiava lo spirito di impegno civile degli anni ‘70, e della mostra sulle opzioni del 1989, sfuggita di mano alla storiografia ufficiale: la consapevolezza che la separazione etnica non è giustificata dalla storia, perché le persone nei momenti drammatici si erano schierate secondo convinzioni diverse, indipendentemente dall’appartenenza etnica, mentre dentro i gruppi linguistici, che si volevano monolitici, vi erano state lacerazioni e conflitti.

A quel tempo credevamo, credevo, che dopo la chiusura del pacchetto - il 19 giugno del 1992 - i sudtirolesi di tre lingue avrebbero preso in mano la responsabilità del proprio destino, affrontando insieme i problemi della loro patria comune. Avevo creduto che fosse arrivato il tempo della convivenza. Non è stato così.

A Castel Tirolo ci mancava lo sguardo acuto e benevolo di Christoph von Hartungen. Lui avrebbe saputo fare e rispondere alle domande. Alla riunione non c’erano politici di destra né italiani né tedeschi. Non sono stati invitati o non ci sono andati? Perché Kompatscher ha voluto questa riunione? Sente che dopo l’ambiguità di Durnwalder sulle questioni etniche c’è bisogno di spazzare via il terreno di coltura - perché questo è stato - dell’estremismo nazionalista, prima che i problemi nuovi gonfino di nuovo gli screditati partitini della secessione?

È un giurista, conosce le leggi. È un politico, e il suo partito sta andando male. Il durnwalderismo è andato troppo oltre e le giovani generazioni non riescono più a credere a un partito dove ci sta dentro tutto e il suo contrario, i pro-Benko e i contrari, quelli per l’autodeterminazione subito e quelli per lasciarla al futuro, i ricchi e potenti e i poveri, ecc.. Il modello pigliatutto è morto. Saprà accettarlo e aiuterà a transitare la rappresentanza politica del suo popolo verso un modello pluralista? O si farà incantare da una nuova fase costituente, riproponendo l’Euregio Tirol come distrazione ai problemi di identità, invece che come spazio aperto di collaborazione?

Durnwalder era in prima fila, con il viso teso. Chissà se si è reso conto di quanto improduttivo è stato il suo tempo per l’autonomia. Cemento, soldi. Quella festa di compleanno, festeggiato proprio lì a Castel Tirolo in modo principesco, con tutti, compresi i piddini che ora non lo salutano, inchinati: l’apogeo del potere e concausa della precipitosa caduta.

Al Sudtirolo oggi manca la Politica, la capacità di parlarsi, di partecipare, per capire e risolvere insieme i problemi, necessaria alla democrazia e alla pace, specialmente in un luogo dove il metodo del consenso ha dovuto giustamente sostituire il principio di maggioranza. Arno Kompatscher deve ricostruire la decenza della politica e le modalità della democrazia. È partito di lì, stesso luogo. Un buon inizio. Coraggioso. Alla fine, dopo il groviglio di emozioni contrastanti che ha tenuto stretta la sala per due ore, ha invitato tutti a un piccolo rinfresco.

Sono tornata a piedi sotto la pioggerella, che cadeva meno forte che all’andata.