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Laurina Paperina “Da un’opera ritrovata”

Vermiglio, Forte Strino, fino al 20 settembre.

Un passo indietro di 100 anni: 11 marzo 1915, Giacomo Balla e Fortunato Depero firmano il manifesto “Ricostruzione futurista dell’universo”, inno all’arte totale futurista, il cui intento è quello di “realizzare questa fusione totale, per ricostruire l’universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente”. L’opera uscì così dalla cornice, diventando oggetto di design, fotografia, suono, film, libro sperimentale, giocattolo, complesso plastico, provocazione.

Torniamo all’oggi, per parlare di una mostra che sembra strizzare l’occhio a queste premesse centenarie, ed è un’altra figura legata al Trentino ad offrircene il pretesto: Laurina Paperina, della quale più volte ci siamo occupati ed anche in futuro ci occuperemo, perché, assieme ad un pugno d’altri nomi, rappresenta la meglio gioventù dell’arte trentina d’oggi e che - nemo propheta in patria - è apprezzata soprattutto oltre gli autonomistici confini provinciali.

Fin dagli esordi, Laurina Paperina ha applicato con metodo una poetica irriverente dello sconfinamento: esattamente 10 anni fa, in occasione della collettiva “Departures” (Trento, Galleria Civica), trasformava in opera d’arte il visitatore, apponendo sul corpo di questo un timbro visibile solo a luce UV, presente nelle sale espositive. Da allora, andare oltre al tradizionale binomio pittura-scultura (comunque essenziale nel suo lavoro) è stata una sua costante, mescolando come in un cocktail alto e basso, citazione e innovazione, non risparmiandosi nemmeno nella produzione di opere assolutamente gratuite per il fruitore, come video e murales, ma anche free-zines e volantini d’artista, ad esempio quelli diffusi nel 2011 in occasione del referendum per l’acqua pubblica.

Negli ultimi anni, un significativo passo ulteriore: l’utilizzo - a mo’ di duchampiani ready-made modificati - di materiali iconografici preesistenti, come fotografie, figurine, pacchetti di sigarette, scatole di fiammiferi e cover di dischi, tutti rielaborati in chiave ironica, con il suo inconfondibile stile impuro, sgraziato al limite del vandalico, dalle cromie luminose come neon (questi ultimi pure utilizzati in alcune opere). Tali oggetti da mercatino, riesumati da soffitte e cantine per essere rallegrati, furono esposti per la prima volta nel 2012 nella personale “New pollution” alla Galleria Raffaelli di Trento.

Come in una sorta di recycl-Age, la giovane artista trentina ha successivamente dato nuova vita a svariati altri materiali gettati nella discarica del consumismo, come quelli esposti in questa mostra che evoca la ri/scoperta fin dal titolo (“Di un’opera ritrovata”, distorsione de “Da un’opera abbandonata” di Beckett), e che affianca sia alcuni “classici” di Laurina Paperina, come l’installazione di centinaia di Post-it disegnati che vanno a formare la scritta “Bang” (esplicito rimando fumettistico allo sparo), a una trentina di cartoline off con paesaggi montani ed animali. Fonti grafiche decisamente kitch, che l’artista declina in maniera iper-pop: ecco così comparire tra le vette esseri leggendari come lo Yeti, fumettistiche navicelle spaziali, paesaggi lacustri con bonari mostri marini, conigli selvaggi mutati in esseri ibridi e l’immancabile orso bruno legato alle cronache locali, qui armato di palloncini colorati, in cerca di una terra che lo possa finalmente ospitare in pace.

Se in queste opere l’inquietudine è sublimata dalla leggerezza e dallo sberleffo, in altre è più esplicito il rimando alla Grande Guerra così connaturata alla sede espositiva, come nell’installazione di Post-it, o nelle cartoline popolate da carri armati o cacciabombardieri. Anche in queste opere, comunque, vige uno sguardo vivacemente ironico, che non si burla della storia, ma, al contrario, cerca di portarla a un grado zero di narrazione, avvicinandola ad ogni spettatore: esemplare a tal proposito la grande tela “War game”, mix di creature fantastiche ed esseri attinti dai cartoon o da Internet che si affrontano nei pressi di un tetro maniero, nella totale indistinzione tra rappresentanti del Bene e del Male. Come in ogni guerra che si rispetti, del resto.

Sempre fino al 20 settembre, nelle sale espositive del forte, è allestita anche la personale del fotografo Nicola Eccher, anch’essa curata da Camilla Nacci.